DAMA DAM MAST QALANDAR - Il respiro del derviscio ubriaco - jayyd news

DAMA DAM MAST QALANDAR – Il respiro del derviscio ubriaco

Marta Irene Franceschini

Non c’è festa, concerto, ritrovo, o celebrazione di qualsivoglia evento del sub-continente indiano che non includa nel suo repertorio il brano “Mast Qalandar”. Basta l’accenno dei suoi primi accordi per far balzare in piedi il pubblico, pronto a lanciarsi in danze estatiche. E’ il pezzo che trascina le folle su ogni pista da ballo, spesso invocato a gran voce, e cantato a squarciagola.

L’elenco degli artisti che l’hanno interpretato, tanto nella sua forma tradizionale, quanto in variazioni sul tema innovative e originali, è interminabile, così come lo è quello dei film che l’hanno incluso nelle loro colonne sonore.

La storia di questo successo musicale è quantomeno singolare. Vuole la leggenda che la sua prima versione risalga al mitico Amir Khusraw (1253-1325), di cui ci siamo già occupati negli articoli precedenti. Il testo sarebbe poi stato rimaneggiato prima dal venerato Baba Bulleh Shah, filosofo punjabi e poeta sufi del XVII° secolo, e in seguito riscritto in urdu dal poeta Saghar Siddiqui (1928-1974), motivo per cui la sua lirica è ancora una volta un collage di lingue diverse: termini sanscriti si mescolano a espressioni in sindhi, urdu e multani.

Quale fosse la melodia della versione originale non ci è dato sapere. Sappiamo invece con certezza che quella attualmente nota risale al Maestro Ashiq Hussain, un compositore pakistano che, una cinquantina di anni fa, firmò alcuni pezzi memorabili per la nascente industria filmografica del suo paese, ottenendo una certa fama. Destino volle che in seguito il Maestro cadesse nell’oblio, tanto che morì povero e solo in una baraccopoli di Lahore nel 2018. Mentre Must Qalandar faceva arricchire i suoi illustri interpreti sui palcoscenici più prestigiosi, l’assenza nel sub-continente di una legge sulla proprietà intellettuale lasciò morire di stenti il suo vero autore.

A cominciare dal titolo (letteralmente: “il respiro del derviscio ubriaco”), tutto il testo ruota intorno alla figura dei Qalandar, un ordine di sufi itineranti originari dell’Islam andaluso medievale, in seguito dilagati in Nord Africa, Iran, Asia Centrale e nel Sub-Continente Indiano. Famosi per le loro pratiche trasgressive e provocatorie, i fachiri Qalandar non rispettavano le regole socio-famigliari dell’epoca, vivevano come mendicanti, bevevano alcolici, fumavano hashish, giravano semi-nudi o indossando grezzi cilici scorticanti, tutte scelte che valsero loro molte persecuzioni.

Di fatto, la lirica del brano fornisce uno straordinario esempio di sincretismo spirituale, riunendo nella medesima invocazione figure appartenenti a fedi e culture diverse. Si comincia con Jhulelal, mitico personaggio della tradizione del Sindh pakistano. La sua immagine si trova spesso incorniciata nelle abitazioni popolari della regione: un vecchio con barba e corona che elargisce benedizioni, a cavallo di un grosso pesce: in realtà niente di meno che un avatar di Varuna, divinità indù del Rig Veda, protettore delle acque.

Poi è la volta del santo sufi Syed Usman Marvandi, anche conosciuto come il “Rosso Re dei Qalandar”, per via del colore dell’abito che indossava come segno del suo stato spirituale esaltato. Contemporaneo di Mawlana Rumi (XIII° secolo), fu un ardente predicatore di tolleranza e fratellanza tra musulmani e indù, tanto da diventare per questi ultimi, nel corso dei secoli, la reincarnazione di Jhulelal.

Infine, l’invocazione si rivolge direttamente all’imam Alì, genero del Profeta Muhammed e considerato padre assoluto del sufismo, col titolo di “Primo Santo” dell’Islam. Dunque, una supplica corale che abbraccia tempi, credi e culture diverse, e che sceglie come cifra di questo sincretismo un fachiro a tal punto intossicato d’amore da sembrare ubriaco.

Certo, sembra un tema alquanto insolito per un pezzo musicale che incendia gli stadi e trascina nel suo ritmo le folle con modalità che, in occidente, siamo soliti associare ad eventi decisamente profani. Ma forse, proprio quel “respiro ubriaco” capace di evocare il miracolo della presenza divina nel cuore degli ultimi, è davvero una stella degna di gioiose moltitudini.

DAMA DAM MAST QALANDAR

O di rosso vestito,
continua a proteggermi, o rosso Jhulelal,
o maestro del Sindh e del Sehwan,
re amico dei Qalandar,
del respiro ubriaco dei Qalandar,
dentro al respiro di Alì!

Nel tuo tempio ci sono sempre quattro lampade,
e io vengo ad accenderne una quinta per Jhulelal il rosso.

Che il tuo santo nome risuoni in India e in Sindh
che il gong sia battuto forte per la tua gloria notte e giorno.

Ogni respiro sia per te, ovunque,
in nome di Alì ti prego, o rosso Jhulelal,
fa che la mia barca non affondi!

Nel respiro ubriaco del Qalandar,
Alì dentro a ogni respiro,
nel respiro ubriaco dei Qalandar
Alì è sempre il primo,
o mio rosso maestro!

C’è solo un suono nel mio respiro – Alì, Alì
il rosso Qalandar generoso è ubriaco,
Jhulelal il rosso è ubriaco!

La tua grazia è nobile, o Maestro!
Fai sparire questo buio dentro di me!
O Maestro, ho riposto in te le mie speranze,
ascolta le mie suppliche, oggi!

Dio ne ha benedetti tanti,
ha benedetto i disgraziati,
chiunque si presenti alla sua porta,
non se ne va mai a mani vuote!

O mistico, continua a ripetere – Alì, Alì, Alì!
O mistico, continua a ripeterlo finché non ci crederanno,
se non oggi, tutti diranno Alì, Alì, domani…


Ecco alcune tra le innumerevoli interpretazioni di questo estatico brano:

Nusrat Fateh Alì Khan

Abida Parveen

Harshdeep Kaur

Nooran Sister – Dacca

Quratulain Balouch, Akbar Ali, Arieb Azhar

Sami Yusuf – London

Umair Jaswal & Jabar Abbas

Shahbaz Qalandar

…e per vedere gli effetti trascinanti e contagiosi di Mast Qalandar:

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