AMIR KHUSRAW – Terza parte - IL FUOCO DELL'AMORE - jayyd news

AMIR KHUSRAW – Terza parte – IL FUOCO DELL’AMORE

Marta Irene Franceschini

Uno dei brani più passionali e travolgenti del repertorio di Amir Khusraw è “Zehaal-e-misikin” (letteralmente “la mia miseria), un distillato di lirica mistica che ad ogni esecuzione muove le platee di mezza India fino alle lacrime.

L’autore si rivolge direttamente a Dio, con un’intimità di linguaggio disarmante. Nell’arco di poche righe si è trasportati nel cerchio segreto dell’alcova mistica, in quel “cortile” dello spirito dove non c’è spazio per nient’altro che l’amante e l’amato.

Si assiste al monologo di un’anima messa a nudo, senza filtri né censure, senza timore di fraintendimenti, né tantomeno di giudizio. Colpisce la straordinaria libertà d’espressione, il candore delle metafore, la schiettezza.

Il tema è quello cantato da tutti i mistici di tutte le religioni del mondo. Si diventa asceti perché un giorno avviene un fatto straordinario. All’improvviso, a volte senza nemmeno cercarlo, si fa esperienza di Dio. Può durare una frazione di un secondo, oppure una notte intera. Può essere una visione, o un sogno, oppure una voce che parla dentro al petto, un vecchio incontrato per strada, la scia di una cometa, un profumo di rose, il sorriso di un bimbo. Ma qualcosa accade, ed è sempre qualcosa che non si può raccontare.

L’incontro con Dio provoca una beatitudine, per così dire, traumatizzante. Quando Dio “si siede così vicino”, tutto cambia. “Improvvisamente, con mille moine” due “occhi incantatori” rubano la pace. Da quel momento in poi, infatti, si passa il resto della vita in attesa del suo ritorno. Si vaga “nel fuoco dell’amore”, perplessi e sconvolti. Si aspetta, come mendicanti scalzi, in perenne attesa di un’altro sfioramento, di un altro attimo di divina presenza. Si vive per quello.

Non è nostalgia di un ideale, né tantomeno di una narrativa teologica, bensì di un’esperienza estatica, di un vissuto incancellabile che ha impresso un marchio a fuoco sul cuore dell’amante. La vita dell’asceta diventa un tormento, una pena da cui solo Dio lo può guarire. Il gioco d’amore ha le stesse regole di un amore terreno, solo d’intensità centuplicata. Non si dorme, non si mangia, non si ride, non si trova sollievo né distrazione in nessun’altra cosa. Dio usa uno strumento universale per farsi intendere, solo elevato all’ennesima potenza.

Per questo, chiunque abbia amato anche una volta sola, comprende il linguaggio del mistico. Sa cosa vuol dire “il mio letto è su un patibolo”, nella solitudine. Sa cos’è la “scura prigione della notte” senza il volto dell’amato accanto. Sa come è facile da spezzare “il filo della speranza”, e al tempo stesso come esso resiste, nonostante tutto.

Il lamento per la separazione non ha bisogno di traduzioni. Sappiamo tutti di cosa sta parlando, anche se non conosciamo nessun Dio personalmente. E’ qualcosa che appartiene alla condizione terrena degli esseri umani, e che viene generalmente associato al campo del profano. Eppure, nel canto dei mistici, lo stesso lamento si fa sacro. Ciò che cambia non è il linguaggio dell’amore, bensì l’oggetto della passione amorosa. Come a dire: non è il segno, ma il significato che si attribuisce al segno, a fare la differenza.

Ecco la generosità di Dio: il suo gusto sulle labbra ha lo stesso sapore di un bacio, così che tutti possano riconoscerne la dolcezza e la mancanza. E anche senza capirne il mistero possano ripetere, in un sospiro: “Anch’io, un tempo, ho amato così”.

Anch’io potrei ancora amare così.

ZEHAAL-E-MISIKIN

Non ignorare la mia miseria distogliendo lo sguardo, non inventare scuse.
La mia pazienza è colma. Tesoro mio, perché non mi prendi in grembo?

Lunga è la notte della separazione, come i riccioli dei tuoi capelli.
Corto il giorno dell’unione, come la vita stessa.

Mio caro, come sopravviverò alla scura prigione della notte,
senza il tuo volto accanto?

Con occhi languidi aspetto senza sosta l’amato.
Dio solo sa quando il fato illuminerà il mio cortile.

Da quando è partito per terre lontane,
le lacrime sgorgano da questo relitto come monsoni fuori stagione.

Quando la pioggia diventa diluvio, anche il mio cuore piange,
e i miei occhi implorano.

Quando la luna splende tra le stelle,
dentro di me cresce una pena infinita.

Quando la separazione brucia nel mio corpo,
entrando segretamente nel cortile del mio cuore,

il filo della speranza si rompe, e penso
che il mio amato si è arrabbiato con me.

Il mio letto è su un patibolo,
come posso dormire?

Il suo letto è in un altro mondo,
come faremo a incontrarci?

La Via degli orefici,
è conosciuta solo dagli orefici.

La condizione dei feriti,
solo da chi sta sanguinando.

Io vago da una foresta all’altra,
senza trovare un guaritore.

La mia pena sarà curata
solo quando scenderà l’oscurità.

Ahimè, sono pazzo d’amore,
ma nessuno capisce il mio tormento!

Improvvisamente, con mille moine,
quegli occhi incantatori hanno rubato la mia tranquillità.

I battiti che senti sono i miei o i tuoi?
Ti sei seduto così vicino a me che la sera si è riempita di colori.

Mi hai fatto sentire un po’ felice, e un po’ triste.
Strano è il dolore del cuore, amico mio, e difficile da cancellare.

Cos’è questa, modestia o vergogna? Se alzo lo sguardo, arrossisco.
La rugiada che scorre dalle tue ciglia mi è entrata nello sguardo.

Chi andrà a raccontare al mio amore
questa faccenda?

Come un mendicante scalzo,
vado in cerca del mio amato.

Di città in città, di soglia in soglia,
io canto il suo nome.

Scelgo le sembianze del mendicante in questo mondo,
per un anello nuziale nell’altro.

Il mio corpo e la mia anima li offro a Lui,
e per questo mi chiamano indigente!

Sconvolto e perplesso come una candela tremolante,
io vago nel fuoco dell’amore.

Occhi insonni e corpo irrequieto,
ma nessuno arriva, nessun messaggio giunge.

Eppure continuo a sperare di incontrarlo,
anche mentre piango.

Nel silenzioso cortile della mia solitudine,
continuo a sperare di parlare con Lui.

O mio spasimante dalla scura pelle!
Lascia, per Dio, che ti guardi almeno un attimo!

Se non riesco a vederti, morirò di certo,
la mia vita intera per un tuo solo sguardo!

Ogni parte del mio corpo ti ricorda costantemente,
il mio spirito, la mia materia, entrambi sono tuoi.

Se entrerai anche solo una volta nel mio cortile,
sarò per tutti la tua eterna sposa.

Mostrami la tua bellezza, o mio tenebroso,
sono pazzo d’amore per te!

Vago cercandoti di città in città,
urlo il tuo nome da una foresta all’altra.

Il mio amore per te mi ha sconfitto,
tu sei il vincitore, ed io il perdente.

Ma anche se sono io quello che ha perso,
sono diventato più forte.

Nel giorno dell’incontro, amato mio, chiederò un risarcimento,
perché io, Khusraw, sono stato abbandonato.

Ma so che quando girerò le spalle alle ceneri di questa maledetta mente,
farò finalmente la pace col mio amato.


Ecco una delle migliori interpretazioni di Hamsar Hayat & Friends:

https://www.youtube.com/results?search_query=Hamsar+Hayat+%26+Friends+zehaal-e-misikin

Qui invece dalla voce di Zila Khan:

E questa è un’interessante versione apparsa in un famoso serial televisivo negli anni ’80: “Bharat ek khoj”. Vale la pena di sopportare qualche secondo di parlato che si sovrappone al canto, per godere di questa storica interpretazione.

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