MAWLANA RUMI – Undicesima parte- A COSA SERVE LA PAURA - jayyd news

MAWLANA RUMI – Undicesima parte- A COSA SERVE LA PAURA

Marta Irene Franceschini

Un mulo che gira la macina non sta cercando
di spremere l’olio dai semi di sesamo.

Fugge al colpo appena ricevuto,
sperando di evitare il prossimo.

Per lo stesso motivo il bue porta il carico
che gli hai messo sulla schiena fin dove vuoi tu.

I bottegai lavorano per il proprio tornaconto,
non per lo scambio del commercio comunale.

Tutti cerchiamo di diminuire la nostra pena,
e questo mantiene le civiltà in movimento.

Dio ha fatto della paura l’architetto
che ci fa muovere verso l’arca.

Ci sono stati molti diluvi mortali per l’anima,
molte arche, e molti Noè.

Alcuni esseri umani sono paradisi sicuri:
siano loro i tuoi compagni.

Altri possono sembrare amici,
ma in realtà consumano la tua essenza
come scimmie che leccano un sorbetto.

Staccati da loro, e senti che ridiventi flessibile.
L’umidità interiore che ti fa piegare
come il manico di un secchio
è la vivificazione che non genera paura alcuna.

A volte, tuttavia, è proprio la paura
che ti conduce alla presenza.

La paura, tema attualissimo del nostro tempo, fa girare il mondo, dice Rumi. Tutti ci muoviamo in una direnzione o nell’altra solo perchè abbiamo paura di qualcosa, speriamo di evitare un pericolo, un dolore, un castigo. Dio ha fatto della paura “l’architetto” delle nostre esistenze.

L’umanità biblica si è salvata nell’arca di Noè perchè aveva paura della pioggia. A quella prima archetipica fuga, ne sono seguite molte altre: sono tanti “i diluvi mortali dell’anima”, situazioni che richiedono audaci strategie di salvezza, insieme a un Noè interiore che ci guidi verso un rifugio sicuro.

In tempi di difficoltà, dobbiamo imparare a scegliere con cura i nostri compagni di viaggio. Alcuni sono come “paradisi sicuri”, sostenendoci, aiutandoci, amandoci. Altri, anche se sembrano buoni amici, in realtà sfruttano le nostre energie, logorandoci. In pratica, le cattive compagnie ci impediscono di crescere, ci incatenano all’immobilismo di “chi siamo sempre stati”.

Lontano dai loro condizionamenti, lo spirito torna “liquido”, cioè duttile, malleabile, “flessibile”. Si piega come “il manico di un secchio”. E’ questa capacità di trasformazione la fonte rigeneratrice dello spirito, la pioggia “vivificante” dell’anima. Una pioggia ben diversa da quella mortale del diluvio. Quest’ultima infatti fa fuggire in preda al terrore, mentre la prima non fa nessuna paura, anzi, nutre, rigenera, solidifica.

Ma ecco che, in perfetto stile sufi, negli ultimi due versi Rumi sembra contraddire e capovolgere quello che ha appena detto. A volte, infatti, è proprio la paura a condurci alla presenza di Dio, conclude il Mawlana. Dunque la salvezza sta nel fuggire in preda al panico, o in quel piegamento interiore dell’anima che non genera nessuna paura?

Quello che sembra un ribaltamento illogico, in realtà è un’apertura voluta verso la riva opposta. I sufi sanno bene che la verità è in perenne ambivalenza tra due estremi. Non è un punto fisso, ma un’onda. E’ sia questo, sia quello: solo così si contempla l’interezza.

E’ proprio questa la flessibilità a cui allude Rumi, quel “manico” che congiunge i punti più lontani di un cerchio. Quella morbidezza che permette di rinunciare alla verità unica, per restare umili, aperti al cambiamento, consapevoli. In una parola, illuminati.

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