DONNE SUFI – Terza parte - LALLA DED - Un grido senza freni. - jayyd news

DONNE SUFI – Terza parte – LALLA DED – Un grido senza freni.

Marta Irene Franceschini

Una delle metafore più eloquenti per descrivere il cammino mistico è quella della montagna: qualunque sia il punto da cui si parte, si giunge alla medesima meta. Le distanze e le differenze che separano i vari percorsi alla base del monte si riducono man mano che si sale, fino a congiungersi nell’unicità della vetta. In altre parole, più grandi sono i santi, più sono universali.

E’ questo il caso di Lalla Ded (letteralmente “grande madre, utero”), mistica vissuta nel Kashmir del XIV° secolo, venerata dai devoti indù come Lalla Yogini, amata da quelli musulmani come Lalla ‘Arifa, inclusa tra i grandi maestri del sikkismo da Guru Nanak, e ammirata anche da molti Lama buddhisti del subcontinente. La sua spiritualità è stata capace di sconfinare oltre qualsiasi pretesa di monopolio religioso.

Le 258 poesie a lei attribuite (vakh, “detti, sentenze, aforismi”), tramandate soprattutto oralmente per oltre sette secoli sotto forma di canzoni, proverbi e preghiere, sono diventate emblema dell’identità culturale kashmira; manifesto del movimento ascetico indiano conosciuto come “bakhti” (letteralmente “devozione”), importante corrente spirituale che per secoli si è opposta al sistema delle caste, e ad ogni altra forma di discriminazione sociale, politica, religiosa e linguistica; fonte ispiratrice dell’ordine Rishi del sufismo kashmiro, iniziato dallo Shaykh Naruddin Wali (1379-1442) ed esportato nei secoli successivi in tutto il subcontinente dai numerosi discepoli che hanno sempre considerato Lalla Ded come la fondatrice della confraternita, nonché lettura di riferimento per mistici di mezzo mondo, tradotta in moltissime lingue fino ai nostri giorni.

Nata in una famiglia di brhamini all’inizio del XIV° secolo, Lalla viene maritata, secondo il costume dell’epoca, all’età di dodici anni a un marito insensibile e crudele. Dopo quattordici anni di abusi e sofferenze, abbandona il matrimonio per diventare discepola di Siddha Srikantha, eminente guru shivaita, dal quale riceve l’iniziazione alla via ascetica.

Ma il suo è un destino solitario. Terminato l’apprendistato iniziatico, Lalla infatti prosegue da sola per le vie del mondo, come mendicante itinerante. Una giovane donna che rivendica la propria autonomia sociale e spirituale nell’India del XIV° secolo non deve aver avuto vita facile, e sappiamo dai suoi versi che subisce per questo molte persecuzioni. Ma insulti, maledizioni e offese sono per lei come “latrati” di cani: “non potrebbe importarmi di meno. Io tiro dritto, imperturbata”.

Lalla vive nei boschi, osserva il digiuno, pratica la meditazione e danza nuda cantando l’estasi dell’amore divino. Non è l’unica a farlo: le strade dell’India medievale sono percorse da un movimento ascetico femminile che indossa la nudità come abito monacale. E’ una scelta audace e rivoluzionaria, che sfida il concetto di peccato dettato dalle leggi patriarcali, a favore di una sacralità naturale che non teme né scandali, né pregiudizi. La spoliazione del corpo corrisponde a quella ben più essenziale di ogni anima in cerca di illuminazione.

Danza Lalla, senza addosso nient’altro
che l’aria. Canta Lalla,
vestita di cielo.

Guarda lo splendore del giorno! Quali abiti
potrebbero essere altrettanto belli,
o più sacri?

Il mio maestro mi ha insegnato una cosa:
vivi nella tua anima.

Da quando ci sono riuscita,
ho cominciato a girare nuda,
e a danzare.

Ora, finalmente, come vestiti,
ho trovato Te e la libertà.

Non essere così veloce a condannare la mia nudità.
E’ uomo chi trema davanti alla presenza.
Ma sono veramente in pochi.
Perché dunque non dovrei spogliarmi
quando la sola cosa che esiste è l’anima?

Lalla è una grande maestra di meditazione. Le sue poesie sembrano un manuale di segrete pratiche ascetiche raccontate con la semplicità e l’innocenza di una bambina, unite alla saggezza e al mistero di una figura angelica. La sua è testimonianza mistica distillata e assorbita dai versi. La tensione epifanica della sua esperienza umana, tradotta in poesia con essenziale precisione, si spinge fino al limite massimo del dicibile, per fermarsi in punta di piedi solo sulla soglia del mistero inviolabile.

Medita dentro all’eternità,
non stare nella tua mente.

Con pratica appassionata
tengo strette le redini della mia mente
e faccio del respiro una colonna.

Allora, il chiaro nettare
della luna nuova discende in me,
e il niente si versa nel Niente.

La meditazione e l’autodisciplina
non sono tutto quello che ti serve, nemmeno
una profonda mancanza basta per attraversare
la porta della libertà.

Puoi anche dissolverti in contemplazione,
come il sale fa nell’acqua,
ma c’è qualcosa di più
che deve succedere.

Medita, e diventa umile.
Tieni d’occhio la rabbia,
e riduci la volontà in cenere.

Studia ciò che sta in basso, Lalla,
è questa la vera realizzazione.

Ci sono certi demoni pericolosi
per la tua anima: l’avidità, la rabbia.
Ma c’è un modo per ucciderli.

Nutrili solo di meditazione
e pura coscienza, e vedrai
l’illusione di ciò che controllano.

Se io potessi controllare i canali del mio respiro,
se io potessi operare su di me una precisa chirurgia,
potrei toccare la sostanza della consapevolezza.

Uno dei punti su cui Lalla insiste con passione è l’importanza della consapevolezza nel cammino spirituale, arrivando a identificarla con la Via maestra: “L’unica offerta che puoi fare a Dio è la tua crescente consapevolezza”. Immergersi “nell’oceano dell’esistenza”, cioè diventare cosciente, coincide infatti con l’agognata meta: conoscere se stessi equivale a incontrare il proprio sacro interiore, ovvero, in ultima analisi, Dio. Per questo, dice Lalla, sarà un “magnifico” risveglio.

Notte e giorno, sii consapevole
in ogni respiro,
e vivi lì.

Alcuni abbandonano le loro case.
Altri abbandonano gli eremitaggi.

Tutta questa rinuncia non serve a niente,
se non sei profondamente cosciente.

Studia il mistero che incarni.
Stai qui.

Le persone inconsapevoli leggono le scritture
come pappagalli che ripetono Ram Ram,
chiusi nelle loro gabbie.

E’ una finta conoscenza.
Leggi piuttosto, insieme a me, ogni
momento vissuto come una profezia.

Quando vedi te stesso
e qualcun altro
come un solo essere.

Quando sai che il giorno più bello
e la notte più terribile
sono un solo momento, allora

la consapevolezza diventa cosa sola
col suo Signore.

Magnifico, questo diventare
sempre più sveglia.

Per Lalla è la coscienza l’unica religione possibile. Le diversità di fede, i rituali, le divinità stesse non sono che pallide ombre della Realtà Unica. L’Unione col Divino travalica qualunque definizione del sacro, restando inafferrabile come la memoria di un sogno improvvisamente cancellato dal risveglio, come un grido che esce inconsulto dal petto, uno starsi dentro che non muore mai.

Non parlare di religioni diverse.
La realtà assoluta è ovunque,
non solo negli indù o nei musulmani,
né in nessun altro! Renditi conto:

è la tua consapevolezza
la verità su Dio.

In questo stato non c’è Shiva,
né nessun’altra unione sacra.

Solo qualcosa che si muove in qualche modo,
come un sogno su una strada che scompare.

Nessun rituale,
nessuna religione
è necessaria.

Basta solo che gridi
un grido senza freni.

Il sé dentro al sé. Tu non sei nient’altro che me.
Il sé dentro al sé. Io sono solo Te.

Ciò che siamo insieme
non morirà mai.

Il linguaggio poetico di Lalla entra in chi legge come una freccia che centra il bersaglio. Affonda deciso, senza tentennamenti, e va dritto al punto. C’è qualcosa di irresistibile nella sua essenziale semplicità, qualcosa di inspiegabilmente decisivo e potente. I suoi versi sprigionano profumo di eternità, di sorgente perenne, di deserto. Sono cristallini come diamanti, e ruvidi come sassi. Nulla manca, e nulla eccede. Pare impossibile che siano preceduti da un prima, o seguiti da un dopo, sembrano incollati al presente da oltre settecento anni. Eppure, privi della benché minima traccia di invadenza: Lalla c’è, senza volerci mai essere.


Qualunque cosa faccia, la responsabilità è mia,
ma come chi coltiva un orto
ciò che deriva da quello che faccio, il frutto,
sarà per gli altri.

Nuda Maestra di verità e poesia, prende dimora nei cuori di chi legge, e lì felicemente resta.

Non mi sono fidata per un momento
del vino della mia poesia,
ma l’ho bevuto comunque.

Mi ha dato il coraggio di afferrare
le tenebre e tirarle giù
e farle a pezzi.

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