AMIR KHUSRAW - Prima parte -TUTTO SPLENDE - jayyd news

AMIR KHUSRAW – Prima parte -TUTTO SPLENDE

Marta Irene Franceschini

Nel XIV° secolo la città di Delhi era una metropoli che gareggiava per prestigio e ricchezza con Baghdad, il Cairo e Costantinopoli. Artisti, poeti e intellettuali di straordinario talento, provenienti da ogni angolo dell’Asia Centrale, sconvolta dalle invasioni mongole, cercavano rifugio nella capitale indiana, trasformandola così in un centro culturale vibrante ed eterogeneo.

E’ in questo fermento che emerge la figura di Amir Khusraw, icona letteraria dell’India Medievale, paragonato per successo e importanza al Dante italiano. Personaggio dai mille talenti, Khusraw non solo ha incarnato un’epoca, ma è diventato anche il rappresentate simbolo di quella civiltà, il punto di riferimento più autorevole della sua identità culturale. E proprio come Dante, la sua eredità è diventata immortale.

Khusraw è stato insaziabile studioso, poeta di corte e di taverna, scrittore enciclopedico, nonché inventore di generi letterari. A lui, per esempio, si deve l’origine dei cosiddetti “gialli”, moderni discendenti del concetto di “serendipità”. Ben pochi sanno che il termine deriva proprio da una novella di Khusraw (Hasht-Bihisht, Gli otto paradisi), scritta in persiano e tradotta in italiano nel 1557 da tale Cristoforo Armeno col titolo “Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo”. I tre protagonisti della novella persiana, grazie alla loro sagacia e acuta capacità di osservazione, riescono infatti ad analizzare una serie di indizi apparentemente insignificanti che permettono loro di risolvere enigmi, svelare misteri e salvarsi da trame e inganni. Insomma: tre blasonati Sherlok Holmes ante-litteram. In un’altra nicchia della sua sconfinata produzione troviamo i numerosissimi giochi di parole e indovinelli che Khusraw, precursore dell’enigmistica, si divertiva a comporre. Eccone un assaggio:

“Si fa tagliare la testa venti volte,
senza morire, né spargere sangue.”

(l’unghia)

Figlio di padre turco e madre indiana, Khusraw è stato un appassionato sostenitore dell’integrazione tra musulmani e indù, un anti-razzista istintivo che intuiva le enormi potenzialità dello scambio e della fusione tra le due culture. Scriveva nel 1318:

“Ci sono qui in India molti sapienti Brahmini, eppure ben pochi apprezzano la loro lungimiranza, col risultato che tanta saggezza resta muta e inutilizzata. Io ho cercato di imparare qualcosa da loro, e per questo ne ho capito la straordinaria importanza. Benché seguano un’altra religione, molti dei loro princìpi sono simili ai nostri…”

Il suo contributo non restò solo teorico, ma si concretizzò in campo linguistico. Khusraw è infatti considerato il padre del vernacolare “hindustani” (attualmente parlato in gran parte del subcontinente), il primo ad utilizzarlo in ambito letterario. L’hindustani fondeva vocaboli arabi, persiani e indiani in un unico idioma, che era poi quello parlato dalla gente comune, in contrapposizione al persiano, considerato la lingua colta usata dalle élite. Dare dignità letteraria al linguaggio “volgare” era molto di più di un’operazione linguistica: proprio come avvenne in Italia quasi nello stesso periodo, l’uso dell’hindustani in campo poetico fu parte integrante del processo di formazione dell’identità indiana, se non ancora nazionale, certamente culturale e geografica.

Khusraw è anche passato alla storia come creatore di strumenti musicali e compositore. I suoi “ghazal” (forma di canzoni poetiche) hanno goduto di oltre 700 anni di ininterrotto successo, sono stati e sono tutt’ora interpretati dai più grandi artisti indiani. E’ la musica che si canta e che si balla nelle piazze, nei cortili, nelle feste e nelle gite scolastiche, quasi un inno nazionale. Un fenomeno di successo popolare del tutto simile a quello della nostra “Bella ciao”, solo decisamente più antico.

Ma il campo in cui Khusraw ha lasciato un segno davvero indelebile è quello della mistica. Dopo essere stato per tre quarti della vita un raffinato poeta di corte, acclamato, protetto e finanziato da principi e sultani, all’età di 57 anni diventa il discepolo prediletto del grande Shaikh Hazrat Nizamuddin Awliya, di cui ci siamo occupati di recente.

Il loro è un incontro destinato a entrare nella leggenda. Nizamuddin Awlyia e Amir Khusraw formano una di quelle coppie spirituali che sono diventate modello archetipico dell’amore mistico. Come Rumi e Shamzi, come Leyla e Majnun, come Mahmud e Ayaz, maestro e discepolo si amano in un modo non classificabile nelle categorie umane. Qualunque tentativo di definizione basato su parametri razionali è destinato a fallire inesorabilmente il bersaglio. Sarebbe come analizzare un’opera d’arte usando il microscopio: si potrebbero sviscerare i particolari, ma si perderebbe il valore dell’insieme, che è poi il segreto che rende artistica l’opera stessa. L’arte, come l’amore, non si può spiegare. Si può solo guardare in silenzio, si può solo “sentire”, senza pretendere di capirla.

Così parlava il maestro, poco prima di morire, del suo discepolo: “Nel Giorno del Giudizio spero che tutte le mie colpe vengano cancellate dal fuoco che arde nel cuore di questo Turco… Non metterò certo piede in Paradiso senza di lui… Se fosse possibile, darei istruzioni affinché lui fosse sepolto nella mia stessa tomba, così potremmo restare abbracciati per l’eternità.”

Ed è proprio per il suo amato Shaikh che Amir Khusraw ha composto quei “gahzal” che da 700 anni vengono cantati in tutta l’India. Sono serenate d’amore appassionato, esplosioni di felicità per la sua presenza, o di mortale disperazione per la sua assenza. Il linguaggio è semplice e diretto, privo di artifizi stilistici, quasi denudato da un urgenza che non lascia spazio al superfluo. Chi parla sembra avere l’innocenza e la spontaneità di un bambino. Eppure, in pochi versi, riesce a catturare chi ascolta in un vortice emotivo che si perde nel mistero degli amanti.

Questo fa il “sama”, ovvero l’ascolto della musica sacra, nel cui repertorio i “gahzal” di Amir Khusraw sono presenze insostituibili. In occidente la musica è considerata, per lo più, intrattenimento. Per il sufismo, invece, il “sama” è una forma di meditazione, un esercizio spirituale, strada maestra che conduce all’estasi del contatto divino. Diceva a questo proposito Nizamuddin Awliya: “Il “sama” è cosa buona. Ma a cosa servono strumenti e tamburi se il cuore di chi ascolta non è puro? A cosa servono le note se non ci si apre elle emozioni celesti?”

Quello che segue è uno dei più famosi “gahzal” dedicati al santo. Si intitola “Oggi tutto splende” (“Aaj rang hae”). Come sempre nel caso del sufismo, si presta a più chiavi di lettura. La prima è la più terrena: racconta l’esultanza iniziale dell’innamoramento, quel sì che improvvisamente accende di colori il mondo, che eleva l’oggetto d’amore sopra ogni altra cosa e cancella tutto il resto. La seconda descrive la gioia di aver finalmente trovato la propria guida spirituale, l’esperienza sconvolgente di dissetarsi, dopo secoli di deserto, alla purissima fonte, di sentirsi eletti alla sua corte. Infine la terza si riferisce alla sconcertante beatitudine della prima unione con Dio. Tutti e tre i casi hanno un denominatore comune: quello di sentirsi amati.

Come in un gioco di specchi, l’amore mistico accoglie le proiezioni di ogni amore terreno, per restituire il riflesso di quello divino: ecco allora che “tutto si accende di colori”, come canta Amir Khusraw, “tutto splende” .

AAJ RANG HAE

Oggi tutto si accende di colori, madre mia!
Oggi tutto splende!

La casa del mio Khwaja scoppia di colori!
Oggi il mio tesoro è venuto da me, o madre mia!
E tutto si è acceso di colori!
Tutto splende!

Io ho trovato la mia guida: Nizamuddin Awliya!
Dovunque guardo, io lo vedo, o madre mia!
Tutto si accende di colori!
Dovunque guardo, lui è con me, o madre mia!
Tutto splende!

Ho cercato in lungo e in largo,
ma tuo è il colore che ha catturato il mio cuore, Nizamuddin,
tuo è il colore che mi ha completamente catturato.
Ho dimenticato tutto il resto, madre,
un colore così, io non l’avevo mai visto!
Oh amato di Dio,
un colore come il tuo, io non l’avevo mai visto!

Khusraw, ho passato la notte di nozze sveglio con il mio amato marito,
il mio corpo e l’anima del mio amato,
il mio corpo e l’anima del mio amato si sono tinti dello stesso colore.
Oh amato di Dio,
un colore così, io non l’avevo mai visto.

Ho esplorato il mondo intero,
ma da nessuna parte ho visto un colore come il tuo.
Ho girato ovunque nel mondo,
oh Dio!
Ma non ho trovato niente pari alla tua rara bellezza.
Ho incontrato molti volti così incantevoli da togliere il respiro,
ma neanche uno che potrebbe competere con la tua bellezza.

Tuo è il colore che ha catturato il mio cuore, Nizamuddin.

Il mondo…il mondo…
lui fa splendere il mondo
Khwaja Nizamuddin fa splendere tutto il mondo.

Piove…
e le nuvole piovono giù dolcezza.
Alla corte dei ventidue mistici di Delhi
guarda come crescono le nuvole della misericordia benedetta.
Nuvole che piovono dolcezza.

Non c’è nessuno che assomiglia alla tua forma,
noi portiamo la tua immagine con noi, ovunque andiamo,
oh amato di Dio!

Nizamuddin Awliya accende il mondo,
e ciò che chiede, gli viene dato.
Oh madre mia, tutto è acceso di colori,
oggi. Tutto splende.

Eccone alcune versioni eccellenti. Il grandissimo Nusrat Fateh Ali Khan:

La meravigliosa Abida Parveen:

La giovane e talentuosa Hadiqa Kani:

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