HAFEZ – Terza parte* - La sozzura delle tonache - jayyd news

HAFEZ – Terza parte* – La sozzura delle tonache

Marta Irene Franceschini

Unica digressione che Hafez concede al mono tema divino è la sua critica pungente e impietosa nei confronti del sufismo. Lui stesso un sufi, si scaglia contro quegli asceti che del sufismo indossano solo la tonaca. E a giudicare dai suoi versi sembrerebbe che, nell’Iran del XIV° secolo, il fenomeno fosse largamente diffuso.

La moneta del sufi non è tutta Purezza di conio verace
oh sì, quante tonache degne sarebbero sol da bruciare!

Dolci io rendo con vino muschiato le nari dell’anima mia
(da quello col saio, là nella cella, odor di doppiezza sentì).

Vieni, o sufi, questo saio ingannevole via ci togliamo
e per sempre, sul volto d’Ipocrisia, una riga tacciamo!

A quel rude vestito di lana, che dell’Amore gli effluvi non sente
un segreto dite di Ebrezza, affinché sobrietà ben presto abbandoni!

Se ne va, Hafez, dal suo convento là sino alla taverna: chissà
forse, dall’ebrezza di ascesi e ipocrisia, alla ragione è venuto?

Del Segreto, là dietro il velo, chiedi a noi ebbri a noi libertini:
un simile stato non conosce l’asceta, sia pur d’alto rango.

Con un tono tagliente e perentorio, spesso canzonatorio e irriverente, Hafez sembra prendersi gioco dei sufi, dipingendo la categoria come falsa e poco affidabile. Gli stereotipi culturali dell’epoca vengono sistematicamente capovolti e ribaltati nei loro contrari: il saio diventa sinonimo di “doppiezza”, la “sobrietà” una condotta da cui redimersi, il “convento” un luogo di perdizione, la “taverna” il posto dei saggi, ipocriti paiono gli “asceti”, illuminati i “libertini”.

Questo gioco degli opposti, tipico della tradizione sufi (ciò che appare non è mai ciò che è), ha generato non poca confusione, soprattutto tra quei critici occidentali che propendono per un’interpretazione laica della poetica hafeziana. Presi alla lettera, questi versi vengono infatti scambiati per la prova definitiva dell’intento edonistico e dissacratorio del poeta di Shiraz.

Khwāja Shams-ud-Dīn Muḥammad Ḥāfeẓ-e Shīrāzī, meglio conosciuto come Hafez (che in persiano significa “colui che ricorda”, “colui che custodisce”), fu un fervente mistico, nella vita come nell’arte. Sappiamo che fu assiduo discepolo di Haji Zayn al-Attar, noto Sheikh e guaritore di Shiraz, e che all’età di 60 anni praticò la “Chilla-nashini”, una veglia di 40 giorni e 40 notti di digiuno e preghiera. Delle oltre 1000 poesie a lui attribuite, la quasi totalità è dedicata al rapporto con Dio, criptato, come abbiamo visto nei precedenti articoli, da una serie fissa di metafore. Nei suoi versi, ogni aspetto della materia divina viene trasformato in “figura”, simbolo, allusione: niente è chiamato col suo vero nome, a sottolineare che nessun attributo divino possa essere umanamente compreso, e dunque nominato.
Così, “la taverna” diventa il luogo dell’incontro, “il vino” l’unione con Dio, “l’ebbrezza” l’estasi della rivelazione, “i libertini” gli schiavi affrancati dai desideri terreni, uomini e donne liberi dai pregiudizi e dall’ipocrisia, il cui unico scopo è la realizzazione spirituale.

Ciò che resta profano, invece, non ha bisogno di alcun velamento: può tenersi i suoi nomi, senza rischio di fraintendimenti. Il sufismo, il convento, il saio non necessitano metafore perché restano fuori dal cerchio sacro della vera ricerca mistica. Sono definizioni vuote, che hanno perduto nel corso del tempo il loro senso profondo e misterico, ridotto a “favola da bazar”.

Il nostro Segreto più riposto, guarda un po’: l’han ridotto a favola
che ricantano con flauti e tamburi, ogni giorno, in un altro bazar!

E’ interessante notare che a questi sufi che ostentano i loro “vestiti di lana” (la tonaca, il saio) non vengono rimproverate condotte immorali dal punto di vista sociale o religioso. Al contrario, ciò che Hafez non sembra perdonare è “l’aridità” della loro presunta ascesi, “l’ipocrisia” della loro falsa devozione.

Dell’arida ascesi mi sono annoiato, portatemi limpido vino…

Quel vino che schianta gli asceti: dov’è che lo vendono?
Nel tormento io sono per quest’esercizio d’ipocrita ascesi!

Un’ascesi “arida” è in effetti un ossimoro. L’esperienza dell’Unione con Dio non può che essere un “vino” che “schianta”, ovvero che scuote l’essere umano che lo prova fino alle fondamenta, che lo trasforma completamente e definitivamente. I grandi maestri insegnano: se l’incontro con Dio non ti cambia, vuol dire che non l’hai ancora incontrato. Non basta dunque indossare una tonaca, o rasarsi il capo, per diventare un Qalandar (derviscio itinerante): la realizzazione spirituale è in realtà un lungo e lento cammino, fatto di migliaia di verità “sottili” ancor più di un capello.

Qui son mille punti da capire, ancor più sottili di un vostro capello:
non chiunque si rada la testa la regola dei Qalandar sa poi osservare.

Insomma: l’abito non fa il monaco, questo si sapeva. Come ripetono tutte le tradizioni mistiche della storia umana, i veri asceti, i “devoti-del-cuore di indole pura”, sono rarissimi, mentre abbondano gli ipocriti e gli impostori. E anche questo si sapeva.

Ma Hafez non si ferma qui. Tra tutte le categorie di peccatori, l’unica che il poeta di Shiraz degna di considerazione è proprio quella dei falsi sufi. Chi meglio di lui, derviscio e poeta, potrà esporre errori e cadute della Via mistica che sta percorrendo? L’ipocrisia spirituale, ci dice Hafez, è il peccato peggiore che un essere umano possa commettere. Molto più grave di qualunque altra trasgressione, la “sozzura delle tonache”, cioè il tradimento mistico, è la “vera rovina del mondo”.

La sozzura delle tonache dei sufi è la vera rovina del mondo:
dov’è più un viandante, un devoto-del-cuore e di indole pura?

Tradire Dio, usando i Suoi stessi simboli. Fingere in Suo nome, manipolare i Suoi attributi e le Sue volontà per i propri fini terreni, divulgare parole e insegnamenti vuoti e fuorvianti, millantare miracoli, banalizzare e mercificare lo spirito: si tratta davvero di un’autentica “rovina”, personale e collettiva a un tempo. A cui si aggiunge la presunzione di poter imbrogliare, coi propri “trucchi”, niente meno che il Prestigiatore dell’intero universo! Ma vana davvero è l’illusione di ingannare l’Onnipotente, Colui che tutto vede e tutto sa, e che potrebbe quindi, ad ogni momento, prendere i traditori “con le mani nel sacco”.

Vergogna sia a noi per simili vesti di lana, così insudiciate
se mai con le nostre arti e virtù, di miracoli fama portiamo.

Un sufi la sua rete distese e aprì la scatola dei trucchi
pensando di trarre in inganno il Cielo ch’è prestigiatore!

Può essere che la moneta che circola si voglia qui verificare
e prendere con le mani nel sacco tutti gli asceti negli eremi!

Denunciando la decadenza degli asceti, rivolgendo cioè il suo sguardo severo sulla categoria a cui lui stesso appartiene, Hafez fa molto di più di una semplice critica. Derviscio autentico, egli incarna così nei suoi versi la vera anima del sufismo, la pratica, cioè, di guardare dentro invece che fuori. Al posto di giudicare gli altri, osserva prima te stesso, la tua spiritualità, la tua appartenenza, la tua sincerità, e il resto lascialo a Dio: questo è il cuore dell’Islam.

Non si preoccupa Hafez dei peccati comuni, di chi non prega cinque volte al giorno, di chi rompe il digiuno, o di chi mangia cibi proibiti; e nemmeno degli apostati, degli idolatri o dei non-credenti, che al contrario inserisce nei suoi versi come metafore di quegli asceti coraggiosi, capaci di rinnegare la propria fede – là dove fosse diventata sterile, arida e vuota, appunto – per seguire soltanto Dio.

E’ una vita che la passione degli idoli è la mia sola e unica fede
che la pena di questa faccenda è la sola delizia del mio cuore affranto!

Mentre i rarissimi casi in cui concede al sufismo un commento benevolo, lo fa solo per esaltarne rigore e modestia.

Polemizzare no, non è costume da veri dervisci:
con te, altrimenti, avremmo da ridire parecchio!

Ciò per cui la falsa moneta si cambia in oro purissimo
è un’alchimia che sta, tutta, nella modestia dei dervisci.

Prima di cercare il male altrove, Hafez lo scova e lo analizza minuziosamente al proprio interno. Sa che l’unico ostacolo tra Dio e l’uomo, è l’uomo stesso. Non gli interessa condannare i peccati del prossimo, bensì riconoscere i propri limiti. Non proietta fuori da sé paure e fallimenti, al contrario si assume la responsabilità del proprio percorso spirituale, e accetta la solitudine implicita che prevede il suo cammino: una strada che si chiama “consapevolezza”.

Tra l’amante e l’amato nulla è, in mezzo, d’ostacolo:
tu solo, o Hafez, sei velo a te stesso, togliti di mezzo!

Su beviti il vino ché cento peccati d’estranei, in segreto,
son cosa migliore di falsa preghiera, a tutti ostentata!

Che io beva il vino o non beva, cos’ho con altrui a che fare?
Custode sono del Segreto mio, e dell’Estasi mia consapevole!

A sei secoli dalla sua morte, la poetica mistica di Hafez mantiene il gusto misterioso e inconfondibile della rivelazione. E’ il racconto audace e dettagliato del suo rapporto intimo con Dio, la sua percezione dell’abbraccio divino tradotta in versi, per migliaia di volte.

Con Hafez, scopriamo in Dio una libertà sconvolgente, assoluta, quasi spaventosa. La libertà di essere schiavi d’amore consapevoli, senza il conforto di dogmi e restrizioni, senza nemmeno l’aiuto di un contenitore spirituale di riferimento. Nudi e soli, nell’immensità del cosmo, in cerca dell’Invisibile. Eppure, appagati dallo sfioramento, se pur impercettibile, dell’Assoluto. Ebbri della gioia del contatto. Incantati dalla visione.

Questo è il messaggio di Hafez, il suo valore universale capace di superare luoghi, tempi, fedi e culture. L’eterna ricerca umana di stabilire una comunicazione col trascendente. Hafez ci racconta che è possibile, e che si tratta di un dialogo d’amore.

Peccato che, per la maggior parte del pubblico occidentale, un tale dono sia ancora un tesoro nascosto, scambiato volgarmente per un vecchio ubriacone che ha un debole per i giovani imberbi, e disprezza allegramente i mistici. Ma come suggerisce saggiamente il grande poeta di Shiraz:

La descrizione del volto del sole al pipistrello non chiederla…

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