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IBN ‘ATA ALLAH – Terza parte – L’OBBEDIENZA

Marta Irene Franceschini

Il significato delle parole cambia in rapporto all’epoca e al contesto socio-culturale in cui vengono usate. Nella Venezia del ‘600 era normale salutarsi per strada con un inchino, sussurrando “schiavo vostro”, espressione che nei secoli si è trasformata nell’odierno “ciao”, completamente avulso dall’accezione originale.

L’evoluzione del linguaggio non è il semplice risultato di mode e abitudini diverse, bensì specchio di trasformazioni ontologiche della coscienza collettiva nel corso dei secoli. Il linguaggio manifesta fedelmente la realtà che lo utilizza. Il fatto che ai nostri giorni il termine “negro” sia stato sostituito da “nero” o “di colore”, non è il vezzo radical-chic di qualche intellettuale di sinistra, bensì l’atteso, se pur tardivo segnale di un mutamento ideologico di massa, che ci auguriamo giunga presto a compimento. Il razzismo si combatte con i fatti e con le parole.

Il verbo “obbedire” è stato, per svariati millenni, il cardine sociale su cui si basavano le comunità grandi e piccole dei nostri antenati. L’obbedienza, imposta, estorta, o conquistata che fosse, era indispensabile all’esercizio del potere e, pertanto, sistematicamente incoraggiata. Leggi, regole e dogmi erano i ferri del mestiere, coadiuvati da articolati sistemi punitivi, volti a dissuadere i trasgressori.

Per secoli, l’obbedienza alla patria, al governo, alla chiesa, alla famiglia è stata culturalmente esaltata come un dovere morale, un valore di cui andare fieri, associato a mitici eroi di garibaldina memoria. Insomma, una qualità di cui era più che lecito vantarsi.

Negli ultimi decenni però, soprattutto nel mondo occidentale, qualcosa è cambiato. Le lotte dei movimenti femministi e gli studi sui diritti umani hanno evidenziato l’uso discriminatorio del termine e l’implicito concetto di sottomissione che il vocabolo, nel corso dei secoli, ha implicato.

La nuova presa di coscienza ha reso il verbo “ubbidire” imbarazzante, tanto che in molti contesti, è stato giustamente sostituito da un sinonimo meno gerarchico e meno servile: “rispettare”. Mentre è ancora lecito dire che il cane è ubbidiente, si parla di rispetto tra i coniugi, tra genitori e figli, tra sottoposti e superiori. Il sinonimo infatti sottintende un’idea di reciprocità, di scambio di diritti e di doveri, che lo rende molto più egualitario dell’originale “obbedire”.

In realtà l’etimo di quest’ultimo viene dal latino (ob audire), che significa “ascoltare (chi sta) dinanzi”, e dunque, “prestare ascolto”; è molto probabile che il concetto di sottomissione sia stato assimilato in un secondo tempo per esigenze socio-politico-religiose, spostando il senso del verbo da “ascoltare i desideri” dell’altro a “eseguirne gli ordini”.

Ribelle fin dalla nascita, anch’io ho attivamente sostenuto la lotta contro l’obbedienza della mia generazione. Fin dagli esordi ho fieramente contestato la mia sottomissione a chiesa, scuola e famiglia, sfidando l’ordine costituito che la prevedeva come norma, e pagando spesso la mia autonomia a caro prezzo. E resto tutt’oggi convinta che, di fronte a despoti e ingiustizie, la disobbedienza sia un nobile dovere.

Questo, per quanto concerne la dimensione terrena dell’esistenza. Ma poi, c’è lo spirito: e qui tutto cambia. Ciò che in terra è catena, in Cielo diventa velluto. Si ribalta il senso di gesti e parole, si capovolge la logica. Come ben descrivono i versi più famosi del poeta sufi Amir Khusraw:

Oh Khusraw, il fiume dell’amore
scorre in modo ben strano:
chi entra e galleggia, affoga e muore;
e chi affoga, emerge e vive.

L’obbedienza che si pratica fra esseri umani solitamente non coinvolge i sentimenti. Quando si “rispetta” una regola, un obbligo, un divieto, che lo si faccia per coscienza o per dovere, non si gioisce: tutt’al più, si prova un senso di pacata soddisfazione. Ci si sente la coscienza a posto, non si esulta. Al contrario, è più facile che a volte si imprechi.

Nessuno corre a pagare le tasse col sorriso sulle labbra, né è felice di rientrare a casa alle dieci di sera a causa del coprifuoco, anche se è convinto che sia giusto farlo. Si “ubbidisce” perché si è obbligati, vuoi da un imperativo interiore, o per evitare una multa, ma resta il desiderio di fare tutt’altro.

Con Dio invece le cose stanno molto diversamente. La parola “obbligo” viene cancellata, sostituita da “desiderio”. Se è il dovere a piegare le ginocchia sul tappeto, la preghiera non vale nulla. Si scopre piuttosto il piacere dell’obbedienza, la vera e propria gioia della sottomissione. Si corre ai Suoi piedi in attesa di un comando come un bambino che si getta tra le braccia della mamma. E’ il cuore che brama quel momento, che insiste, che chiama: speriamo che ordini qualcosa, non vedo l’ora di obbedirgli!

Persino una ribelle incallita come me si trasforma, davanti a Dio, in una schiava felice. Nessun precetto, nessuna minaccia di dannazione, né tanto meno nessuna promessa di paradiso, potrebbero ottenere da me la stessa dedizione. Non ubbidisco perché devo, ma perché farlo mi rende immensamente felice. Anzi, di più: farlo è la felicità stessa.

C’è una dolcezza nell’obbedienza a Dio che io non ho mai provato altrove in tutta la mia vita. Qualcosa che scioglie tutte le mie resistenze, che mi avvolge, e che mi rallegra. So come fanno i dervisci danzanti a roteare all’infinito: stanno solo ubbidendo al richiamo divino.

Uno dei motivi di questa gioia credo dipenda dalla certezza che, qualunque cosa Dio comandi, è per il nostro massimo bene. Lui sa esattamente di cosa abbiamo bisogno, molto meglio di noi. Nel mio caso, mi fa sentire come un naufrago ripescato dalla scialuppa dei soccorsi: tutto quello che i miei salvatori mi ordinano di fare, la eseguirò con la massima precisione possibile, delegando loro totalmente le dinamiche della mia sopravvivenza.

Insomma: completo affidamento. E in questo affidarmi trovo pace estrema ed estrema delizia. Che leggerezza nel cuore! Che consolazione nel corpo! Dormo beata come un neonato nella culla. Ho obbedito ai desideri del mio Amato: cosa potrei volere di più dalla vita?

Il tema dell’obbedienza non si esaurisce certo qui, al contrario si presta a infinite meditazioni a cui tutti i grandi maestri sufi hanno dedicato approfondimenti e dissertazioni. Ibn ‘Ata Allah ci ha lasciato quattro sentenze sull’argomento, diventate poi pietre miliari della metafisica dell’Amore.

Non Gli è utile la tua ubbidienza, e non Gli nuoce la tua disubbidienza: Egli ti comanda quella e ti proibisce questa per ciò che ne verrà a te.

Ti obbliga a servirlo, ma ti obbliga soltanto a entrare nel Suo paradiso.

Egli ha legato le ubbidienze a tempi determinati, perché non ti impedisca di compierle il rimandare: e ha stabilito il tempo con larghezza, perché ti resti una parte di scelta.

I frutti delle ubbidienze trovati in questa vita sono annunci, per chi li compie, che la loro ricompensa è nella prossima.

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