IBN 'ATA ALLAH – Parte seconda - DONI E TRIBOLAZIONI - jayyd news

IBN ‘ATA ALLAH – Parte seconda – DONI E TRIBOLAZIONI

Marta Irene Franceschini

Da sempre l’umanità si è interrogata sulle cause della sofferenza e ha cercato di elaborare tecniche e strategie per sopportarla. Nel corso dei secoli e dei millenni, gli esseri umani, e soprattutto gli strati più poveri delle popolazioni, hanno imparato ad accettare una certa dose di dolore come inevitabile, e a dare per scontato che fosse implicita all’esistenza.

Invece, a partire dal secondo dopoguerra, con la nascita delle cosiddette società del “consumo di massa”, ha cominciato a mettere radici l’ideale di una vita senza affanni, incentrata sul divertimento, sul piacere, sul possesso dei beni di lusso e sui viaggi esotici. E poco per volta, questo ideale si è trasformato in un presunto diritto.

La cultura della felicità, decisamente funzionale alle leggi del mercato globale, ha finito per vincere sulla consapevolezza del dolore, diventando un modello imperante e totalitario che trasforma i desideri in merce: si soffre perché mancano certe cose, molto spesso superflue, e ci si illude che la sofferenza cessi con l’ottenerle. Naturalmente, colmato un bisogno, se ne genera immediatamente un altro, procedendo lungo una spirale che si perde all’infinito.

Colpisce che, dopo un anno di crisi pandemica senza precedenti, l’insofferenza prevalente sia per la privazione dei divertimenti, invece che per il numero delle vittime. Nessuno è sceso in piazza a piangere e a protestare per i morti, bensì per il diritto allo shopping e all’aperitivo.

Sembra che l’uomo e la donna contemporanei non siano più capaci di trovare un senso alle tribolazioni, se non quello di essere degli odiosi intervalli allo stato di felicità ideale e costante a cui si sentono legittimati. Degli intoppi, degli ostacoli, degli incidenti sul percorso che, si spera, passino al più presto.

Settecento anni fa, il grande maestro Ibn ‘Ata Allah sosteneva, invece, l’esatto contrario. Credo che rileggerlo oggi, pur nella distanza temporale e culturale che lo separa da noi, possa offrirci una interpretazione alternativa dei tragici eventi che stiamo vivendo, e suggerire visioni salvifiche allo smarrimento dei nostri cuori. Dice infatti lo Shaykh:

Quando sopraggiungono le tribolazioni sono feste per i discepoli.

Ciò che è una disgrazia per l’uomo comune, diventa “festa” per il santo. La metafisica sufi capovolge il senso di tutte le cose, disegnando una realtà parallela, tuttavia sistematica e coerente. Pur abdicando l’approccio razionale, la simbologia dello spirito non rinuncia affatto alla logica, al contrario traduce la materia nella sua più vera e pura essenza, e la declina in una perfetta simmetria aulica.

Le vere illusioni sono le ragioni che regnano sulla terra, e che governano le azioni e i sentimenti della carne, dalle quali sarà bene distogliersi, sostiene Ibn ‘Ata Allah, peraltro insieme a tutti i mistici della storia. Bisogna svegliarsi dal sogno, per aprirsi alla vera vita: l’unica concretezza possibile non può che sconfinare nell’ossimoro dell’invisibile.

La privazione ti fa soffrire quando in essa non comprendi Dio.

In un gioco di specchi che ribalta costantemente la percezione comune dell’esistenza, la sofferenza diventa così strada maestra per giungere a Dio. Non si tratta, tuttavia, di un sacrificio fine a se stesso. Non è che Dio si diverte a vederci patire, al contrario. Il Divino dispensa ostacoli sul cammino che ci allontana dalla pace durevole del suo Amore.

Egli ha reso (il mondo) luogo e sorgente delle angustie, perché tu te ne distolga.

Egli sa che tu non accogli il semplice consiglio (di abbandonare il mondo), perciò ti fa gustare quanto ti facilita il separartene.

Egli ti fa soffrire a causa degli altri, affinché tu non riposi in loro: vuole strapparti da ogni cosa, perché nessuna cosa ti distragga da Lui.

Sempre procedendo sulla lama sottile del paradosso mistico, la fame serve per cercare il nutrimento perenne, la solitudine per gettarsi tra le braccia del vero Amico, la povertà per gustare quella ricchezza che non potrà giammai svanire.

Egli ti consola per non lasciarti nella desolazione e ti pone nella desolazione per non lasciarti nella consolazione. Poi ti strappa all’una e all’altra perché tu sia di Lui solo.

Può darsi che Egli, nel donarti, ti privi; e può darsi che, nel privarti, ti doni. Quando, nella privazione, ti apre la porta della comprensione, la privazione stessa diventa fonte di dono.

In altre parole, la vera natura divina è quella del dono. Siamo noi che non riusciamo sempre a riconoscere la generosità Celeste, che non sappiamo distinguere il Bene supremo dai suoi riflessi mondani.

Talvolta nelle tribolazioni puoi trovare in abbondanza ciò che non puoi trovare nel digiuno e nella preghiera: le tribolazioni sono il dispiegarsi dei doni.

Se vuoi che i doni giungano su di te, rendi vere in te la povertà e le tribolazioni.

Talvolta egli fa giungere su te le tenebre per farti conoscere il valore di ciò che ti dona: chi non conosce il valore delle grazie quando le trova, lo conosce quando vengono meno.

I tempi del Cielo non sono certo quelli della terra. Le cose non accadono secondo i desideri umani, bensì grazie ai decreti divini. E’ nel silenzio dell’attesa che la fede viene messa alla prova. “Sia fatta la Tua volontà” significa semplicemente smettere di dire “io voglio”.

Non ti sia motivo di disperazione se, nonostante l’insistenza della supplica, Egli tarda a elargire il dono. Ti ha assicurato di esaudirti in ciò che Egli sceglie per te e non in ciò che scegli tu: e nel tempo che Egli vuole, non in quello che vuoi tu.

Non ti faccia dubitare della promessa il non realizzarsi di ciò che ti è promesso, anche se ne era stato stabilito il tempo. Ciò offenderebbe la tua intellezione e spegnerebbe la luce della tua coscienza.

Non trovare tardo il dono da parte Sua: trova tardo l’andare da parte tua.

Non accusare il tuo Signore se tardi a ottenere ciò che hai chiesto; ma accusa te stesso perché tardi a comportarti bene.

La sventura delle sventure è che tu ti sia liberato dalle distrazioni e non ti diriga poi verso di Lui; e che siano diminuiti i tuoi ostacoli e tu non ti precipiti poi verso di Lui.

Ma doni e privazioni sono comunque i primi passi sulla Via. La fede di chi dipende dalla loro elargizione è una fede immatura. Il vero derviscio li supera e va oltre. Il suo unico obbiettivo è l’unione con Dio, tutto il resto non conta. Felicità o tribolazioni non fanno per lui alcuna differenza, non lo distolgono neanche per un secondo dalla sua concentrazione d’Amore. E’ questa la stazione dei santi.

Se, quando ti si dona, il dono ti consola e, quando ti si priva, la privazione ti rattrista, deducine che sei ancora un bambino e che manchi di sincerità nel tuo servizio.

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