MAWLANA RUMI – Ottava Parte - EROTISMO MISTICO - jayyd news

MAWLANA RUMI – Ottava Parte – EROTISMO MISTICO

Marta Irene Franceschini

Nella Turchia del XII° secolo, Mawlana Rumi, uno dei più grandi mistici di tutti i tempi, ricorreva, per parlare di Dio, anche alle metafore erotiche.

Affiancare misticismo e sessualità, a prima vista, può sembrare un ossimoro. In realtà allusioni più o meno velate all’erotismo ricorrono nelle opere di un gran numero di mistici di ogni fede e credo, ed alcuni hanno pagato con la vita per la loro audacia.

Ma nessuno come Rumi ha usato questo strumento espressivo in maniera tanto esplicita. Le sue non sono allusioni, ma precise e dettagliate descrizioni di situazioni erotiche, analizzate nei minimi dettagli.

La tensione altissima che il Mawlana riesce a creare ricorrendo a questo genere di metafora è direttamente proporzionale alla trascendenza. L’attrazione carnale che muove, inesorabilmente, verso l’oggetto del desiderio riflette in controluce la brama di Dio. Sempre di Unione si tratta. E in entrambi i casi si completa con l’Estasi.

Colpisce la totale libertà del linguaggio, privo di qualsivoglia reticenza o imbarazzo, disarmante nella sua candida schiettezza, completamente affrancato da giudizi e pregiudizi. Rumi colloca le sue storie fuori dai recinti morali, per lasciarle galoppare sfrenate nel famoso pascolo che si estende “oltre a ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”. E’ in questo campo sterminato che incontreremo Dio, dice Rumi. E in una poesia intitolata “Urgenza sessuale” ci racconta come.

Un giorno qualcuno riferisce al Califfo d’Egitto che il Re di Mosul ha una concubina di una bellezza senza confronti. Al Sultano viene mostrato un ritratto della fanciulla, e la sua vista è sufficiente per farlo cadere perdutamente innamorato. Spedisce immediatamente un esercito di migliaia di soldati a Mosul, e l’assedio si protrae per settimane, con molte vittime.

Il Re, stremato, manda un inviato a trattare col capitano del Califfo, chiedendogli cosa vuole per porre fine alla carneficina. Il capitano consegna il ritratto della concubina, pronunciando una sola parola: “Lei”. La risposta arriva subito. “Eccola: l’idolo appartiene all’idolatra”.

Ma appena il capitano vede la fanciulla, perde anche lui la testa. Ammonisce Rumi:

Non ridete di lui.
Anche questo innamoramento fa parte dell’amore infinito,
senza il quale il mondo non evolve.
Le cose vanno dall’inorganico al vegetale,
fino agli esseri dotati di spirito, attraverso l’urgenza
di ogni amore che vuole giungere a compimento.

L’esercito si accampa con la sua preda in una radura per la notte. Il capitano, pazzo d’amore, comincia a sognare la ragazza, e in sogno si unisce a lei. E nel sonno, “sparge il suo seme a vuoto”. Si sveglia sconvolto, eccitato, pieno di desiderio, e decide di passare all’azione. Non gli importa più niente delle conseguenze: “Sono innamorato”, si dice. Con pragmatica saggezza, Rumi consiglia:

Mai lasciare un altro uomo
da solo con la donna che ami!

Fuori di sé, il capitano entra nella tenda della bella dormiente, pronto all’assalto.

Ma proprio mentre il conquistatore strappa i vestiti della donna
e si getta tra le sue gambe, col suo pene che si muove
dritto verso il bersaglio, scoppia un gran tumulto,
e si sentono le grida dei soldati fuori dalla tenda.
Lui scatta in piedi e corre fuori,
mezzo nudo, con la scimitarra in mano.

Un leone nero dalla vicina palude
è entrato nel recinto dei cavalli. Caos.
La fiera che balza fino a dieci metri in altezza,
le tende che si gonfiano come l’oceano.

Il capitano affronta subito il leone,
gli taglia in due la testa,
e corre indietro alla tenda della donna.

Appena la vede,
il suo membro si fa ancora più eretto.
Durante tutta la battaglia col leone
è restato sempre così,
esposto nel suo desiderio.
La bella rimane colpita da tanta virilità.
Si unisce a lui con foga,
e le loro due sorgenti si fondono in una.

Quando due si uniscono in questo modo, arriva qualcos’altro
dal mondo dell’invisibile. Potrebbe essere una nascita,
se nulla previene il concepimento,
ma un terzo arriva comunque, quando due si uniscono nell’amore,
o nell’odio. Le intense qualità generate
da tale unione si mostrano nel mondo spirituale.

Queste cose sono tanto reali quanto l’infinito,
ma a qualcuno sembrano fantasie religiose,
mentre chi crede solo nella realtà,
le chiama organi sessuali e tratto digestivo.

Ottenuto il suo appagamento, il capitano rientra nel suo ruolo e conduce la bella a destinazione, intimandole: “Non dire una parola di ciò che è accaduto al Califfo”. Appena il Sultano la vede, cade immediatamente schiavo del proprio desiderio, e decide di prendere subito possesso dell’atteso bottino.

Le fantasie fanno alzare il suo fallo, indurendolo al pensiero
di spingerlo su e giù,
ingrossandolo di piacere.

Ma quando si corica finalmente accanto alla donna,
arriva un decreto di Dio
a frenare la sua attività voluttuosa. Un suono quasi impercettibile,
come quello che potrebbe fare un topolino. Il suo membro crolla,
e il desiderio svanisce.

Lui pensa che quel rumore soffocato possa essere un serpente
che striscia sul materasso. La ragazza osserva la sua ritirata,
e comincia a ridere convulsamente di quel re potentissimo.
Pensa al capitano che uccide il leone
mantenendo l’erezione per tutto il tempo!

Irrefrenabili e sonore le sue risate.
Più ci pensa più ride,
come fanno quelli che mangiano l’hashish,
per i quali tutto diventa così buffo.

Il Califfo è furioso. Tira fuori la sua spada.
“Cos’è che ti fa tanto ridere? Dimmi tutto quello a cui stai pensando.
Non nascondermi niente. Se menti, ti taglio la testa.
Se dici la verità, sarai libera”.

Impila sette Corani uno sopra l’altro,
e giura su di essi che farà come ha detto.
Quando la ragazza si riprende,
confessa tutto, nei dettagli. Parla dell’accampamento
nella radura, dell’uccisione del leone,
del capitano che torna alla sua tenda
col fallo ancora dritto come il corno di rinoceronte.

E del contrasto col membro del Califfo,
afflosciato per il sussurro di un topo.
Le cose nascoste vengono sempre a galla.
Per questo è meglio non piantare semi cattivi.
Stai certo che germoglieranno.
La primavera nasce dalle foglie cadute,
il che dovrebbe essere una prova sufficiente della resurrezione.

Le azioni d’amore sono semi di qualcosa
completamente diverso: un luogo vivente.
L’origine non è mai uguale al risultato.
Non possiamo sapere da dove proviene la nostra sofferenza.
Non sappiamo tutto quello che abbiamo fatto.
E forse è meglio così.
Ma la nostra pena ne è comunque conseguenza.

A quelle parole il Califfo comprende. Non si può conquistare quello che appartiene a qualcun’altro, nemmeno se ci spetta di diritto. Non si può volere quello che non si può avere, nemmeno se lo si desidera da impazzire. Libera la sua preda e la manda in sposa al capitano, come premio per il coraggio da lui dimostrato nell’assedio di Mosul. Conclude Rumi:

Questa è la virilità di un profeta.
Il Califfo era sessualmente impotente,
ma la sua mascolinità era più forte che mai.

Il vero nocciolo della potenza è l’abilità
di rinunciare ai capricci dei sensi. L’intensità
della libido del capitano è meno di una pagliuzza
confronto alla nobiltà del Califfo nel porre fine
al ciclo che semina lussuria e raccoglie
bugie e desiderio di vendetta.


Per comprendere a fondo il messaggio esoterico di questa storia bisogna procedere su più livelli. Come in tutti i racconti sufi, la simbologia è fluida e mutevole, e lo stesso personaggio, così come la stessa situazione, suggeriscono interpretazioni diverse e parallele che, proprio come dervisci danzanti, mostrando ad ogni passo un lato diverso.

L’avvenente concubina, inizialmente, incarna l’emblema del divino, quella bellezza suprema che suscita il desiderio: basta sentirne parlare, o intravedere un’immagine sfuocata e inesatta delle divine sembianze, per perdere la testa. Così scatta l’innamoramento mistico.

Una volta agganciati alla brama di Dio, si supera qualsiasi ostacolo: si parte, si combatte, si assedia. Il re di Mosul rappresenta le paure e le resistenze razionali nei confronti del cammino spirituale, che vanno combattute spada alla mano. Ci saranno dei caduti, cioè delle parti di noi dovranno soccombere, ma la posta in gioco vale qualunque sacrificio.

E’ una battaglia in cui, dice Rumi, sarebbe meglio non delegare. E’ il vero sé che si dovrebbe battere per la conquista, non un suo rappresentante inferiore. Finisce invece che è proprio il secondo a raggiungere la meta, e a caderne a sua volta soggiogato.

La malia d’amore conquista i sogni del capitano, entra cioè nell’inconscio. Il desiderio d’unione si fa irresistibile. E’ questo lo stadio in cui si supera il timore delle conseguenze: Dio chiede di essere amato a qualunque costo. Finché si soppesano i pro e i contro non è vero amore. Si deve passare direttamente all’azione, incuranti dei rischi.

Il fallo eretto è simbolo di un desiderio istintuale, non mediato da nessun ragionamento, volto esclusivamente a penetrare il segreto inviolabile. Ma proprio mentre la sospirata fusione sta per compiersi, accadimenti imprevisti e improrogabili possono distoglierci dalla meta. Un leone nero può irrompere nell’accampamento della vita.

Tanti ostacoli si intromettono sulla Via mistica, nemici interni e esterni che ci distraggono dal compito. Ma l’uomo di Dio, anche mentre assolve altri obblighi, spesso urgenti e irrinunciabili, non perde mai, neanche per un attimo, la sua erezione, ovvero la direzione alla quale punta il suo cuore. E appena può, a lei ritorna.

L’Onnipotente, conquistato da tanta sincera perseveranza, nella sua immensa magnanimità, si apre ad accoglierlo, e permette che per un attimo due sorgenti diventino una. Ma chi ha goduto di questa sublime esperienza non è il Califfo, il sé supremo, bensì il suo capitano, che è solo una parte di lui.

Ecco allora che il divino si presenta all’uomo intero, e gli si offre. Siamo alla resa dei conti. La defaillance sessuale del Califfo è un viaggio iniziatico per renderlo consapevole della propria impotenza. Potrà anche essere un sultano, ma davanti a Dio i suoi titoli e il suo potere non hanno nessun valore. Al contrario, si dovrà vergognare del suo ardire, affrontare il senso del ridicolo, sopportare la mortificazione nel constatare la differenza tra quello che credeva di essere e quello che è. L’ego va smantellato pezzo per pezzo, spogliato di tutti i suoi veli, uno dopo l’altro. Di fronte a Dio si può stare solo nudi e indifesi, consci della propria fallace umanità, senza segreti e finzioni.

Ora il divino esce dalla fanciulla, che torna ad essere semplicemente un agente, proprio come lo era il capitano. E diventa sua degna sposa. Adesso sì che l’incontro si fa possibile. Dio non vuole trattare coi subordinati, ma col padrone di casa. E’ in lui che vuole vedere l’evoluzione, non nei suoi aggregati.

Anche la sessualità smette di interpretare la mistica unione, per rivelarsi come uno dei tanti aspetti della grande illusione. Non è un giudizio morale che la condanna, ma l’imperdonabile errore di credere che possa davvero appagare. Non è l’atto sessuale in sé che va evitato, ma il fatto di trattarlo come un bottino di guerra, come un diritto, come una meta, e di investirlo di un potere che non gli spetta. Quando invece dovrebbe essere accolto semplicemente come un dono.

Il Califfo accetta finalmente la volontà divina, anche se va contro il proprio desiderio, il proprio orgoglio, la propria apparente virilità. Smette di volere questo o quello, per accogliere ciò che viene a lui spontaneamente. Aveva scambiato un obbiettivo per l’Unione vera. L’aveva preteso, raggiunto con la forza, dato per vinto. Lo aveva trasformato in un idolo. Ma come dice Rumi, “l’idolo appartiene all’idolatra”.

Adesso, la più grande battaglia la gioca dentro di sé. E’ uno scontro molto più impegnativo dell’assedio di Mosul. Da una parte la rabbia e la vendetta, dall’altra l’accettazione dei propri limiti. Sceglie di lasciare andare, di non restare attaccato al risentimento, alla volontà. Sceglie di straccarsi dagli obiettivi terreni, da quei “capricci dei sensi” che governano il mondo materiale, dalla quella bulimia del volere che acceca, in cambio della beatitudine dello spirito. Ed è così che vince.

E’ questa la virilità che Dio chiede a tutti gli uomini e a tutte le donne che lo stanno cercando.

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