L'INIZIO E LA FINE - jayyd news

L’INIZIO E LA FINE

Marta Irene Franceschini

Quando finisce il Ramadan sono sempre un po’ triste. La fine non mi trova mai pronta: di colpo mi sembra che questo mese sia passato così veloce da non lasciarmi il tempo di gustarlo come volevo. Mi sembra di aver fatto così poco, e di aver ricevuto così tanto… Così, inciampo nella nostalgia e nel rimpianto, mentre mi accingo a pregare col cuore gonfio.

Mi dico: nell’ultima notte non voglio dormire neanche un minuto, fino all’alba. Vorrei dilatare i respiri per farli durare più a lungo. Fermare il sole dietro all’orizzonte con una scusa, per restare sola in questo buio silenzioso, inginocchiata sul tappeto. Farmi cullare dalla preghiera come un bambino stanco di piangere. Attaccarmi a quest’ultimo brandello di presente, per non farlo diventare mai più passato…

Ma ecco che dalla preghiera si riversa nel mio petto un’improvvisa ondata di dolcezza. Che strano, di colpo mi sembra di essere così felice! Che sia perché domani finirà il digiuno? Perché potrò bere tutta l’acqua che voglio, e a qualsiasi ora? No, quello se mai mi darebbe sollievo, mentre questa è gioia, fiammante gioia lucente. Com’è possibile che nasca indipendente dal mio cuore e si diffonda in tutto il corpo, fino alla punta delle dita?

Respiro profondamente e finalmente capisco: non c’è nulla da trattenere, la fine non è l’estremità di una retta, bensì un punto su una circonferenza. Coincide con l’inizio, proprio come l’aria che entra e che esce dal corpo. Ciò che finisce non si estingue: si trasforma. Non è che non lo sapevo, l’ho letto, studiato e compreso decine di volte nel corso degli anni, ma in questo preciso istante ne ho fatto esperienza. L’ho vissuto nel corpo e nella mente, e ciò che si vive mette radici.

Ora il cuore batte fortissimo, dalla contentezza. Nostalgia e rimpianto lasciano il posto a un senso di pienezza e appagamento. Nulla manca, nulla si perde, semplicemente scorre, come l’acqua di un fiume verso il mare. Ed io con lei. Ora so dare un nome all’improvvisa dolcezza che ho provato: si chiama gratitudine.

Certo che viviamo in uno strano mondo: da una parte si esalta la filosofia dell’usa e getta, del ricambio continuo di beni, situazioni e desideri, nell’ottica di un consumismo che cresce a spirale; dall’altro, ci si illude di non morire mai, di restare identici a sé stessi, immobili in un’apparente eterna giovinezza, senza stagioni, senza cadute, senza coscienza.

La ciclicità legata alla terra, quella antica che gli uomini e le donne del passato assimilavano dalle fasi lunari, da inverni e primavere, da semine e raccolti, è stata sostituita dallo slogan del “sempre-verde”, che ci regala fragole tutto l’anno, neve artificiale e spiagge esotiche a Natale. Tutto subito e tutto sempre.

Strisciante come un serpente si è insinuato nelle menti il delirio di onnipotenza di esercitare il controllo sullo spazio e sul tempo, ad infinitum. Esaurita l’epoca dell’umiltà, siamo entrati nell’era dell’Antropocene, dove l’uomo prevale sull’ambiente, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Salvo poi l’avvento di una pandemia globale, che torna a farci sentire piccoli e impotenti.

Accettare il ciclo vita-morte-vita, non come una condanna ma come una benedizione, ci riconnette al respiro cosmico, e ci rende liberi. Invece di attaccarci all’oggetto, abbracciamo il suo divenire, qualunque esso sia. Vivere diventa allora esplorare l’esistenza, non semplicemente conservarla intatta, dentro a una teca.

Proprio come un albero che lascia cadere a terra la sua ricchezza, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che è maturo, affinché possano sbocciare nuovi frutti. Tagliare i rami secchi, sfoltire le fronde: chiunque abbia un orto sa l’importanza delle potature.

Il germoglio non può diventare grano prima del tempo, anche se lo annaffi col doppio dell’acqua. Il campo deve riposare bruciato, per dare di nuovo un buon raccolto. La natura fornisce tutte le risposte, per chi le sappia ascoltare. E i testi sacri anche: “C’è un tempo per tutte le cose…”

Così finisce il sacro Ramadan, e con lui questa rubrica sul sufismo che ho tenuto per un anno esatto. E’ stata un’esperienza benedetta, che mi ha guidata per quarantotto settimane lungo un sentiero fiorito, sulle orme di santi e poeti amatissimi. L’ho considerato un miracolo da subito, per come l’ho ricevuto lo scorso Ramadan, e sento di doverlo riconsegnare allo scadere di quello attuale.

Credo infatti di avere bisogno di fermarmi e lasciare sedimentare questa avventura spirituale. Sento l’esigenza di un periodo di silenzio, di raccoglimento, di ascolto: sono certa che arriveranno nuovi stimoli e indicazioni per proseguire questo cammino luminoso forse in modo diverso, forse verso altre direzioni. Quello che so con certezza di non volere è che questa rubrica diventi una routine, motivo per cui è bene che io mi fermi qui.

Per dodici mesi ho vissuto ogni singola puntata come un viaggio iniziatico, come un’immersione misteriosa e profonda in versi sacri che considero patrimonio dell’umanità, ai piedi delle creature eccelse che con immensa generosità li hanno vergati. Ogni mese dedicato a un autore ho dormito con i suoi libri nel letto, ho tenuto le sue parole nel cuore, ho sentito il gusto del suo canto sulle mie labbra. Ogni volta che mi sono seduta davanti al computer per scrivere, ho creduto di essere guidata, parola per parola, dentro al senso segreto dei loro messaggi.

La Grazia divina è stata fin troppo generosa con me. Non voglio rischiare di darla per scontata. Preferisco fermarmi qui, e restare ad osservare come tutto questo si vorrà evolvere. Il cerchio si chiude, per ripartire da un nuovo inizio, inshAllah.

Concludo con il racconto di un ultimo dono. Le preghiere della notte, durante il Ramadan, sono spesso per me momenti di intenso trasporto dove arrivo quasi a perdere la coscienza di me, e resto come sospesa tra il reale e trascendente, senza la cognizione del tempo. In queste occasioni mi escono dalle labbra parole che non conosco, che io stessa ascolto con stupita meraviglia, e che rimangono poi attaccate alle pareti della mia memoria come fossero state impresse col fuoco.

In una di queste notti, mentre il cuore mi sembrava scoppiare di gratitudine per tutto l’amore che sentivo di ricevere, ho udito chiaramente la mia voce pronunciare la seguente invocazione:

“O Dio, fa che io sia il canovaccio sul quale tu esegui il tuo ricamo, la tela che tu passi e trapassi col tuo ago pungente, che mille volte viene trafitta senza fiatare, e resta morbida tra le tue mani sapienti. O tu, esperto ricamatore! Finché il disegno non è completo, la tua arte non si può indovinare! La povera stoffa sembra martoriata a casaccio, l’ago entra e esce di qua e di là, come una spada folle che colpisce alla cieca, distribuendo ferite sul campo di battaglia che non sembrano legate da nessuna logica, fili colorati che si intrecciano apparentemente senza senso, e che non lasciano intravedere il talento del maestro. Ma io taccio paziente, perché so che quando l’opera sarà alla fine completata, tutte le mie cicatrici di colpo diventeranno gemme del tuo arabesco, ogni lacrima versata sarà perla preziosa, ogni caduta produrrà fiori argentati e ogni ora di solitudine sarà stata l’ordito del tuo ricamo divino, davanti al quale il mondo intero non potrà che inchinarsi per la sua meraviglia. Amen.”

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