RUMI E SHAMSI – Il forno alchemico dell'Amore - jayyd news

RUMI E SHAMSI – Il forno alchemico dell’Amore

Marta Irene Franceschini

In una tiepida sera autunnale del 1244, un eminente teologo della città di Konya, capitale Selgiuchide dell’Anatolia Centrale, era intento a leggere un libro seduto nei pressi del mercato. Un uomo completamente vestito di nero gli si avvicinò e gli chiese:
“Cosa stai facendo?”
“Qualcosa che tu non puoi capire” rispose il saggio, dopo aver dato un’occhiata frettolosa al viandante. Improvvisamente, il libro che teneva nelle mani prese fuoco. Sconcertato, egli chiese spiegazioni allo sconosciuto:
“Cosa sta succedendo?”
“Qualcosa che tu non puoi capire” rispose quello. 

Inizia così un amore leggendario, destinato a lasciare un segno indelebile sulla mistica universale. L’uomo vestito di nero si chiamava Shamsi Tabriz, ed era un derviscio itinerante. L’altro, era Jalauddin Muhammed Balki, che passerà alla storia come Mawlana Rumi, il più grande poeta mistico di tutti i tempi. A tutt’oggi, sette secoli dopo la sua morte, Rumi è l’autore più citato al mondo e le traduzioni dei suoi versi svettano in cima alle classifiche tra i libri più venduti del pianeta. 

La mistica relazione che legò i due dervisci per 24 anni è stata il lievito prezioso che ha elevato la materia poetica di Rumi fino a livelli ineguagliabili. La loro fu una storia bellissima e tragica, come tutti i grandi amori, che provocò invidie, maldicenze e forse, addirittura, un omicidio: speculazioni sulla misteriosa scomparsa di Shams indicarono uno dei figli del poeta che, accecato dalla gelosia, lo avrebbe scaraventato in un pozzo. Il corpo del derviscio non fu mai ritrovato. 

Il rapporto tra maestro e discepolo è una tema caro non solo al sufismo, ma ricorrente in molte tradizioni sapienziali: taoismo, zen, induismo, per esempio, ne fanno un elemento sostanziale dell’evoluzione spirituale. Per citare un caso famoso, il memorabile incontro di Yogananda col suo guru, descritto nel best-seller mondiale “Autobiografia di uno Yogi”. 

Contrariamente, l’assenza del concetto di “mistica unione” nella tradizione giudaico-cristiana, e di conseguenza in tutta la cultura occidentale, ha creato non pochi equivoci e malintesi nell’interpretazione dei testi dedicati all’argomento. Sorprende il fatto che, in realtà, il rapporto maestro-discepolo sia stato fondamento primario della tradizione cristiana, dove le figure di Gesù e i suoi apostoli calzano alla perfezione il modello classico che ritroviamo nel sufismo (Pir-Mureed), così come nelle altre culture spirituali. Sarebbe interessante indagare sul perchè alcuni elementi della storia del Cristo siano rimasti fissati e scolpiti ab aeternum nella pratica cristiana (come il battesimo, l’ultima cena, la croce), mentre altri siano stati trasformati o addirittura cancellati (come appunto il rapporto maestro-discepolo, di cui il paradigma “sacerdote-parrocchiani” altro non è che una sbiadita rappresentazione, completamente privata degli aspetti mistici ed evolutivi). Ma non è certo questa la sede per farlo.

Per i sufi invece l’Amore è il Grande Mago, il fuoco che forgia i metalli, l’ascetica arena dell’incontro. Ciò che accade all’interno del perimetro amoroso non risponde a leggi terrene. Fra Maestro e Discepolo si stringe un legame indissolubile e sovrannaturale. Un Pir (Maestro) è molto più di una guida: è madre, padre, fratello, figlio, amico e Amato. E’ specchio che riflette la luce divina, “teatro dove le qualità di Dio possono essere manifeste.” E’ capace di penetrare nello spirito del Mureed (Discepolo) fino ai suoi più oscuri e reconditi anfratti. Agisce sulla sua coscienza come fosse argilla tra le sue mani. Come un artista, lavora incessantemente alla sua opera, per portarla alla perfezione. Il Pir è un ponte numinoso che tiene uniti i due mondi.

Shams è il modo in cui io conosco Dio.

Attraverso l’amore per il Maestro, il discepolo dunque sperimenta l’Amore divino. La relazione diventa così scuola vivente, forno alchemico per cuocere il pane dello spirito, nutrimento trasformante per il corpo e per l’anima. 

Gli amanti non si incontrano finalmente da qualche parte.
Sono sempre stati uno nelle braccia dell’altro.

Amico mio, la nostra vicinanza è questa: 
dovunque poserai il tuo piede, 
sentimi nella fermezza che lo sostiene. 

Il cibo degli amanti non è il pane,
ma l’amore per il pane.

Il rapporto tra Pir e Mureed rientra nello spazio sacro dell’Invisibile. Nel regno del Nascosto saltano tutte le regole, le convenzioni, le ragioni. Niente è ciò che appare, e ciò che è non è comprensibile. Ci si può avvicinare solo in punta di piedi, osservando un religioso silenzio e sospendendo ogni giudizio. Per lasciarsi condurre là, dove non esistono spiegazioni.

I consigli non aiutano gli amanti.
Loro non sono quei tipi di ruscelli
che puoi contenere con una diga.
Un intellettuale non può sapere
cosa prova un ubriaco.
Non cercare di immaginare 
quale sarà la prossima mossa
di quelli persi in amore.
Uno di loro cerca di scavare un buco in una montagna.
Un altro abbandona gli onori accademici.
Un terzo, ride in faccia a baffi eminenti.

Ascolta i guaiti di un cane per il suo padrone. 
Quel lamento è la connessione. 
Ci sono cani d’amore di cui nessuno sa il nome. 
Dai la tua vita per essere uno di loro. 

Nessuna metafora è troppo irriverente per raccontare l’unione mistica. Al contrario essa corre sul rasoio dell’ambiguità, ed è una scelta voluta. Ciò che è immenso non può che sconfinare. Parole e immagini ordinarie non sono utili per descrivere i miracoli: l’indicibile deve necessariamente sconvolgere. La vera purezza non teme il peccato, così come un bambino, qualunque cosa faccia, non è mai indecente. Il male, se mai, sta in chi lo ravvisa, in chi pensa di riconoscerlo negli atteggiamenti o nei versi degli illuminati. 

Sono rimasto impigliato in questa energia ricurva: i tuoi capelli!
Solo un pazzo potrebbe restare calmo nella mia condizione.

Nel momento della sua unione con lo spirito, il corpo non conta piu’ nulla.
Eppure, lo stesso corpo denudato, si manifesta.

Come il vestito sbottonato dal delirio amoroso,
apriti alla letizia del cielo e stupisciti davanti alle stelle.

Tolto quello che mi hai dato, cosa mi resta?
Cosa cerchi dunque sotto i miei vestiti e nella mia scollatura?

L’amore mistico non ha paura nemmeno della follia, al contrario la accoglie e asseconda come unica condizione dell’unione. Con un audace ribaltamento ontologico, la pazzia diventa orgoglio per l’amante, garanzia di autenticità, marchio di riconoscimento; mentre ragionevolezza ed equilibrio sono povere cose, inutili e degne di disprezzo.

Lasciate che l’amante sia scandaloso, pazzo, sbandato. 
Lasciate che si preoccupino i sobri delle cose sbagliate.
Lasciate che l’amante sia.

Pensi che io sappia cosa sto facendo? 
Che io appartenga a me stesso per un respiro o mezzo respiro? 
Tanto quanto una penna sa che cosa sta per scrivere, 
o una palla può indovinare dove sta per essere tirata. 

Non mi interessano il sapere, la dignità o il rispetto. 
Voglio solo questa musica, e quest’alba, 
e il calore della tua guancia contro la mia. 

Diversa è la conoscenza degli amanti mistici.
Le scienze empiriche sono come un asino carico di libri,
o il trucco di una donna truccata:
che si lava via con l’acqua.

L’amore che unisce Maestro e discepolo si spinge fino alle estreme conseguenze. Si arriva così a quel “morire d’amore” gridato dai mistici di ogni tempo e ogni fede, come unica meta possibile del cammino spirituale. E’ la completa sottomissione all’Amato, l’annullamento totale dell’ego, la resa salvifica che rende libero lo schiavo. “E’ un morire migliore di ogni vivere”. L’amante finisce per coincidere con l’Amato. L’io sono te di millenni di mantra. L’amore totalizzante che conclude: “come può un amante essere nient’altro che l’Amato?

Desidero baciarti. Il prezzo per un bacio è la tua vita.
Il mio cuore corre verso la vita, gridando:
Che affare, compriamo, compriamo!

Di fronte a me, ventimila desideri di unione.
Tolti quelli, non resta nemmeno la mia stessa sopravvivenza.

Nel macello dell’amore uccidono 
solo i migliori, non i deboli o i deformi.
Non fuggire da questa fine.
Chi non è ucciso dall’amore è carne morta.

Se proverai la gioia di ardere, non potrai piu’ restare senza il fuoco.
Anche se l’acqua della vita venisse da te, non ti saprebbe spegnere.

Shamsi Tabriz è stato per Rumi fede incarnata. La zolla di terra arata e concimata da cui rinascere. La chiave del mistero, non per aprirlo, bensì per conservarlo. 

Lui e’ spada e assassino, vittima e ferita.
E’ tutta la ragione, eppure la rende vacua.
.
La sua graziosa mano sia collare sul mio collo.

Il mio petto è la grotta in cui Shamsi Tabriz è sepolto.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *