DONNE SUFI – Seconda parte - Al mercato del Nulla. - jayyd news

DONNE SUFI – Seconda parte – Al mercato del Nulla.

Marta Irene Franceschini

Il velo che copre il mondo femminile non è fatto di stoffa, ma di oblio. La narrazione patriarcale prevalente sull’intero pianeta ha reso subalterne le figure femminili in tutti i campi, cancellando sistematicamente la loro importanza e il loro contributo all’evoluzione dell’umanità. La storia degli esclusi, che solo da pochi decenni è diventata materia di studio, ha il compito di riempire proprio quel silenzio accademico che ha sepolto le vite e le opere delle donne, nel corso dei secoli, ad ogni latitudine della terra, pur se in modi e gradi diversi.

La mistica islamica non è esente da questo fenomeno di rimozione collettiva, e dunque è più che mai doveroso un meticoloso lavoro di ricostruzione a posteriori che renda giustizia al fondamentale tributo femminile nel campo, fin dai suoi primissimi esordi: donna fu la prima musulmana della storia (Khadija, prima moglie del Profeta), donna la prima martire dell’Islam (Sumayyah bint Khabbat), e donna la prima grande mistica, Rab’ia, di cui ci siamo occupati nell’articolo precedente.

Lo stesso Corano è l’unico testo sacro (per lo meno di mia conoscenza) che si rivolge costantemente ed esplicitamente ad entrambi i generi, anticipando di 1400 anni le recenti scelte linguistiche volte a rappresentare il femminile invece del solo maschile generalizzato, e lo fa per oltre 600 pagine, con tale e ripetuta insistenza da non lasciare dubbi sull’importanza del messaggio. Eccone un esempio:

“…i credenti e le credenti, gli uomini pii e le donne pie, gli uomini sinceri e le donne sincere, gli uomini pazienti e le donne pazienti, gli uomini e le donne che temono Dio, gli uomini e le donne che sono caritatevoli, gli uomini e le donne che digiunano, gli uomini casti e le donne caste, gli uomini e le donne che invocano Dio: ecco coloro per i quali Dio ha preparato misericordia e ricompensa senza limiti.” (XXXIII:35)

Se è vero che Rab’ia è l’unica santa musulmana a raggiungere le vette del sufismo, da un’attenta analisi delle fonti storiche sembra che in realtà la Shaykha non fosse affatto sola. Soprattutto nei primi secoli dell’Islam, l’ambiente sacro era pervaso da un’intensa presenza femminile, a cui personaggi di tutti i ranghi si rivolgevano incessantemente per ricevere insegnamenti, benedizioni, e conforto.

Le testimonianze di questi incontri, raccontate da maestri emeriti del calibro di Mawlana Rumi, Ibn ‘Arabi, Fariduddin Attar, il poeta persiano Jami, lo storico Ibn al-Jawzi,il filosofo Al-Sha’rani, solo per citarne alcuni, ci permettono di tracciare con discreta precisione alcune caratteristiche di queste sante dimenticate, o meglio cancellate dalla memoria storica ufficiale.

Donne di tutte le età, molte schiave liberate, altre pazze o ritenute tali, vestite di stracci, dedite alla povertà assoluta, al digiuno incessante, alla preghiera, che rifiutano i ruoli sociali previsti per vivere sole, nei deserti o nelle foreste, come dervisce itineranti, argute, colte, ironiche, coraggiose, spesso a capo di confraternite o piccole comunità tutte femminili, che tengono testa a potenti Shaykh, che dibattono su questioni altamente spirituali, che salvano vite, scrivono poesie, e fanno miracoli.

Il pianto è un elemento costante, inconsolabile, torrenziale, che può durare trent’anni o una vita intera, talmente copioso da provocare la cecità, e in molti casi, la morte. Sembrano le lacrime di un diluvio universale che travolge non l’individuo ma l’umanità tutta.

Di alcune si racconta un singolo episodio, di altre si ricordano pochi versi di preghiera, di altre ancora non rimane neppure il nome, fantasmi incontrati lungo il cammino, di cui tutto è andato perduto tranne qualche scintilla della luce che hanno emanato. Mancano le date, i luoghi, i riferimenti, sono soggetti completamente ignorati da uno sguardo storico. Prese singolarmente queste dervisce sprofondano nel vuoto culturale che le ha sommerse, come pallidi segni sullo sfondo, incapaci di rientrare nelle regole (patriarcali) del gioco.

Tuttavia, se si allarga lo sguardo all’insieme del fenomeno, al senso corale della loro presenza, al loro significato collettivo, ecco che appare in controluce una trama vivida e netta, un disegno nuovo e splendente, simile a quelle immagini tridimensionali che l’occhio improvvisamente riconosce fissando un’anonima pagina di puntini colorati.

Si ha l’impressione di trovarsi davanti a una santità liquida, capace di occupare spazi inattesi, così come di adattarsi alle insenature e alle pieghe della vita con la naturalezza propria dell’acqua. Capace di conquistare libertà ancora oggi interdette, di scavalcare con un balzo le prigionie sociali, per sconfinare in un’umanità in cui ciò che conta veramente non è l’appartenenza di genere, bensì la purezza del cuore.

Un giorno un gruppo di Maestri sufi si trovò in disaccordo per stabilire in che cosa consistesse la santità. Dopo lunghe ore di discussione, decisero di porre fine al dibattito rendendo visita a una donna della tribù di Bani’Adi che si chiamava Amat al-Jalil, che a quel tempo era nota per il suo cammino spirituale. Quando i Maestri bussarono alla sua porta, furono subito ricevuti, e la misero al corrente della loro disputa, chiedendole il suo parere. Dopo averli ascoltati Amat dichiarò: “La santità rende la persona talmente assorta e impegnata in Dio che non si lascia distrarre dal mondo. Perciò i santi non hanno bisogno di nulla. Se qualcuno cerca di farvi credere che un santo ha prestato attenzione ad altre cose oltre a Dio, sta certamente mentendo”.

Umm ‘Alì Fatima, insieme al marito Ahmed, era discepola del maestro Bayazid Bastami (morto nel 877 d.C.). Quando andavano a trovare lo Shaykh, Fatima, per nulla imbarazzata, si toglieva il velo, si sedeva di fronte a Bayazid e conversava apertamente con lui. Il marito Ahmed, ingelosito da questi atteggiamenti della moglie, la rimproverò: “Come puoi mostrarti così sfrontata con Bayazid? Perché ti prendi tante libertà con lui?”.
Fatima rispose: “Tu sei solo il confidente e compagno della mia parte fisica, mentre Bayazid è il mio confidente spirituale, la mia guida mistica. Tramite te, soddisfo il desiderio fisico, tramite lui raggiungo Dio. Lo dimostra il fatto che lui può fare a meno della mia compagnia, mentre tu no”.
Fatima continuò a comportarsi con Bayazid liberamente fino al giorno in cui questi, vedendo una macchia sulla sua mano, le chiese: “Perché hai messo dell’hennè sulle mani?”
Allora la donna rimproverò lo Shaykh dicendo: “O Bayazid, finché non vedevi la mia mano e l’hennè, mi sentivo a mio agio con te, ma ora che hai notato le mie mani, la nostra relazione diventa illecita.” E non ci tornò mai più.

Un giorno Umm Harun lasciò il suo villaggio con l’intenzione di recarsi in un posto. Durante il cammino incontrò dei bambini che giocavano. Uno di loro disse agli altri: “Picchiatela!” Interpretando il fatto come un’ammonizione divina, Umm Harun si gettò a terra, e picchiò di proposito la testa contro una pietra in modo così violento da farla sanguinare.

Bahriye ‘Abedeh convocava spesso riunioni religiose ed era esperta in giurisprudenza. Quando parlava, si agitava molto e tremava. Diceva: “Quando il cuore abbandona le passioni, entra in stretto contatto con la Conoscenza e nel ricercarla, sopporta con piacere ogni cosa”. Praticava sempre il digiuno, e si narra che una volta visse quaranta giorni cibandosi solo di un pugno di ceci.

Al mio arrivo a Yamameh, ho notato che la gente tendeva a dirigersi verso una certa zona della città. Spinto dalla curiosità seguii le persone fino a una casa dove viveva una donna anziana, vestita con abiti pesanti, circondata da persone a cui dava udienza. Si chiamava Barakeh ‘Abedeh, ed era considerata una santa…

Tohfeh era una giovane schiava che girava di paese in paese, raccontando storie. Era sempre in estasi, trasportata da sé stessa e dall’amore per il Divino. Non conosceva né sonno, né cibo e passava giornate e notti intere a piangere e a lamentarsi. Era talmente debilitata che la mandarono in manicomio. Un giorno uno Shaykh in visita all’istituto la notò e, incuriosito, la interrogò. E lei gli rispose così: “O gente, non sono pazza ma ubriaca! Il mio cuore è lucido e vede bene. Il solo peccato, l’unico mio crimine è quello di essere stata la Sua amante, rapita dall’amore per l’Amato che non lascerò mai! La vostra idea di virtù è per me depravazione, ciò che voi chiamate corruzione è per me virtù. Chiunque ama il Signore dei Signori e Lo sceglie senza secondi fini è immacolato, e non commette alcun peccato”.

Una volta sentii parlare di una donna che chiamavano Hasaneh, che abbandonò i piaceri effimeri di questo mondo per dedicarsi esclusivamente alla devozione. Durante la notte pregava e di giorno faceva il digiuno. Essendo molto graziosa, fu incoraggiata a trovarsi un marito. Rispose: “Prenderò in considerazione l’idea se riuscirò a trovare un uomo che abbia un temperamento ascetico tale da non distrarmi con le cose terrene. Però riconosco che non sarà facile trovare una persona simile. Se riuscissi a incontrare un uomo che digiuni e mi incoraggi a farlo, che pianga e mi inciti in questo senso, che elargisca elemosina e mi spinga ad essere caritatevole, sarebbe bello e, in questo senso, sarei pronta a sposarmi. Altrimenti, grazie, ci rinuncio”.

Si diceva che Rahmat ‘Abedeh avesse una predisposizione per la lotta spirituale. Quando le si chiedeva di essere meno severa verso la propria anima e verso sé stessa, rispondeva: “Non posso: ora è il momento di calpestare l’anima carnale e di disciplinarla!”

Zobeyde era una mistica e una poetessa che possedeva molte lodevoli virtù (Iran, XIX secolo). E’ stato detto che in quel tempo nessuno godeva di tanta popolarità e rispetto come lei. Scriveva con lo pseudonimo letterario di Jahan, e la sua ultima opera la produsse all’età di 80 anni. Ecco alcuni suoi versi famosi: “Sei un amante?/Allora impazzisci!/Desideri l’unione?/Ricerchi la realizzazione perfetta?/Allora distruggi il tuo io egoista.”

Shakina Begum era una poetessa mistica di Shiraz che firmava i suoi versi con lo pseudonimo “Effat” (la Pura). Era considerata una delle più eminenti in materia di conoscenza gnostica.

Zojleh ‘Abedeh era una ex-schiava originaria di Basra che passava le giornate in riva al fiume a lavare la biancheria degli altri. Con gli anni la sua pelle si era fatta nera a causa del digiuno ed infine divenne cieca per i pianti continui e le preghiere incessanti. Invitata dai suoi discepoli a prendersi più cura di sé, così rispondeva: “Quello che so della mia anima carnale mi ferisce talmente il cuore da farmi desiderare, in nome di Dio, di non essere mai stata creata, e di non essere meritevole di venire ricordata!” Da molti era considerata la persona più erudita della Siria e dell’Iraq.

…Mi diressi verso il luogo da dove sembrava giungere la voce e vidi una donna sottile come un giunco e consumata dal fuoco. Indossava una lunga tunica di lana e un velo nero fatto di crine. Sembrava essere logorata dagli sforzi, stremata dalla tristezza, svuotata della sua essenza d’amore e ferita a morte dalle emozioni spirituali. All’improvviso la sentii esclamare: “Ti imploro, Tu che possiedi lo splendore, rimuovi ogni ostacolo che impedisce l’incontro con Te, perché la vita mi è diventata insopportabile!” A quel punto la donna cadde a terra, morta. Accorse della gente ed io chiesi loro il nome della giovane. Qualcuno rispose: “Non hai mai sentito parlare di Zahra la Pazza, l’assetata di Dio? Da 20 anni tutti credevano che fosse pazza, ma in realtà è morta d’amore per il suo Dio”.

Zaynab, originaria di Baghdad era una donna pia, dotata di molto talento e virtù, che predicava e insegnava alle donne giurisprudenza e letteratura.

C’era una donna di nome Salmuneh che abitava ad Abadan che nutriva per Dio un amore travolgente. Durante il giorno si nascondeva perché nessuno la vedesse. La notte saliva sul tetto della sua casa e pregava piangendo fino al mattino: “Mio Signore e Padrone, tu mi hai privata della ragione, fa che io rifugga da tutto il resto per cercare solo Te!”

Sha’vaneh era una donna persiana che viveva a Obollah sulle rive del Tigri. Asceti, uomini di grande pietà e sufi avevano l’abitudine di assistere alle sue riunioni. Quando sentiva pronunciare il nome di Dio, le lacrime cominciavano a scorrere dai suoi occhi come un temporale.

Shams, conosciuta come “la Madre dei poveri”, viveva a Marachena degli Ulivi, dove andavo spesso a renderle visita (chi parla è Ibn ‘Arabi). Tra coloro che sono sulla Via Spirituale, non ho mai incontrato nessuno che avesse una tale padronanza della propria anima. Le sue pratiche e le sue rivelazioni dei misteri erano impareggiabili. Aveva un cuore forte e puro, nobile energia spirituale e un grande discernimento.

Aisha di Neishapur fu, tra i contemporanei, la più ardente nel culto di adorazione e nel timore reverenziale di Dio. Nessuno la superò nella realizzazione spirituale. Diceva: “Chi tratta con disprezzo gli schiavi non conosce davvero il suo Maestro. Chi ama Dio, ama le Sue opere”. Morì nel 968.

Aisha di Damasco fu una delle più celebri mistiche del decimo secolo dell’Egira (XV° secolo d.C.) Fu l’autrice del celebre commento “Le allusioni nascoste nei livelli sublimi”.

Atekeh Ganuyeh era una donna di origine beduina, proveniente dall’Africa del Nord, fervente devota. Diceva: “Nel cuore di chi cerca davvero, la dolcezza di un’ora di obbedienza a Dio, supera tutte le gioie e i piaceri del mondo”.

Obeyde di Basra era una mistica che pianse per 40 anni fino a diventare cieca. Invitata a prendersi cura di sé stessa, rispondeva: “Qualsiasi sia la mia condizione, mattina e sera non fa differenza per me”. Di lei è stato scritto: “Ho incontrato molti anziani e molti giovani, molte donne e molti uomini ferventi amici di Dio, ma non ho ancora visto una donna o un uomo più saggi di Obeyde”.

Fakhr An-Nesa (la gloria delle donne) viveva a Konya all’epoca di Mawlana Rumi, col quale aveva un rapporto spirituale intimo e intenso: i due santi comunicavano spesso attraverso la telepatia…

Fatima di Baghdad, conosciuta anche col nome di Umm Zeynab, era competente come giudice, giurista, insegnante, erudita, devota, asceta e sufi. Teneva molti sermoni in pubblico e dirigeva un piccolo gruppo di donne istruite da lei.

Grande mistica dell’epoca fu Fatima di Neishapur. Lo stesso Bastami era un suo discepolo e così la descriveva: “In tutta la mia vita non ho visto una donna o un uomo spiritualmente perfetti come Fatima di Neishapur. Ella raggiunse tutti i traguardi dell’anima meglio di me e quando parlavo di qualche argomento spirituale, lei dimostrava in proposito una conoscenza personale che deriva da una visione interiore”.

Fakhriye era una delle più grandi maestre sufi della sua epoca. Una volta rimase in piedi per 40 giorni alla porta della moschea di Gerusalemme. Morì nel 1352.

Mama Esmat era la regina delle donne mistiche dei suoi giorni, molto celebre e riverita per la sua santità. I principi e i nobili avevano la massima fiducia in lei e le riservavano una cieca devozione: era un esempio vivente di comportamento che attirava tutti, dai nobili alla gente comune. Raggiunse dei gradi spirituali molto alti e realizzò stati mistici meravigliosi. Quando era in preda ai rapimenti estatici, scriveva anche poesie. Eccone una: “Entro in questa povertà/come una mendicante,/senza capitale./Le perle e i gioielli li vendo/al mercato del Nulla.”

Maryam di Basra, ogni volta che veniva nominato l’argomento dell’Amore, sveniva. Morì durante un’assemblea spirituale, mentre il predicatore faceva il suo sermone sull’amore…

Mo’Aze Adaviye faceva fino a 600 prostrazioni ogni giorno…

Meymune Siyah, di razza nera, era una donna saggia e folle al tempo stesso.Un giorno mi misi in cammino verso Kufe per trovarla. Gli abitanti mi dissero che viveva nel deserto. La vidi mentre stava pregando. Aveva davanti a sé un bastone ed era vestita con un semplice abito di lana, su cui erano ricamate queste parole: “Non comprerò né venderò mai niente”. Il suo gregge era composto di pecore e di lupi, che vivevano in pace tra loro…

Nafise nacque alla Mecca, ma poi emigrò in Egitto. Era molto stimata per la sua santità e per i poteri carismatici di cui era dotata. Morì nell’825. Si racconta che quando giunse l’ora di morire, Nafise stesse digiunando, mentre tutti cercavano di convincerla a interrompere il digiuno. Queste furono le sue ultime parole: “Che strana richiesta! Sono 30 anni che desidero incontrare Dio durante il digiuno: e voi mi dite che è ora di romperlo? No, non è proprio possibile!”. Nafise aveva già fatto scavare la sua tomba e su di essa aveva recitato tutto il Corano 6000 volte. Alla sua morte avvenuta in Egitto ebbe funerali di stato. La gente era corsa dalle città e dai villaggi più lontani per commemorarla. In ogni posto c’erano candele accese, e in tutte le case si sentivano pianti e lamenti in memoria della defunta. Una folla immensa sfilò davanti alle sue spoglie: una cosa simile, in Egitto, non si era mai vista prima…

Mansur Hallaj aveva una sorella che sosteneva di essere pari agli uomini nella ricerca mistica seguita dai sufi. Era bella. Quando giunse a Baghdad nascose metà del suo viso con un velo e lasciò l’altra metà scoperta. Un passante la vide e le chiese: “Perché non copri tutto il volto?”. “Se sei in grado di mostrarmi un uomo intero io mi coprirò tutto il volto”, fu la sua risposta.

La figlia di Abu’l Hasan Makki era una donna meravigliosa che, in materia di devozione, era perfino più pura di suo padre. In realtà, nonostante volesse rimanere nell’anonimato, era molto famosa…

Mentre viaggiavo da Gerusalemme all’Egitto vidi una persona venire da lontano e sentii il desiderio di farle una domanda. Quando si avvicinò mi accorsi che si trattava di una vecchia che portava un bastone e indossava una tunica di lana. Le chiesi da dove veniva, ed ella rispose: “Da Dio”. “E dove vai?”. “Verso Dio”, fu la sua risposta.

Un giorno volli conoscere una donna che viveva sulle montagne di Maghattam, perché mi era stato detto che era devota di Dio…

Mi era stata fatta la descrizione, in termini lusinghieri, di una donna pia con inclinazioni ascetiche, celebre per la perseveranza e per la lotta sulla Via dei sufi. Mi recai dunque da lei e scoprii che abitava in un convento in rovina, dove trascorreva le giornate tra digiuni e preghiere.

Nel corso di uno dei miei viaggi nel deserto, feci la conoscenza di una santa donna. Quando mi vide, dopo i saluti, mi chiese: “Da dove vieni?”. Risposi: “Da un luogo abitato da un saggio che non ha eguali”. Allora esclamò: “Come hai potuto lasciare un compagno così prezioso?”.

Mentre camminavo sulle montagne di Antiochia incontrai una fanciulla vestita di una abito di lana grezza, che sembrava pazza…

Un giorno, mentre passeggiavo, vidi una fanciulla di razza nera alla quale un gruppo di ragazzi stava tirando dei sassi, chiamandola “l’infedele che pretende di aver visto Dio”. “Che cosa ti dicevano quei ragazzi?”, le chiesi. “Che cosa dicevano?”, chiese a sua volta. “Dicevano che tu affermi di aver visto Dio”. “Sì, è vero”, confermò, “infatti da quando l’ho conosciuto non ho più messo il velo”.

Durante un viaggio, mentre camminavo, incontrai una donna a cui chiesi quale fosse lo scopo ultimo dell’Amore. “Uomo di poca fede!”, replicò, “l’Amore non ha scopo, né primo né ultimo!”. “Perché?”, chiesi io. “Perché l’Amato è oltre ogni scopo”, fu la sua risposta.

Nel corso di un’assemblea del Maestro Shebli, si dice che una donna emise un grido acuto, che turbò lo Shaykh. Furioso, il Maestro esclamò: “Muori, o tu che sei nascosta dal velo!”. “Vengo qui per morire”, rispose la vecchia, e morì all’istante. Lo Shaykh si alzò e rientrò a casa sua, dove rimase senza uscire per un anno intero. Continuava a ripetere: “Una vecchia mi ha rotto il collo”.

Abdul al-Vahed racconta. Mentre ero a Basra mi giunse notizia di una donna che apparteneva agli “Amici di Dio”. Si diceva che fosse folle d’amore e che vivesse in una taverna della città. La cercai per tre giorni senza trovarla. Il quarto giorno notai una donna emaciata, che indossava abiti rattoppati e che portava una collana al collo. Le chiesi di darmi dei consigli spirituali. “Che stranezza!”, ironizzò lei, “Ecco un dottore che pretende di guarire gli altri, mentre lui stesso è il malato. O Shaykh, tu predichi alla gente, e domandi loro di rivolgersi a Dio, mentre le tue parole non hanno alcun reale beneficio su di te. Dunque a cosa potrà servirti il mio consiglio?”.

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