IBN 'ATA ALLAH – Prima parte -Dalle creature al Creatore - jayyd news

IBN ‘ATA ALLAH – Prima parte -Dalle creature al Creatore

Marta Irene Franceschini

Ci sono opere che non solo assurgono al rango di indiscussi capolavori, ma diventano veri e propri fenomeni culturali di massa, passando di bocca in bocca, e di cuore in cuore, dai più alti cenacoli letterali alle vie e alle piazze dei mercati, senza soluzione di continuità.

E’ questo il caso delle “Sentenze” di Ibn ‘Ata Allah al-Iskandari, lette, tradotte e commentate da oltre sette secoli nelle più illustri accademie della terra, e al tempo stesso incarnate nella cultura popolare del mondo islamico sotto forma di proverbi, detti e canzoni, spesso tramandate da divulgatori ignari persino del nome del loro autore.

Decine di volte mi è successo di riconoscere nei discorsi o nei canti di devoti musulmani, magari storpiati o incompleti, gli aforismi del maestro: verità scalze, in cammino da settecento anni, in perpetuo itinere. Immagini folgoranti e adamantine che in effetti, una volta udite, diventano impossibili da dimenticare.

Se vuoi conoscere il tuo destino, guarda dove ti pone.

Vissuto in Egitto nella seconda metà del XIII° secolo (1259-1310), Ibn ‘Ata Allah fu giurista, Muhaddith (esperto di Hadith, le “tradizioni” del Profeta Muhammed), e terzo maestro spirituale dell’ordine sufi Shadhili.

Molto è stato scritto su di lui da autorevolissimi commentatori, che hanno analizzato, interpretato e giudicato il suo messaggio metafisico e spirituale, individuando correnti, influenze e matrici assai meglio di quello che potrei fare io. Mi limiterò, dunque, ad elencare qui i motivi che mi hanno fatto amare tanto questo testo, letto e riletto nel corso degli anni.

Il primo è la sua implacabile essenzialità. Talmente misurata è la scrittura, che sembrano contati anche i respiri. Ogni frase è tesa e diretta come una saetta che colpisce con precisione millimetrica l’obbiettivo. Nessun abbellimento, nessun artificio distoglie l’attenzione, nemmeno per un nanosecondo. Assente assoluta la ricerca stilistica, così come qualsivoglia intenzione lirica. Unica ragione delle parole sul foglio è l’essere inderogabili.

Niente ti muove come l’illusione.

Seppellisciti nella terra dell’oscurità. Quello che nasce da ciò che non è stato sepolto è immaturo.

E’ speranza quando è accompagnata dall’azione; altrimenti è velleità.

Un altro motivo di innamoramento è il taglio psicologico delle sentenze. Molti secoli prima che fosse coniato il termine “psicologia”, Ibn ‘Ata Allah era già un fine maestro nel campo. Le sue parole svelano l’animo umano come fosse un bimbo scoperto con le labbra sporche di marmellata. Inutile mentire, impossibile nascondersi. Non resta che ammettere a se stessi le umane miserie che ci distinguono.

Se ti comporti male, associati con uno che è peggio di te, e ti vedrai virtuoso.

Posticipare le proprie opere a quando si sarà liberi è una delle frivolezze dell’ego.

La gente ti ammira per quello che crede che tu sia. Tocca a te disprezzarti per quello che tu sai di essere.

L’autocompiacimento è fonte di ogni disubbidienza, insensibilità e tormento. L’insoddisfazione di sé di ogni obbedienza, attenzione e virtù. E’ meglio per te restare in compagnia di un ignorante scontento di sé, piuttosto che di un sapiente auto compiaciuto.

Quando c’è incertezza per te fra due cose, guarda qual’è più pesante per il tuo ego, e seguila: perché solo le cose giuste gli sembrano difficili.

Tu sei libero da ciò a cui rinunci, e servo di ciò che brami.

Diminuisci le cose che ti fanno felice, e diminuiranno quelle che ti rendono triste.

Se non vuoi vivere l’abbandono, non cercare protezione in ciò che non dura.

Veramente superbo è chi si attribuisce l’umiltà. L’umiltà infatti è sempre una grandezza, e se ci si attribuisce una grandezza, si è veramente superbi.

E’ molto strano che si scappi da ciò a cui non si sfugge, e si cerchi ciò che non può restare…

Chi non riconosce le benedizioni quando accadono, si ricorda di loro quando cessano.

Solo chi è capace di dimenticare sarà ricordato.

Ma è quando Ibn ‘Ata Allah parla di Dio che le mie ginocchia cedono. La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un testimone oculare, qualcuno che sa non perché ha appreso, bensì perché ha visto. La sua fede sembra l’orizzonte lontanissimo di un mare immobile, sola speranza del naufrago. Irraggiungibile forse, eppure unica certezza a cui tendere.

Le sue non sono rivelazioni inedite, i temi sono quelli ricorrenti nel sufismo e, allargando lo sguardo, potrebbero rientrare a buon diritto in un’idea di mistica universale che si innalzi oltre le diversità di tradizione e di culto.

Ma è il modo in cui le dice che fa ammutolire: nelle sue parole si avverte la Presenza, come la scia di profumo che permane nella stanza anche dopo che ne è uscito chi lo emanava. Qualcosa aleggia nell’aria, tra le righe. Prende posto nella pagina, si accomoda. Sfiora chi legge la sua testimonianza, e generosa si manifesta.

Quando Egli vuole manifestarti la Sua grazia, crea e attribuisce a te.

Chi è distratto, al mattino pensa che farà; chi è saggio, che cosa Dio farà di lui.

Evita di governare te stesso: ciò che l’Altro fa per te, non volerlo fare tu.

Non c’è respiro senza che Egli attui in te un Suo decreto.

Le azioni sono forme senza vita, ma la Presenza di una realtà interiore segreta è ciò che conferisce loro Spirito vitale.

Quando le illuminazioni divine giungono a te, sconvolgono le tue abitudini: “I re, quando entrano in un paese, lo devastano” (Corano 27:34).

Se non hai contemplato il Creatore, sei con le creature; se Lo hai contemplato, le creature sono con te.

Quando Egli ti rende estraneo alle Sue creature, sappi che vuole aprirti la porta della Sua intimità.

Non andare da una creatura all’altra: saresti come un asino alla mola; gira, e il punto verso cui si muove è il punto da cui parte. Ma vai dalle creature al Creatore…

Quando Egli ti pone sulle labbra una richiesta, sappi che ti vuole esaudire.

Non ti è amico se non chi lo è pur conoscendo la tua miseria. E tale non è se non il tuo Signore, il Generoso.

Non ami una cosa senza esserne schiavo: ed Egli non ama che tu sia schiavo di altri che non sia Lui.

Chi non si slancia verso Dio per le carezze dei Suoi benefici, sarà condotto a Lui dalle catene della prova.

Chi non ringrazia per i benefici, si espone a perderli; chi ringrazia, li lega a sé.

E’ raro che le illuminazioni divine non siano improvvise: perché i servi non pretendano di averle preparate.

La cosa migliore che tu possa chiederGli è ciò che Lui stesso ti chiede.

Il tuo desiderare che perduri ciò che è altro da Lui è la prova che non Lo hai ancora trovato; e il tuo rattristarti per la mancanza di ciò che non è Lui è la prova che non sei ancora giunto a Lui.

Se gli chiedi qualcosa, non ti fidi di Lui. Se lo cerchi, Gli sei lontano. Se cerchi qualcun altro, non sei abbastanza modesto. Se cerchi qualcosa da qualcun altro, Gli sei distante.

I devoti e gli asceti diffidano di ogni cosa, perché ogni cosa li distoglie da Dio: ma se Lo contemplassero in ogni cosa, non diffiderebbero di nulla.

Gli asceti, quando vengono lodati, ne sono desolati, perché vedono che l’elogio viene dalle creature. Coloro che hanno la conoscenza, quando vengono lodati ne sono consolati, perché vedono che ciò viene dal Re Verace.

Chi è sulla Via non dovrebbe parlare delle sue esperienze spirituali, poiché ciò facendo diminuirà il loro effetto sul suo cuore, e sminuirà la sua sincerità con Dio.

Non smettere le Invocazioni perché non riesci a sentirvi la Presenza di Dio, perché è peggio dimenticarti di invocarLo, che dimenticarti di Lui nell’invocazione.

Chi conosce il Verace Lo vede in ogni cosa; chi si annienta in Lui, allontana ogni cosa; chi Lo ama, nulla preferisce a Lui.

Quando ti accade di peccare, ciò non ti faccia disperare di giungere alla rettitudine con il tuo Signore. Potrebbe darsi che questo fosse l’ultimo peccato decretato per te.

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