FARID ATTAR – Il verbo degli uccelli (II parte). - jayyd news

FARID ATTAR – Il verbo degli uccelli (II parte).

Marta Irene Franceschini

2 – Il campo concimato dai cuori infranti.

Centomila uccelli hanno spiccato il volo in cerca di Simurgh, supremo Re del mondo alato. Li guida un’upupa illuminata e saggia. Mille ostacoli incontreranno lungo la Via, mille prove dovranno superare per giungere alla corte della divina unione. I più cadranno lungo la strada, stremati dalle fatiche del viaggio. Un viaggio da fermi, in realtà, che si muove solo nei meandri interiori del mistero umano. E’ questa la vera jihad per il sufismo, la “guerra santa” che ognuno combatte dentro di sé. E’ questo il cammino per la mistica ascesi degli uccelli. Partiti in centomila, arriveranno in trenta.

‘Attar ci racconta questo viaggio. I dialoghi tra l’upupa e i suoi seguaci si alternano a storie di sufi, re, viandanti e profeti che la guida alata porta come esempi didascalici. Sono pagine dure, estreme, spesso sconcertanti. ‘Attar non cerca di blandire gli aspiranti asceti, nè tanto meno di rassicurarli. Al contrario, sembra quasi deciso a spaventarli.

“L’innamorato non si cura della propria vita. Asceta o libertino, solo congedandoti dalla vita potrai divenire un autentico amante. Ostacolo lungo questa via è la tua stessa esistenza, dunque sacrificala! Strappati gli occhi e guarda finalmente! E se ti verrà ordinato di lasciare la fede, se sarai esortato ad abbandonare la vita, tu liberati di entrambe! Ripudia la fede e scrollati la vita di dosso! E se un apostata ti dirà che ciò è peccato, tu rispondi che amore è ben oltre fede e empietà, e che non ha nulla da spartire né con l’una né con l’altra. Che importa agli amanti del corpo o dell’anima? Il vero amante è pronto a incendiare tutti i raccolti, e se anche gli premono una lama sul collo, non fiata neppure”.

Quella di ‘Attar non è una severità fine a se stessa. Egli si rivolge a quegli esseri straordinari la cui esistenza fa da ponte tra la terra e il Cielo. Santi, martiri, profeti, eroi ed eroine, presenze luminose che al loro passaggio lasciano una scia di profumo (‘attar) sulla storia dell’umanità. Sono i cosiddetti “illuminati”, l’esercito degli eletti, i grandi mistici di tutti i tempi, le cui testimonianze, se pur legate a fedi diverse, si assomigliano un po’ tutte: per la drammaticità, la tensione, la febbre visionaria e straziante che le rende uniche. Cambia lo stile, diversi sono i contesti culturali e i riferimenti religiosi, eppure i grandi testi mistici della storia lasciano lo stesso stupore in bocca, la stessa sconvolta agitazione nel petto. Si pensi alla “Bhagavad Gita”, al “Liber” di Angela da Foligno, o ai “Canti” di Milarepa, per citare solo alcuni esempi. Testi indimenticabili, che restano incisi sui cuori di chi li legge.

“Il verbo degli uccelli” di Fariduddin ‘Attar rientra a buon diritto tra le opere illuminate di questo mondo. Chi scrive parla per esperienza vissuta, non per sentito dire, nè tanto meno per elaborazione intellettuale. Ogni singola parola è intrisa del sangue e del sudore di chi la pronuncia. E’ scritta dentro, prima che sul foglio, scolpita nell’anima. Risuona nei cuori come l’eco di una epifania profetica.

“Ritira le mani da ogni cosa e adora il Signore! Tutto ciò che è altro da Lui, gettalo; e dopo averlo gettato, ditruggilo; e dopo averlo distrutto, incendialo; e infine, raccogli le ceneri, e disperdile, affinché il vento della Sua gloria ne cancelli ogni traccia. Se avrai fatto tutto questo, vedrai nascere dalle ceneri ciò che cercavi.”

“Lacera quanto hai cucito e non ricucire più quanto hai stracciato! Brucia con il tuo infuocato respiro tutto ciò che possiedi, sino alla punta dei tuoi capelli, e poi raccogli le ceneri e siediti sopra di esse… Solo così sarai libero da tutto!”

“In quanto a te, non esistere! Altra perfezione non ti è concessa. Scompari a te stesso, giacché questo richiede l’unione! Perditi in Lui, giacché tutto il resto non è che delirio.”

Ci racconta ‘Attar che quando Iddio ordinò a Mosè di chiedere a Iblis un consiglio, il demonio così gli rispose: “non pronunciare mai la parola IO se non vuoi divenire simile a me stesso.” Per amare Dio occorre dunque estinguersi, annientare completamente la propria identità psichica e mentale, il proprio ego, “nafs” in arabo. Molti secoli più tardi, la grande mistica francese Simon Weil arriverà alle stesse lapidarie conclusioni: “dire IO è mentire.”

“Indossa l’abito dell’inesistenza, bevi d’un fiato il vino squisito dell’annientamento! Getta il mantello di “ciò che fu…”

Questo annichilimento dell’IO è stazione di partenza dell’Amore, lievito del pane relazionale. Dio si può amare solo così: annientandosi.

“Chiunque si annienti in Lui, per sempre si libera dal proprio essere. Con lui vicino non è possibile continuare ad adorare se stessi.”

Per questo gli innamorati ambiscono a diventare schiavi d’amore: “Se anche lo chiamo mio Signore, a che giova? se io non sono legato con le sue catene, come posso vantare la sua signoria su di me?

L’esperienza terrena ci prova la straordinaria forza di attrazione del desiderio. Anche il più grande sacrificio, se fatto per amore, sembra lieve e insignificante. Un bacio appassionato vince la fame, la sete, il sonno, la paura. La stessa brama che rende gli uomini schiavi delle cose terrene, se dedicata al Sublime, diventa scala che permette di elevarsi. La stessa tensione portata a livello spirituale, viene mille volte centuplicata. La sottomissione a Dio non può essere parziale. Il Divino, come un amante appassionato, non si accontenta di un pezzo, vuole tutto. A quale sposo basterebbe un bacio, quando anela al congiungimento? Lo struggimento si fa delirio, l’appagamento, estasi. L’amante corre verso l’Amato con la foga di un pazzo, come lo shaykh di uno dei racconti dell’opera di ‘Attar, che entra “nella sacra follia danzando e battendo le mani.”

L’intimità con Dio, infatti, rende folli e temerari: “A colui che ha raggiunto l’intimità dell’Amato, la via appare simile a un giardino fiorito. La sua sarà gioiosa temerarietà…”

“Se anche tu sei folle di Lui, sìì pure temerario! Se hai foglie adeguate, svetta tra i rami più alti. Felice è la temerarietà di coloro che sono folli, perchè ardono come falene intorno alla fiamma. Non vedono questi eletti né il bene né il male. Nulla vedono se non il loro Sovrano.”

Il sufismo si potrebbe definire una collezione sterminata di storie. I sufi non predicano, raccontano. Sono fantastici cantastorie dello spirito. E di innegabile talento: in dieci righe, riescono a catturare la mente di chi ascolta, per condurla con eleganza fino al paradosso finale. Gli shaykh dicono che se una storia non ti trasforma, vuol dire che non l’hai ascoltata veramente. E che, se ti tocca davvero, non la dimenticherai mai più.

“Un folle camminava un giorno nudo e affamato per una via battuta da un vento gelido e dalla pioggia. Ben presto il vagabondo fu fradicio e intirizzito, privo com’era di un riparo qualsiasi, e allora cercò rifugio in una casa diroccata. Ma non appena ebbe varcato la soglia, gli cadde sul capo una tegola. Ferito, e con il sangue che gli scorreva a fiotti sul volto, quel misero levò gli occhi al cielo gridando: – Fino a quando batterai i regali tamburi? E devi proprio batterli con simili pietre?”

La “santa follia” è quella che spinge i cercatori temerari a non smettere di cercare: “essa dona penne e ali di uccello all’anima”. Spinto da nobile ambizione, il cuore che la possiede saprà conquistare fortune straordinarie. Niente a che vedere con l’ambizione sfrenata che governa il mondo materiale. Quella, al contrario, nutre l’ego, e porterà solo “successo” (terreno) e “rovina.” (spirituale).

“O tu, finché indugi nella vanità e nella presunzione, resti lontano, infinitamente lontano, dalla verità, e allora brucia il tuo orgoglio, distruggi ogni arroganza!”

‘Attar attacca senza esitazione anche il dogmatismo e il legalismo di cui si ammanta la fede tradizionale, a favore di un rapporto più autentico e intimo col Divino. Il suo è uno sguardo audace e disincantato, che non si piega davanti a nulla e non concede consolazioni. La fede è un ostacolo, se serve solo a placare le coscienze, se ha una valenza rassicurante. I veri credenti sono deboli e insicuri, non forti e presuntuosi. Se mai, hanno il coraggio dei folli. Sfidano la legge di gravità per spiccare il volo, si lanciano nel vuoto. Bevono il vino, smettono di pregare. L’obbedienza a Dio è più forte di qualunque divieto o tradizione. Si rinuncia alla dignità, al rispetto, all’onore, alla pace, vita inclusa, in cambio di uno sguardo. Il campo degli illuminati è pieno di teste che rotolano, di vesti stracciate, di chiodi e catene. Eppure, è proprio in quel campo concimato dai cuori infranti che giace il tesoro nascosto.

“Purché quella porta si apra, giungerai ad accettare l’empietà e la bestemmia, e quando finalmente si sarà aperta, per te più non esisteranno fede ed empietà, perché oltre quella porta si cancella per sempre ogni distinzione.”

Grande importanza nel discorso metafsico di ‘Attar ha il tema della “malamatiya” (letteralmente via del biasimo), ovvero la ricerca accanita del pubblico biasimo, come esercizio spirituale volto alla demolizione dell’ego. Portata alle estreme conseguenze, la via-del-biasimo ostenta indifferenza o disprezzo per le norme coraniche, per i divieti e per le celebrazioni. La provocazione del “malamat” (biasimo) diventerà uno degli strumenti di ascesi preferito dai sufi: “amore ha fondamento nell’infamia: colui che la rifugge è un uomo immaturo.”

L’opera di ‘Attar richiede sempre una lettura stratificata: i significati si sovrappongono ai messaggi, a volte per rafforzarsi, altre per contraddirsi, e non consentono mai una sistemazione univoca, ma piuttosto corale e plurima. Come insegna Ibn ‘Arabi, “capacita’ d’interpretazione vuol dire saper leggere agevolmente quanto ha detto un saggio in due direzioni totalmente diverse tra loro.”

Illuminante in proposito è la famosissima storia dello Shaykh San’an, la più lunga contenuta nel “Verbo degli uccelli”, successivamente diventata un classico della tradizione sufi. Un pio e vecchio musulmano, un Maestro circondato dai suoi fedeli discepoli, si innamora un giorno perdutamente di una giovane e avvenente cristiana, e abbandona tutto per andare a morire con la fronte sulla soglia della sua amata. La giovane, ridicolizzando i sentimenti del vecchio pretendente, gli chiede come pengo d’amore di rinnegare l’Islam e i suoi simboli. Il vecchio maestro finisce in taverna a ubriacarsi, bestemmiando il Corano e accettando di governare i porci della bella cristiana per un anno intero. A questo punto, l’accorata supplica dei suoi discepoli, riuniti in preghiera per lui alla Mecca, ottiene il miracolo e il loro amato maestro ritrova il senno e la fede. Tale sarà l’ardore della sua rinnovata devozione, da spingere la giovane cristiana ad abbracciare l’Islam, prima di morirgli fra le braccia.

Quello che potrebbe sembrare un banale esempio di propaganda religiosa, in realtà narra il percorso ascetico che va da una fede immatura al vero incontro col Divino. La bella cristiana rappresenta inizialmente il Dio misterioso, capace di suscitare nei cuori una brama irresistibile. Una volta finiti nella sua rete spirituale, tutto il resto scompare. Il solo e unico obbiettivo diventa l’unione, in funzione della quale si è disposti a rinunciare a tutto: “Lungo il sentiero del tuo amore tutto ho perduto: fede ed empietà, danni e benefici.”

E’ una resa assoluta, senza condizioni. La stessa inviolabile fede viene calpestata. Eppure, è proprio la fede incrollabile dei discepoli del vecchio Shaykh ad operare il miracolo, grazie alle preghiere e ai digiuni che durano per quaranta giorni e quaranta notti, guarda caso proprio alla Mecca, simbolo importantissimo di identità musulmana.

In una parte della storia, dunque, ‘Attar arriva a giustificare l’abiura religiosa, mentre nell’altra celebra la stessa religione nella sua forma più tradizionale. Non solo: la giovane cristiana è a un tempo metafora di divina bellezza, e peccatrice che si converte in estremis; i discepoli sono innamorati del loro maestro, il quale però, prima di aver conosciuto il peccato, in realtà non è ancora un vero maestro; eppure, è proprio grazie alle preghiere di questi imperfetti discepoli che Allah viene mosso a compassione, e concede loro la grazia. Il racconto sembra quasi prendersi gioco di chi legge, come se ad ogni colpo di scena, ripetesse: “non avrai davvero pensato che questa storia si potesse interpretare SOLO cosi?” La morale è costantemente capovolta, la prospettiva ribaltata. Saltando agilmente da un livello ermeneutico all’altro, ‘Attar ci ricorda che la logica dello Spirito sfugge ai semplici ragionamenti, alle analisi lineari, per tuffarsi nel mistero insondabile della potenza divina. In altre parole: l’Amore non è mai ragionevole…

L’ultima lettura della storia dello shaykh San’an si chiude sul perdono. Non c’è peccato che Dio non voglia perdonare, nessuna colpa indelebile che possa macchiare l’anima di chi si pente. Anche il peggior sacrilegio viene cancellato da un sospiro sincero. Non c’è ombra di moralismo nella compassione divina, nessuna rigidità. In Dio troviamo una inesauribile sorgente di perdono che accoglie incessantemente.

“Ebbene, sappi che cento mondi di peccato sono dissipati dal soffio del pentimento. Ogni volta che il mare della divina benevolenza agita i suoi flutti, vengono lavate le colpe di uomini e donne.”

Dio non desidera altro che perdonare, la misericordia è il suo attributo primario, il suo compito preferito. La Sua porta rimane sempre aperta: “Io sono qui ad aspettarti.” Come ha scritto Rumi: “Anche se hai violato diecimila volte una promessa, vieni!”

Un uomo, che aveva condotto una vita dissoluta, era morto e la sua bara veniva trasportata per le vie della città. Un asceta la vide passare e si fece da parte, pensando che non si dovesse pregare per chi in vita era stato un libertino. Quella stessa notte il defunto gli apparve in sogno: era in paradiso e il suo volto aveva il fulgore del sole. L’asceta gli chiese: – Come hai potuto, proprio tu, ottenere un simile premio, tu che sguazzasti nel peccato finché avesti vita, immerso in ogni genere di sozzura? Non è possibile, con i peccati che hai commesso…
Il libertino gli rispose: – Fu proprio perché tu non avesti pietà di me che il Creatore volle usarmi misericordia.

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