DONNE SUFI – Prima parte -RABI'A - jayyd news

DONNE SUFI – Prima parte -RABI’A

Marta Irene Fraceschini

C’è un nome che brucia sulle labbra di tutti i sufi, ed è quello di una donna: Rabi’a al-‘Adawiyya Al-Qaysiyya, universalmente conosciuta come Rabi’a (Bassora, 717 d.C.). Non c’è teologo che non la citi, o Shaykh che non la nomini, né ordine o confraternita che non ne esaltino l’ascesi. E’ lei la prima, grande mistica dell’Islam. Un’apripista, un’istituzione della metafisica sufi, una vera “matriarca” nel senso sacro del termine.

Tale è stata la sua fama che, col tempo, la figura di Rabi’a è diventata leggenda, spingendo alcuni storici a dubitare della sua stessa esistenza. E’ un destino comune ai grandi. A difesa della sua storicità, lo sconfinato elenco di citazioni, riferimenti e aneddoti relativi alla sua vita, che ricorrono nella letteratura del mondo islamico, e non solo. Un lungo elenco di illustri estimatori e devoti ne hanno tenuta viva la memoria nel corso dei secoli, elevandola a pilastro della metafisica spirituale islamica: Al-Ghazali, Fariduddin ‘Attar, Mawlana Rumi, insieme a tantissimi altri, parlano di lei col massimo rispetto e la più ossequiosa ammirazione. Eccone un esempio:

Il suo carattere era così illuminato dal cuore da renderla indubbiamente superiore a molti uomini nel campo della perfezione umana, motivo per cui era chiamata “Corona degli uomini”. Le sue opere di pietà e ascetismo erano così celebri che le sue lodi erano sulle labbra di tutti, e il suo nome benedetto divenne una sorta di proverbio per uomini e donne sulla via dell’ascesi.

Colpisce il fatto che, contrariamente alle usanze dell’epoca, tutt’ora vigenti in molti paesi di cultura arabo-persiana, questa santa sia passata alla storia semplicemente come Rabi’a, senza l’aggiunta del suffisso che solitamente associa i nomi femminili al vincolo di appartenenza paterna: “bint Isma’il”, figlia di…

L’omissione potrebbe indicare che si tratta di un’orfana, dunque priva di un padre/tutore di riferimento. E in effetti, la sua agiografia conferma la vendita della bambina in un mercato di schiavi. Ma non sembra una motivazione convincente, dal momento che Rabi’a un padre l’aveva avuto, e ne conosceva certamente il nome. Anzi, nella sua condizione di giovane schiava, l’aggiunta del nome paterno poteva se mai costituire una possibilità di clemenza, se non di riscatto, da parte del futuro padrone.

Per di più, sappiamo che il padre di Rabi’a era anch’egli un mistico, talmente dedito alla privazione da non riuscire a chiedere aiuto nemmeno in situazioni drammatiche, pur di non rompere il suo voto di indigenza. Ed è un padre che viene visitato dal Profeta, in sogno: non certo uno di cui vergognarsi. Resta il fatto che l’omissione della genealogia paterna dal nome di Rabi’a è un caso isolato ed eccezionale non solo nella storia del sufismo, ma nella cultura arabo-persiana tutta.

Sembra quindi piuttosto una scelta precisa, una volontà di coerenza portata alle estreme conseguenze: dichiararsi “figlia di nessuno”, recidere anche nella propria identità ogni legame col mondo, per ribadire con forza la sua vera appartenenza: c’è un solo Padre, e quello non si nomina. Un atteggiamento che sembra ben collimare col carattere di Rabi’a raccontato dalle cronache dei secoli successivi, che la dipingono come una donna forte, audace, estrema.

Altra unicità che caratterizza la figura della santa è l’assenza di un maestro, o guida spirituale di riferimento, elemento altrimenti imprescindibile dal processo di evoluzione spirituale dei sufi. Nessuno Shaykh viene mai nominato, nessuna scuola o confraternita, nessun apprendistato. Un caso, quello di Rabi’a, senza equivalenti. Sembra che siano le durissime prove a cui è sottoposta fin dalla nascita le sue sole e uniche maestre. Eccole.

Ottantacinque anni dopo la morte del Profeta Muhammed, a Bassora, nell’attuale Iraq, in una famiglia tribale poverissima, nasce una bambina che viene chiamata Rabi’a, ovvero “la quarta”. Ad accoglierla, fame e privazioni: in casa non c’è nemmeno l’olio per la lampada, ma il padre non trova il coraggio di chiedere un prestito ai vicini, perché ha fatto voto di non dipendere da altri che da Dio stesso. Torna a casa a mani vuote, ma al posto della luce della lampada arriva in sogno il Profeta in persona, ad annunciare il destino spirituale della bambina.

Pochi anni dopo, a causa di una carestia, Rabi’a rimane orfana. Mentre vaga sola e affamata per le strade della città viene rapita da un uomo, dal quale probabilmente subisce quello che tutti i bambini in mano agli orchi subiscono, per poi essere venduta al mercato degli schiavi per sei dirham.

Lavora duro sotto il nuovo padrone, mentre si difende dai predatori che l’assediano tutti i giorni, a tal punto che un giorno nella fuga cade, e si rompe un polso. Con la faccia schiacciata nella polvere della strada, sente una voce che le dice: “Non temere, perché nel giorno della Resurrezione il tuo rango sarà tale, che quelli più vicini a Dio in Paradiso ti invidieranno”.

Da quel momento Rabi’a, pur continuando a lavorare come serva, si dedica con sempre maggior vigore a digiuno e preghiera. Una notte il suo padrone la vede, persa nell’intimità del colloquio mistico, avvolta in una luce misteriosa. Turbato da tale visione, il giorno dopo l’uomo le rende la libertà.

Rabi’a si ritrova libera e sola, un’altra volta in strada: è una giovane donna, già pesantemente segnata dall’esistenza. La leggenda racconta, con una certa reticenza, che avrebbe seguito per un periodo un “suonatore di flauto”, per poi ravvedersi e ritirarsi nel deserto in solitudine. Che sia stato un musico in carne ed ossa, oppure il simbolo delle illusioni incantatorie del mondo terreno, poco cambia. Il risultato è che, da quel momento in poi, Rabi’a sceglie una vita dedicata interamente all’ascesi, in cui il celibato è una scelta motivata e consapevole.

La collezione dei suoi famosi rifiuti di proposte di matrimonio, tramandati nei secoli dai suoi devoti come perle di saggezza e come prove dello straordinario carattere di questa giovane mistica, fornisce alcuni esempi esilaranti:

O uomo sensuale, cerca un’altra sensuale come te: vedi forse qualche segno di desiderio in me?

Non mi interessa di essere distratta da Dio neanche per un singolo minuto. Dunque, addio.

Il contratto di matrimonio è per chi si occupa degli affari di questo mondo materiale. Nel mio caso, l’esistenza è cessata, dal momento che io ho smesso di esistere e sono uscita da me stessa.

Dopo un periodo di isolamento nel deserto, Rabi’a torna a Bassora dove si dedica al digiuno e alla preghiera. Giorno e notte la sua casa è meta di pellegrini, discepoli, devoti e sapienti, giunti da vicino e da lontano, per ottenere insegnamenti, benedizioni, preghiere. Rabi’a vive in povertà assoluta, e quando qualcuno dei suoi discepoli o amici si offre di aiutarla economicamente, lei risponde: “Dio sa che mi vergogno a chiedere qualcosa di questo mondo a Colui che ne è l’artefice, e dovrei forse accettare qualcosa da te, che ne fai parte?”

Moltissimi gli aneddoti che raccontano di un’esistenza volta a incarnare, letteralmente, il suo rapporto con Dio, dove ogni gesto e accadimento del quotidiano prende senso solo come simbolo di una ben più alta realtà. ‘Attar ci tramanda la seguente testimonianza:

Un giorno arrivarono dei visitatori mentre Rabi’a stava spezzando un pezzo di carne coi denti. – Non hai un coltello per tagliarlo?- le chiesero. E lei rispose: – Per paura di separarmi da Dio non ho mai tenuto un coltello in casa, dunque non ce l’ho.

Per Rabi’a Dio è esperienza concreta, totalizzante, al di fuori della quale non esiste nessuna possibilità di interesse e attenzione. Si racconta che un giorno un ramo la colpisce alla testa facendola sanguinare. Rabi’a continua imperterrita a fare quello che stava facendo, come se nulla fosse successo. “Non senti male?”, le chiede una discepola. Risponde Rabi’a: “Io mi preoccupo solo di accogliere la Sua volontà. Lui ha fatto in modo che io veda cose molto diverse da quelle tangibili che vedi tu”.

Uno dei suoi biografi racconta che per quarant’anni non alzò mai gli occhi al cielo, come segno di riverenza nei confronti dell’Altissimo. E che non dormiva praticamente mai, trascorrendo le notti in veglia, “pregando, ogni volta come se fosse l’ultima”. Alcune delle sue suppliche sono diventate formule ripetute e condivise da migliaia di fedeli:

O mio Signore, qualunque parte di questo mondo tu abbia destinato a me, dalla ai miei nemici, e qualunque parte del prossimo mondo tu voglia darmi, dalla ai miei amici. Per me Tu sei abbastanza.

O Signore, la mia preghiera è che io altro non sia che una straniera nel tuo regno, sola tra i tuoi adoratori.

L’immagine più famosa di Rabi’a è quella di lei che corre per strada con una torcia accesa in una mano e una brocca d’acqua nell’altra. La gente la interroga sbigottita: “Dove stai andando Rabi’a? E qual’è il motivo del tuo andare?”. E lei risponde: “Sto andando a incendiare il Paradiso e a gettare acqua sull’Inferno, così che entrambi questi veli possano essere definitivamente sollevati dai devoti e dai loro propositi… E’ un pessimo servo chi adora Dio per paura o terrore, così come chi lo fa solo per il desiderio di una ricompensa.”

O mio Dio, se ti sono devota per paura dell’inferno, bruciami tra le fiamme, e se ti sono devota nella speranza del paradiso, non farmici entrare, ma se ti sono devota solo per Te stesso, allora non precludermi dalla visione della tua Eterna Bellezza.

Acuta e sensibile intenditrice dell’animo umano, in più di un’occasione Rabi’a mostra di saper combinare analisi psicologica e ironia, e lo fa con la disinvoltura di un esperto artigiano che maneggia gli arnesi del mestiere con estrema sicurezza.

Venne in visita un ospite importante che si sedette e cominciò a lamentarsi della degenerazione del mondo, e di tutte le sue inevitabili conseguenze. Rabi’a lo lasciò parlare per un po’, e poi lo interruppe: “Devi essere proprio invaghito del mondo, per parlarne tanto! Torna quando avrai altro da dirmi”.

La fede di Rabi’a è semplice e essenziale come un sorso d’acqua. E’ tutta lì, nella incrollabile certezza che Dio non potrà mai sbagliare, e se qualcosa non arriva, o è stato rubato, o non era destinato noi. La presenza di Dio si lascia contare, perché il risultato è certo. Non c’è spazio per l’errore col divino. Nel pallottoliere dell’unione mistica, i conti tornano sempre.

Un giorno arrivarono in visita due eminenti capi religiosi. Erano affamati e si confessarono a vicenda le proprie aspettative: “Speriamo che ci dia qualcosa da mangiare!” Infatti, appena si sedettero furono servite due focacce su un vassoio. Prima che i due riuscissero a metterci le mani sopra, entrò un mendicante e Rabi’a gli consegno entrambe le pietanze. I due religiosi ci rimasero un po’ male, ma non dissero niente. Dopo un po’ di tempo entrò una giovane schiava portando una quantità di pagnotte calde, e disse: “La mia Signora vi manda queste”. Rabi’a contò i pani e vide che erano diciotto. Allora disse: “Non credo che lei mi abbia mandato queste.” La schiava prima protestò, poi pianse, infine confessò: aveva tolto due pani dal mucchio e li aveva nascosti fuori per tenerli per sé. Pentita, andò a prenderli, e tornò con le pagnotte mancanti. Rabi’a le ricontò, e sentenziò soddisfatta: “Questo è quello che ti avevano ordinato di portarmi!”; poi lo offrì ai suoi affamati ospiti. I religiosi cominciarono a mangiare, ma erano confusi dal comportamento della Shaykha, così le chiesero spiegazioni. E Rabi’a rispose: “Quando siete entrati, sapevo che eravate affamati. Allora ho chiesto a Dio di provvedere, e due focacce sono state subito servite. Ma è arrivato anche il mendicante. Così mi sono nuovamente rivolta all’Altissimo e ho detto: – O mio Signore, tu hai detto che darai dieci per uno, ed io sono certa che sia vero. Ora io ho appena consegnato due focacce in Tuo nome, così che tu possa rendermene dieci per ognuna di loro. – Quando ho contato diciotto pagnotte sapevo che i casi erano due: o si trattava di una appropriazione indebita, oppure non erano per me”.

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