L'ARTE DELLA BILANCIA - jayyd news

L’ARTE DELLA BILANCIA

Marta Irene Franceschini

Armonia non significa la sconfitta del male. Armonia vuol dire che il bene e il male dentro di noi, come in tutte le cose, riescono a stare in equilibrio tra loro. Armonia non cancella il dolore, lo rende sopportabile. Armonia accoglie, non elimina. Non è un punto fisso, ma una linea in continuo movimento, come l’onda del mare che si appoggia sulla riva, ogni volta in modo diverso.

Ogni essere vivente sulla terra, così come ogni aspetto della realtà che ci circonda, è un intero fatto di opposti, distribuiti in diverse percentuali. Ogni cosa contiene il suo contrario. In ogni santo c’è un demonio, e in ogni demonio un santo. Il bene ha bisogno del male per esistere, così come il giorno della notte per poter splendere.

Il peggior errore di ogni ricerca spirituale è illudersi che il cammino purifichi dal male, che renda migliori. Come diceva Nizamuddin Awliya: “Chi è il peggiore degli uomini? Colui che si crede migliore”. L’autocompiacimento spirituale è un grave ostacolo lungo ogni Via. Ingrassa l’ego, e allontana dalla Verità.

La favola della propria presunta purezza è molto rassicurante. Se si prega cinque volte al giorno ci si sente dei bravi musulmani; se si va in chiesa alla domenica, dei buoni cristiani; se si recitano i mantra all’alba, degli yogi illuminati. Ci si sente in armonia con l’universo. Ma in realtà si guarda solo metà della figura: è un’armonia zoppa, che si appoggia sulla stampella della presunzione.

L’armonia vera, invece, quella che Dio comanda, allarga il ventaglio fino a farlo diventare un cerchio. Si apre a includere ogni parte del sé, senza negarla né giudicarla. Gli aspetti più bassi sono potenti e preziosi alleati lungo il cammino. Servono a mantenerci umili, tengono a freno la nostra presunzione. Ci aiutano ad accettare con maggior pazienza e benevolenza i difetti degli altri. E infine sono il contatto con le nostre ferite.

Armonia significa dormire ogni notte nel letto con le proprie ambivalenze interiori, rinunciando all’identificazione con ognuna delle parti coinvolte, belle o brutte che siano. Essere la propria complessità, piuttosto che uno spicchio lucente, o un grumo di sangue. Non dimenticarsi mai del proprio buio, mentre si è nella luce, così come della propria luce, quando si è nel buio.

Armonia diventa allora la possibilità di recitare davvero il famoso mantra “io sono questo”, vivendone il senso. Io sono “tutto” questo. E il mio compito è di restare in equilibrio sulla corda tesa tra i miei opposti. E’ questa la grande libertà che concede l’evoluzione interiore, sia essa laica, che spirituale. Essere liberi di scegliere di vedersi.

Diventare “grande” vuol dire smettere di mentirsi, di raccontarsi la favola appunto di quanto si è bravi nella propria pratica spirituale, nel proprio lavoro, o nella propria vita di coppia. Ma concentrarsi piuttosto su quanta forza sprigiona ogni nostro piccolo tentativo di gestire i conflitti, dentro e fuori di noi. Di come, ogni volta che riusciamo a trovare un compromesso tra quello che vogliamo, e quello che vogliono gli altri, o tra le nostre ragioni e quelle altrui, ci sentiamo subito meglio, più centrati, più interi.

Armonia ci vuole consapevoli, perché esserlo equivale a trovare Dio, qualunque nome gli si voglia dare. Il detto socratico “conosci te stesso” è la Via. Nessun equilibrio è possibile se si ignora uno dei due pesi. Quanto più cresce il percorso spirituale, tanto più dovrà acuirsi lo sguardo sul suo contro altare. Altrimenti l’altalena resterà ferma a terra. I sufi la chiamano “l’arte della bilancia”, ovvero la capacità, per ogni grado di illuminazione raggiunto, di cogliere un’angolatura più ampia della propria bassezza.

Solo così si potrà procedere.

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