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TAJDAR-E-HARAM – La Medina interiore

Marta Irene Franceschini

Con più di 300 milioni di visualizzazioni, il brano Tajdar-e-Haram, interpretato da Atif Aslam, rientra a buon diritto tra i grandi successi internazionali del mondo musicale. Scritto in Urdu da Purnam Allahbadi, prolifico poeta indiano che si trasferì in Pakistan dopo la partizione del 1947, il testo fu musicato e interpretato per la prima volta dai leggendari Sabri Brothers nel 1982, come colonna sonora del film pakistano “Sahaaray”.

Il gruppo, conosciuto come gli “Ambasciatori erranti del Pakistan”, era formato da 21 elementi, di cui 13 appartenenti alla famiglia Sabri, tradizionalmente legata alla confraternita Chisthi di Hazrat Nizamuddin Awliya. Cantavano il qawwali, ovvero la musica sacra del sufismo indo-pakistano, evoluzione dell’originale “sama”, quell’ascolto (sama), appunto, che dovrebbe trasportare i discepoli in una trance spirituale.

I rapporti tra musica e trascendenza, per quanto controversi e osteggiati dalle ortodossie di tutti i tempi, hanno radici antiche, e direi universali, che si prolungano fino ai nostri giorni. Dalle percussioni tribali di molte culture tradizionali, ai canti polifonici sacri della nostra Sardegna, passando per le “tarante” magistralmente raccontate da Ernesto De Martino, al “reggae” giamaicano, ai dervisci danzanti, fino alla tecno-trance studiata da Lapassade, note e spirito sembrano capaci di incontrarsi a mezz’aria, e di produrre estasi e visioni.

Il qawwali è la versione indo-islamica del genere musicale sacro, qualcosa di cui l’occidente ha quasi completamente perso le tracce, rischiando di osservarla e giudicarla con lenti sfuocate. Assistere a un concerto di musica qawwali nel sub-continente indiano è ancora oggi una vera e propria esperienza antropologica, sul campo. Immancabilmente ci sarà qualche spettatore che si farà trascinare dal vortice della danza e, nonostante gli interventi spesso severi del servizio d’ordine, sfuggirà a qualunque controllo per roteare beato davanti al palco, perso nella sua estasi. Molti, moltissimi saranno i volti rigati di lacrime, e impossibili da trattenere le vocalizzazioni e gli apprezzamenti sonori del pubblico, che accompagnerà il ritmo con le mani, coi piedi, col corpo.

Nei circoli più ristretti, i fortunati spettatori chiudono gli occhi, dondolando il capo, trasportati in una dimensione intima e segreta, che nessuno osa disturbare. Oppure giacciono per terra tremanti, in preda alle convulsioni. Si narra di un mistico Chisthi, Baba Farid, che sarebbe addirittura morto ascoltando il verso di un qawwali.

I Fratelli Sabri sono diventati leggenda proprio per aver firmato la prima versione musicale di Tajdar-e-Haram, destinata a diventare un brano fisso di tutte le performance di musica sacra nel sub-continente. Va detto che il gruppo rimaneggiò il testo di Allahbadi in una lunghissima versione (25 minuti) che includeva versi di altri poeti e mistici vissuti in un arco di tempo lungo 13 secoli. A cominciare da Zain al-Abideen (659-713) poeta arabo e quarto imam Shia discendente dal Profeta Muhammed, al “Dante indiano” Amir Khusraw (1253-1325), il teologo e poeta sufi Afghano Maulana Jami (1414-1492), Bahi Mardana (1459-1534), compagno del Guru Nanak fondatore del sikkismo, l’autore persiano Muhammed Jaan Qudsi Mashhadi (morto nel 1646), fino al famoso poeta contemporaneo pakistano Muzaffar Warsi (1933-2011).

Il risultato è un collage linguistico (urdu, arabo, persiano, afgano e Barj Bhasha, un antico dialetto hindi-urdu) e spirituale che ripercorre tutta la storia della mistica islamica dai suoi esordi ai nostri giorni, e confluisce in un unicum stilistico e musicale che allude e richiama l’unicità divina.

Il brano rientra nella categoria qawwali dei “naat”, ovvero degli “elogi al Profeta Muhammed”, volti ad ottenere la sua misericordia e la sua benedizione. Il titolo stesso, Tajdar-e-Haram, letteralmente “Sovrano del Sacro Santuario”, è uno degli appellativi del Profeta. Le metafore classiche del sufismo vi sono tutte rappresentate: il devoto come mendicante che supplica l’elemosina della compassione, la sacra soglia alla quale giungono le preghiere degli amanti, i bevitori di vino invitati a partire per Medina al più presto.

I versi evocano una passione amorosa trascinante, che aumenta ad ogni rigo, che sale, accompagnata dalla musica, in un crescendo rossiniano, fino alle vette dell’esplosione. Medina è qui elevata all’archetipo della città santa, quella Terra Promessa cantata dai poeti e dai mistici di tutto il mondo. La città e il Profeta stesso diventano simboli dell’alcova interiore, del sacro posto dove Dio appare: la Medina interiore.

Tre le luci che trapassano come lame il mio cuore, ogni volta che ascolto questo brano. La prima è la dolcezza della melodia, che seduce dal primo ascolto i sensi, come fosse voce di madre che sussurra all’orecchio del figlio cantilene che non potrà mai più dimenticare.

La seconda, è l’urgenza. L’ “Amor che a nullo amato amar perdona”. La frenesia fanciullesca di ricongiungersi al divino, come un bimbo che corre alla festa. La pretesa impertinente dell’innamorato, l’insistenza infantile di chi vuole a tutti i costi una cosa. L’audacia di chi ama.

La terza, è la gioia. L’eccitazione dell’innamorato che corre alla casa dell’amato, che ringrazia ogni pietra al suo passaggio, che beatifica ogni respiro che accorcia la meta, che freme. E quel “partiamo, presto!”, che allude a un andare insieme, andare con, partecipare. Essere in Dio con gli altri. Condividere la cosa più preziosa. Gioia perfetta.

TAJDAR-E-HARAM

Oh brezza del mattino! Porta i miei saluti appassionati al Santo (Muhammed)!
Trasmetti le parole di questo povero atomo al Sole Glorioso!
Visto che sei diretto al più sacro dei luoghi di riposo,
bacia il terreno e porgi gli omaggi di questo peccatore!

O Dio, scrivi per me un destino di pace!
E che la mia barca non affondi mai: scrivi!
Lo so che anche il Paradiso è un bel posto, ma per me
o Scrittore del Destino, scrivi: Medina!

O Sultano del Sacro Santuario, concedi uno sguardo di misericordia!
Così anche per noi, che siamo gli ultimi, i giorni diventeranno migliori!

Apri l’occhio della compassione
O Qurashi, tu che sei chiamato Hashemita e Muttalibite!
O Sultano del Sacro Santuario, guardaci con misericordia!

O Profeta di Dio, guarda alla nostra devastata condizione!
Sono caduto, faccia a terra, dalla vergogna per i miei peccati.
Non c’è nessun peccatore come me nella nostra intera comunità.
Abbi pietà della mia condizione, pietà per il mondo intero!

Nel tuo amore, ho perso ogni parvenza di coscienza.
Quanto ancora durerà la mia ignoranza?
Non dimenticare le disgrazie di questo poveretto
distogliendo lo sguardo o inventando storie,
perché io non posso tollerare questa separazione, mio caro.
Perché non mi abbracci?
Come una candela che brucia, come un atomo smarrito,
piango disperato alla luna.
Non trovano sonno i miei occhi, né riposo il mio corpo,
e tu non vieni da me e non mi scrivi nemmeno.

Ascoltate, voi tutti che siete diretti a Medina:
Non mancate di riferire al Sovrano della Città
che chi è colpito dalla freccia del suo sguardo
non può fare a meno di ripetere incessantemente “O messaggero di Dio!”

Guardami almeno una volta!
Ascolta quello che ho da dirti!

Oh Mustafa, o Mujtaba, abbi pietà di noi!
O Mustafa, o Maestro, puro e illuminato nella Casa Sacra di Dio!

Getta ancora rubini tra gli stracci, e resuscita le pietre.
Tu che conosci il futuro, concedici il presente.
Ho bisogno del tuo aiuto!
Questa comunità di derelitti, non ha che te!
Abbi pietà del mondo!
Per tutti i disperati, tu sei l’unica mano da afferrare!
Io sono un peccatore, debole e solo.
Tu che intercederai nel Giorno del Giudizio, esamina la mia condotta!

O cuscino di muschio profumato
che trasporti la dolce brezza mattutina!
O tu che guarisci con l’alito di Gesù,
che consoli gli addolorati!
Messaggero dai piedi benedetti!

Affido il mio giuramento a questa fragranza
O brezza del mattino, se andrai
un giorno nella sacra terra
porta i miei omaggi alla tomba
dove riposa il venerato Profeta.

O protettore degli abbandonati, cosa dirà la gente
se lasciamo a mani vuote la tua porta?
Non abbiamo nessuno che ci difenda, e siamo afflitti dalla sofferenza!
Siamo venuti alla tua soglia con le nostre suppliche,
concedici uno sguardo di misericordia, altrimenti
moriremo alla tua porta col tuo nome sulle labbra!

O bevitori di vino, venite: partiamo per Medina!
Presto, andiamo a Medina!
Partiamo questo mese stesso!
Presto, andiamo a Medina!

Quando il numero dei mesi passati in viaggio sarà quasi un anno,
le barche di quegli amanti attraccheranno a Jeddah.
Quelli che lui ha chiamato…
chiunque lui chiami alla sua porta,
chiunque lui vuole, ce la farà.
E’ questione di grande misericordia,
e anche di grande fortuna!
Quelli che lui chiama arriveranno a Medina,
da un anno senza bere, arriveranno a dissetarsi!
Hanno raggiunto Medina recitando preghiere per il Profeta.

I zelanti e i cercatori troveranno appagamento a Medina!
Offriremo le nostre preghiere d’amore, a Medina!
Non vagare di qua e di là, in nome di Dio:
la strada per Dio è chiara e diretta, è Medina!
Forza, bevitori di vino, andiamo a Medina!
Andiamo a bere dalle mani dell’Oste di Kausar!

Tieni a mente che con una sola occhiata
tutti i calici di vino vuoti saranno immediatamente riempiti!
Siamo spaventati dal temporale e terrorizzati dai lampi,
la nostra miseria è seria, o Maestro, a chi possiamo rivolgerci?
Se nemmeno tu prendi nota della nostra condizione
dove andremo, noi vittime di queste calamità?
Nessuno ha mai lasciato la tua porta a mani vuote,
ogni cercatore ritorna con la sua saccoccia piena.
Guarda anche questo addolorato amante, o maestro,
altrimenti le pagine della mia vita voleranno via!

O soccorritore dell’umanità, abbi pietà di me!
Non mettere più alla prova la mia fedeltà!
L’ho confessato io stesso di essere un peccatore,
nascondimi dentro al tuo mantello,
e la tristezza, l’agonia e la pena immediatamente cesseranno.


Ecco l’interpretazione di Atif Aslam, che ne ha fatto un successo mondiale:

E una storica versione dei Sabri Brothers:

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