MAWLANA RUMI – Parte 10 - Parlare con Dio. - jayyd news

MAWLANA RUMI – Parte 10 – Parlare con Dio.

Marta Irene Franceschini

L’intimità del dialogo mistico è il sacro segreto di ogni ascesi. Cosa accade nell’alcova di un cuore in preghiera non è rivelabile, se non al prezzo di inevitabili distorsioni e censure. Le porte del mistero restano aperte ai sentimenti, ma chiuse alla ragione, salvo rare eccezioni: sembra che gli unici che le possano varcare siano i profeti, i santi e i poeti.

Mawlana Rumi è uno di questi illuminati, esploratori dell’indicibile. La sua generosità lirica ci conduce, in punta di piedi, dentro agli spazi esclusivi e nascosti dell’incontro:

Ascolta le presenze dentro alle poesie,
lascia che ti portino dove vogliono.

Segui quegli intimi accenni,
e non lasciare più quei posti.

Colpisce innanzitutto il linguaggio estremamente confidenziale dei dialoghi, privo di qualsivoglia formalità: il tono è quello di un bambino che, nella penombra della cucina di casa, racconta “tutto” alla sua mamma.

Un bambino che ha appena smesso di piangere, e finalmente si apre e si confessa. Che svuota il sacco delle sue pene per giorni trattenute, che si libera dei dubbi e delle paure che hanno appesantito la sua anima. E che reclama con fiducia quell’abbraccio che sa essere la sola cura alla sua malinconia.

Lì, sul tavolo di questa cucina alchemica, si mescolano insieme alla semplicità della farina lampi improvvisi di presenza, epifanie che fanno lievitare il pane. “L’anima e la chiarezza luminosa siedono accanto”.

Versi che sembrano provenire da un altro mondo solcano la pagina come “fiori rossi martellanti che si aprono”, disegnando uno spazio poetico sacro, un’agorà mistica, dove chi legge è invitato a entrare. Si procede trattenendo il fiato, ammaliati dalla visione, increduli di poter assistere così da vicino alle esplicite effusioni di tali illustri amanti.

Rumi ci racconta un Dio “quieto, ma molto articolato”, che respira, che piange, che allontana e che abbraccia. Un Dio in cui non è necessario “credere”, basta smettere di credere in se stessi per trovarlo. Che prende ogni forma, ma che al tempo stesso resta indescrivibile. Un Dio che cerca chi lo sta cercando.

E quando finalmente lo fa parlare, si cade in ginocchio per ascoltare il dialogo amoroso poggiando l’orecchio sul petto di Rumi. E lì, si vorrebbe restare.

“Della tua pena ne faccio medicina.
Col fumo del tuo camino, io disegno nuove costellazioni.

Racconto ogni cosa, ma non la dico,
perché, amico mio, è meglio
che il tuo segreto sia detto da te”.

LA STRADA BLOCCATA

Vorrei sapere cosa vuoi.
Blocchi la strada e non mi dai tregua.
Tiri le redini da una parte, e poi dall’altra.
Ti comporti freddamente, mio caro!
Capisci cosa sto dicendo?

Finirà mai questa notte di parole?
Perché sono ancora timido e imbarazzato davanti a te?
Tu sei migliaia. Tu sei uno.
Quieto, ma molto articolato.

Il tuo nome è Primavera.
Il tuo nome è vino.
Il tuo nome è la nausea
provocata dal vino.

Tu sei i miei dubbi
e i punti luminosi
nei miei occhi.

Tu sei ogni immagine, e tuttavia
ho nostalgia di te.

Posso venire lì?
Dove il cervo batte il leone,
dove chi sto cercando, sta
cercando me?

Questo tamburo e queste parole continuano a battere!
Lascia che si sfascino contro la loro apparenza,
nel silenzio.

TU CHE…

Tu che sciogli lo zucchero, dissolvimi,
se questa è l’ora.
Fallo piano, con un tocco leggero, o con uno sguardo.
Ogni mattina aspetto all’alba. Perché
una volta è successo in quel momento. Oppure fallo
improvvisamente, come un’esecuzione. Come potrei
preparami meglio alla morte?

Tu che respiri senza un corpo come una fiamma.
Tu che piangi, e mi fai sentire più leggero.
Tu che mi allontani con un braccio,
ma questo tenermi lontano mi tira dentro.

UNA COLOMBA SUI TETTI

Quando premo la mia mano sul mio petto,
è il tuo petto.

E adesso mi stai grattando la testa!

A volte mi metti nel recinto
con gli altri cammelli.

A volte davanti alle truppe,
come comandante. A volte mi bagni
con la bocca come fai col tuo sigillo,
prima di decretarne il potere.

A volte mi trasformi
nel semplice battente di una porta.

Prendi il sangue e lo rendi sperma.
Prendi lo sperma e crei un animale.
Usi l’animale per far evolvere l’intelligenza.
La vita continua a produrre altra vita.

Tu mi sposti gentilmente
come il suono di un flauto fa alla colomba
sui tetti.

Con la stessa melodia
mi richiami indietro.

Mi spingi a partire per molti viaggi.
Poi mi ancori a terra, immobile.

Io sono acqua. Io sono la spina
che strappa i vestiti a qualcuno.

Non m’importa di panorami meravigliosi!
Voglio solo restare in tua presenza.

Non c’è niente in cui “credere”.
Solo quando ho smesso di credere in me stesso
sono giunto a questa bellezza.

Ho visto la tua lama e ho bruciato il mio scudo.
Ho volato su seicento paia di ali come Gabriele.
Ma ora che sono qui, a cosa mi servono le ali?

Notte e giorno ho protetto la perla della mia anima.
Ora in questo oceano di correnti perlacee,
non so più qual’era la mia.

Non c’è modo di descriverti.
Ripeti queste parole così tenacemente,
da farmi arrivare oltre
la mia stessa commozione.

PERCHE’ SONO COSI’ FORTUNATO?

Tu continui a uscire dal mio petto
diventando visibile, cantando canzoni,
raccontando storie intricate.

Un tuo respiro, e un universo
si rivela. Tu lavi il mondo.
Tu leghi la corda al mio dito.

Ma perché io sono così fortunato,
mentre Tizio e Caio in ogni luogo
hanno le case devastate dai ladri,
e i loro corredi profumati rubati?

Ora guidi una processione al cimitero
come se fosse un giardino.
Tu gridi: “Alzatevi e danzate”
e loro lo fanno, i vecchi morti, quelli recenti,
così felici di essere di nuovo nell’aria,
le tombe che sembrano una piazza del mercato,
durante le feste.

Non dico queste cose
per sembrare un visionario o uno spirituale.
Le ho viste accadere in modi che non posso esprimere.

Metti sempre alla prova una dichiarazione risonante.
Se qualcuno dice “ho lasciato tutto ciò”,
guarda se la camicia è strappata sulla schiena.

Dì all’uomo di parole di smettere di parlare,
e ascolta il dolore che prova un amante.

Sii spietato nella tua ricerca,
perché tu sei quello che tu stai cercando.

TAMBURO

In questo momento martellante di fiori rossi che si aprono
e grappoli d’uva che vengono schiacciati,
l’anima e la chiarezza luminosa siedono accanto.

Tutto quello che il desiderio vuole è il gusto di te,
due piccoli villaggi in una valle di montagna
dove ognuno brama la presenza.

Ci facciamo avanti.
E la strada appare.

Tu dici: “Sono più compassionevole
di tua madre e tuo padre.

Della tua pena ne faccio medicina.
Col fumo del tuo camino, io disegno nuove costellazioni.

Racconto ogni cosa, ma non la dico,
perché, amico mio, è meglio
che il tuo segreto sia detto da te”.

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