HAZRAT NIZAMUDDIN AWLIYA – Terza parte - ADAGI PER IL CUORE - jayyd news

HAZRAT NIZAMUDDIN AWLIYA – Terza parte – ADAGI PER IL CUORE

Marta Irene Franceschini

Fawa’id al-Fu’ad (Adagi per il cuore) è un’opera straordinaria sotto molti punti di vista. Tanto per cominciare, perché inaugura un nuovo genere letterario, che avrà grande successo nei secoli a venire, fino a diventare un modello riprodotto e diffuso, non solo in India ma in tutto il mondo mistico-esoterico: si tratta delle “malfuzat”, ovvero “i discorsi” di santi e maestri, primo tentativo di preservare e divulgare i preziosi insegnamenti degli eletti, da sempre tramandati oralmente.

Il testo, compilato nell’arco di 15 anni, dal 1308 al 1322, da Amir Hasan Sijzi, poeta di corte e fervente discepolo di Hazrat Nizamuddin Awliya, racconta 188 “majlis” (assemblee, incontri) tra il santo e i suoi adepti. Benché poeta affermato, Hasan è mosso in quest’opera primariamente dalla devozione, e questo si avverte nella scelta di uno stile estremamente semplice e lineare, in contrasto con quello ricercato e spesso ampolloso, secondo la moda lirica del secolo, delle altre sue pubblicazioni. Il risultato è uno sguardo rispettoso, distaccato e estremamente realistico sulla personalità spirituale dello Sheikh, che ne emerge quasi intatta, nella sua forma più pura.

Consapevole dell’eccezionalità dell’impresa, e con l’umiltà dei veri discepoli, Hasan sottopone periodicamente la stesura del manoscritto alla revisione dello stesso Maestro, che ne approva o corregge minuziosamente la compilazione. Questa procedura, rimasta a tutt’oggi una rarità, conferisce all’opera una autenticità unica e preziosa: la presenza del santo si avverte in ogni singola riga, aleggia sulle pagine come un’ombra attenta e cosciente che accompagna chi legge, anche a distanza di secoli.

Dal punto di vista spirituale, quindi, Fawa’id al-Fu’ad fornisce la straordinaria occasione di penetrare il cerchio intimo delle “majlis” per sedersi ai piedi di uno dei più eminenti sufi dell’islam indiano e ascoltarne i luminosi insegnamenti, vivificati dalla sua essenza sottile e immanente, ad infinitum.

Quando Hasan Sijzi comincia a trascrivere i suoi discorsi, Nizamuddin Awliya ha 66 anni, e morirà tre anni dopo la loro conclusione, all’età di 83 anni. Nel corso della sua stesura, dunque, chi parla è un santo – e un uomo – all’apice della sua maturità, oltre che un’illuminato sicuramente consapevole di dettare il suo ultimo messaggio. Il testo ci restituisce non solo la sua eccezionale lucidità (in 15 anni una sola storia è ripetuta due volte), ma anche una profondità di sintesi spirituale raramente raggiunta in opere simili, che ne fanno una pietra miliare della metafisica sufi.

Anche da un punto di vista meramente storico, queste prime “malfuzat” hanno un inestimabile valore. Esse permettono infatti agli studiosi del medioevo di entrare in un monastero del XIII° secolo per osservarne la vita e capirne le dinamiche, quasi come testimoni oculari. La “khanqa” (monastero) infatti era frequentata quotidianamente da una folla eterogenea che giungeva, da vicino e da lontano, con richieste e problematiche tipiche dell’epoca. Molte delle “majlis” (assemblee) sono riflessioni sui temi portati dai pellegrini, che vengono dibattuti dal maestro insieme ai discepoli. Altre volte le assemblee stesse sono interrotte dall’arrivo di qualche visitatore, le cui motivazioni diventano così argomento di analisi e di meditazioni collettive.

L’opera dunque fornisce uno spaccato eccezionale della società medievale indiana, svelando aspetti di quell’intimità che si crea solo tra il cuore del discepolo e l’orecchio del suo maestro, offrendo cioè la versione di un’umanità spogliata da filtri convenzionali e ideologici, il cui primario obbiettivo è quello di aprirsi candidamente davanti alla propria guida spirituale.

Per tutti questi motivi Fawa’id al-Fu’ad è un testo che non può mancare nella bibliografia degli studiosi del sufismo, ma resta anche un’opera piacevolissima dal punto di vista letterario. Infatti, Nizamuddin Awliya, come ogni grande maestro sufi, è prima di tutto uno straordinario cantastorie.

Rientrando lateralmente nella tradizione delle “mille e una notte” (in arabo “mille” significa anche infiniti, e dunque, dei “racconti infiniti”), che attraversa tutto il mondo orientale, e che in India ha radici antichissime, l’insegnamento orale, mediante storie o parabole, ha origini che si perdono nella notte dei tempi di moltissime culture.

Il sufismo ha sposato questa modalità di trasmissione facendone il proprio strumento identitario: il tesoro dei sufi è uno scrigno inesauribile di storie, sorgente perenne di acqua cristallina che eleva il racconto a terapia dello spirito. La narrazione implica la partecipazione emotiva di chi ascolta, non basta un’assimilazione passiva, si richiede di farne “esperienza”. Come dicono i sufi: se una storia non ti trasforma, vuol dire che non l’hai veramente ascoltata. Il linguaggio esoterico, come quello onirico, prosegue oltre il proprio significato letterale, per sconfinare nel campo fiorito dei simboli. Gli “Adagi per il cuore” di Nizamuddin Awliya sono rose sbocciate nello stesso giardino.

Il mio incontro personale con questo libro è l’ennesima perla della collana di miracoli che mi lega al “mio” amatissimo santo. Al mio rientro dall’India avevo collezionato tutte le pubblicazioni esistenti relative a questo grande maestro sufi, che mi accompagnarono fedelmente nei miei successivi traslochi in giro per il mondo. L’avevo battezzato “lo scaffale del santo”, una ventina di testi in lingua inglese, con un’unica eccezione: Fawa’id al-Fu’ad, che all’epoca avevo potuto trovare solo in urdu.

Sopravvalutando enormemente le mie conoscenze linguistiche, mi ero ingenuamente ripromessa di tradurlo io stessa. Ma ogni volta che, armata di vocabolario, provavo a cimentarmi nell’impresa, non riuscivo mai a spingermi oltre le prime righe. Il fallimento del mio obbiettivo mi precipitava nella più cupa mortificazione. “Pensi di amare tanto il tuo santo, e non riesci neanche a tradurre il suo libro più importante, l’unico che vorresti veramente leggere? Perché credi di aver studiato urdu per due anni: per vantartene nei salotti o per la tua evoluzione spirituale? Vale veramente così poco la tua devozione? Vergogna! Finché non avrai tradotto questo libro non sarai mai più degna di pronunciare il nome del suo autore!”

Così tacevo, tenendo il mio doloroso segreto chiuso a doppia mandata nel cuore: continuavo ad amare segretamente il “mio” santo, senza mai raccontare a nessuno le intime evoluzioni della nostra “storia”, come se mi avessere impresso un sigillo sulle labbra. In questo penoso silenzio passarono i successivi vent’anni.

Nel frattempo, mia figlia Sofia era andata a studiare a Toronto, ed io partii per andare a trovarla. C’era, all’interno del suo campus universitario, una delle più grandi biblioteche pubbliche del mondo, con oltre 20 milioni di libri, e Sofia si offerse di accompagnarmi a visitarla. “E’ talmente vasta, che bisogna fare un corso di un mese per poterla consultare”, mi spiegò. Ricordo che, mentre entravamo nell’atrio del grande grattacielo, Sofia mi chiese di scegliere un argomento, per circoscrivere la ricerca, ed io risposi di getto: il misticismo.

Salimmo al diciannovesimo piano, e una volta varcata la soglia di quell’immenso labirinto, io fui presa da una incontenibile euforia, una specie di febbre, come fossi una bambina che entra per la prima volta in un fantastico Luna Park. Benché Sofia mi ripetesse che era impossibile trovare qualunque cosa senza le indicazioni dello schedario telematico, io partii naso per aria, guidata, o meglio attratta, da una irresistibile smania.

Riapparvi mezz’ora dopo, con tre libri stretti al petto, tutti su Nizamuddin. Uno di questi era la prima traduzione inglese di Fawa’id al-Fuad. Una volta a casa, tremando dall’emozione, scoprii che il testo era stato tradotto da Bruce Lawrence, il più eminente studioso americano di sufismo indiano, con l’aiuto del leggendario professor Khaliq Ahmad Nizami, storico e linguista della Alighar University, e che insieme ci avevano messo ben 14 anni!

La mia antica mortificazione svanì così, per incanto. Il mio fallimento non era dipeso dunque né dalla mia pigrizia, né dal mio scarso impegno: semplicemente, era un compito al di sopra delle mie reali possibilità! Quella scoperta fu per me una vera liberazione. Mi sentivo come se improvvisamente qualcuno avesse tolto l’odioso sigillo dalle mie labbra: ora ero finalmente pronta per raccontare al mondo il mio amore per Hazrat Nizammudin Awliya.

Restava un’ultima cosa da fare: aprire quel libro e incontrare sulla carta chi avevo conosciuto per vent’anni nel silenzio del cuore. Ora potevo finalmente sedermi ai suoi piedi e ascoltare il suo canto. Con la trepidazione dell’amante nella sua prima notte d’amore, cominciai a leggere. Quello che segue è un estratto di 400 pagine di luce.

FAWA’ID AL-FU’AD

Nel vicolo della taverna,
dove la gente comune si ritrova,
chiunque tu sia,
vieni, siedi, e sii te stesso.


C’era una volta un santo che preparava una zuppa molto buona, e la vendeva per strada per un diram a scodella. A volte, qualcuno lo pagava con una moneta falsa, ma riceveva in cambio la stessa zuppa calda, proprio come chi gli aveva dato denaro autentico. La gente cominciò a pensare che lui fosse così stupido da non distinguere un soldo buono da uno fasullo, e molti lo provocavano pagandolo con pezzi di ferro, di legno o di cartone, ma sempre ricevevano la stessa zuppa in cambio. Quando fu in punto di morte, il santo alzò gli occhi al cielo e disse: “O Dio, tu sai bene che la gente spesso mi pagava con denaro falso, e io l’accettavo per buono. Non ho mai protestato, né mi sono offeso per questo. Così ti prego, anche tu, se hai ricevuto da me falsa devozione, non offenderti!”

Prendi pietre e deserti come fossi un animale,
e lascia la tua casa ai cani e ai gatti per festeggiare.
Il cibo di Gesù è sceso dal cielo.


C’era una volta un santo che usava dire che tutte le azioni virtuose, quali le preghiere, il digiuno, le invocazioni e il rosario, sono come uno stufato di carne. Puoi metterci burro, pepe, aglio e cipolla, ma senza la carne non sarà mai uno stufato; tuttalpiù sarà una zuppa. Puoi aggiungere o meno altri alimenti, ma l’ingrediente base per lo stufato è la carne. La carne è la rinuncia alle cose terrene. Senza la carne, le tue azioni virtuose non sono realmente vissute. Che tu osservi o non osservi preghiere, invocazioni e altre pratiche, se non liberi il tuo cuore dai legami terreni, non otterrai nessun beneficio dalle tue virtù. Rinunciare al mondo non significa, per esempio, che devi girare nudo, coperto solo da un telo di lino, e sedere in solitudine. Rinunciare al mondo significa invece indossare abiti, nutrirsi di cibo, mantenere vivo e costante l’interesse per ogni attimo della vita così come ti arriva tra le mani, ma al tempo stesso senza nessuna inclinazione all’accumulo, e nessun attaccamento agli oggetti materiali. Questa sola disposizione è l’essenza della rinuncia al mondo.
Non soffrire mai per la perdita di denaro. Anche se il mondo scompare, ti rimane sempre tutto l’amore di Dio.
L’oro esiste solo per essere dato. Per tenerlo, una pietra farà lo stesso.


Una particella d’amore è meglio dell’obbedienza
di tutta l’umanità e di tutti gli angeli.


La sincerità totale è il requisito necessario per vivere anche solo una piccola quantità di devozione.


Ci sono due tipi di devozione. Quella i cui benefici sono limitati a chi la compie (preghiere, digiuni, pellegrinaggi, ecc.). E quella che comporta benefici agli altri, sia attraverso azioni materiali e dimostrazioni di compassione, o qualsiasi altro tipo di aiuto dato a un altro essere umano. Il loro valore è incalcolabile e la loro ricompensa illimitata. In questo tipo di devozione, anche i peccati diventano motivo di grazia. Vuol dire che se fai del bene anche senza rendertene conto, se aiuti qualcuno anche per motivi egoistici, o in modo illegale, la tua azione sarà ugualmente benedetta.


Ciò che importa maggiormente nella vita spirituale, sono le buone intenzioni. La gente guarda a quello che fai, Dio a quello che hai intenzione di fare.


C’è differenza tra quelli che si immergono veramente in Dio e quelli che, dato che studiano e fanno ricerca sul tema, vogliono essere considerati uomini di Dio.


Quando i santi parlano di Dio, riescono a evocarlo e trasmettere a chi ascolta la sua presenza.


C’era una volta un saggio, famoso per la sua eloquenza. Un giorno andò dal Qasi e gli disse: “Desidero andare in pellegrinaggio alla Kaba. Dammi il permesso di partire!”. “Perché vuoi andare?”, rispose il Qasi, “Resta: i tuoi consigli e i tuoi discorsi sono di aiuto a molta gente”. Dopo un anno il saggio tornò dal Qasi, e di nuovo chiese il permesso di andare in pellegrinaggio alla Kaba. E di nuovo il permesso gli fu negato. Il terzo anno il saggio andò dal Qasi e gli disse: “Sono sopraffatto dal desiderio di andare alla Kaba: ti prego, dammi il permesso di partire!” “O maestro”, rispose il Qasi, “se sei sopraffatto dal desiderio di visitare la Kaba, che bisogno hai di chiedere il permesso o cercare la mia consulenza? Dovresti semplicemente partire. In amore, non c’è bisogno di consultazioni”.


Fare miracoli non è un lavoro da santi. Un santo musulmano dovrebbe piuttosto essere un mendicante disgraziato, in cerca di verità.


C’era un derviscio molto povero che viveva coltivando il suo piccolo orto. Mai gli era stato chiesto di pagare nessuna imposta. Ma un giorno arrivò un nuovo amministratore che pretendeva non solo le tasse, ma anche gli arretrati. Il derviscio protestò in nome della sua povertà, ma il burocrate rispose: “O mi paghi tutte le tasse, o fai un miracolo”. “Che miracolo vuoi che faccia?”, chiese il derviscio. “Cammina sulle acque del fiume”, rispose secco l’amministratore. Il derviscio allora si incamminò e attraversò il fiume fino all’altra sponda, come se stesse calpestando la terra. Il burocrate fu soddisfatto, e lo invitò a tornare indietro. Il santo chiese gli fosse mandata una barca. “Perché vuoi una barca, se sai camminare sull’acqua?”, fece stupìto l’esattore. “Non bisogna dare troppa importanza al proprio sé inferiore”, rispose il derviscio, “altrimenti potrebbe pensare, come minimo, di valere qualcosa!”


Un santo era solito dire: “Chiunque abbia un problema dopo la mia morte, ditegli di visitare la mia tomba per tre giorni, e se il problema non si risolve, che venga per un quarto giorno, e se ancora il problema sussiste, ditegli di venire un quinto giorno, e smantellare la mia tomba mattone per mattone.”


Un santo è uno che per tutta la vita sogna che l’Amato sia coricato nel letto accanto a lui. Nel momento in cui il santo lascia questa vita, è come se si svegliasse improvvisamente dal suo sogno, e si accorgesse che l’Amato che ha cercato per tutta la vita, giace proprio lì, insieme a lui, nel suo letto. Riuscite a immaginare la gioia e la meraviglia di questa esperienza?


Tutto viene da Dio. Perché allora dovrei essere disturbato da qualcuno, qualunque cosa mi faccia?


Una volta uno Sheykh stava camminando per strada. Un uomo gli arrivò dietro e lo colpì con forza sul collo. Lo Sheykh si girò per vedere chi era stato e l’uomo gli disse: “Perché guardi me? Non sei tu che dici che tutto viene da Dio?” “Dici bene.” gli rispose lo Sheykh, “Infatti volevo vedere chi era la persona che Lui aveva scelto per interpretare un tale ruolo!”


C’era una vecchia santa che diceva: “Se una spina mi punge il piede, io so da chi è mandata”.


Ogni dolore e pena che ci capita, dovremmo sapere o cercare di capirne le cause. Bisogna conoscere le cause del dolore, altrimenti il dolore diventa inutile.


C’era un santo che non si fidava di nessuno che non avesse sperimentato l’amore e il dolore. Anche di un individuo pio e devoto, diceva: “Questo e quello non sono niente: ma non ha lacrime!”


Non chiedo che questo:
che occasionalmente
Tu lanci uno sguardo su di me.


C’era una volta un asceta israelita. Per anni aveva scrupolosamente obbedito a Dio. Ma un giorno arrivò al profeta del tempo questo messaggio: – Và e dì a quell’asceta: “Che cosa credi di ottenere da tutti i sacrifici legati alla tua rigida osservanza? Tanto ti ho creato solo per punirti!” Appena il profeta riferì il messaggio all’asceta, egli si alzò in piedi e cominciò a saltare di gioia. “Perché mai questa rivelazione ti fa così felice da metterti a ballare?” lo interrogò stupefatto il profeta. “Perché come minimo Dio si è ricordato di me” rispose l’asceta, “mi ha preso in considerazione. Ho potuto fare esperienza della sua attenzione!!!”


Che importa se mi dici che vuoi uccidermi!
basta che mi parli, tutto il resto non conta!


Quando diventi vecchio, e vicino alla fine della vita. Quando osservi i tuoi mancati successi. Solo allora, guidato da una tristezza travolgente, solo allora sentirai il tuo amore per Dio.


Ci sono tre tipi di fiducia. Il primo è come il rapporto che c’è tra un cliente e il suo avvocato. L’avvocato non solo conosce la legge, ma è anche ben disposto verso il suo cliente. Per questo il cliente si fida, anche se a volte può fare delle domande all’avvocato, o suggerirgli di trattare il caso in un certo modo e consigliare certe strategie. Il secondo livello di fiducia è la relazione che ha un neonato con sua madre. Ha fiducia senza chiedere niente. Non dice mai alla madre: “Dammi il latte a quest’ora o a quest’altra”. Quando ha fame, piange, semplicemente. Non implora, non chiede nulla. Il suo cuore ha totale fiducia nella compassione di sua madre. Sa che lei lo nutrirà. Quanto al terzo livello, è questo: si sta come un panno tra le mani di una lavandaia. Non fa domande. Non si muove di sua iniziativa. Risponde a ogni desiderio o volontà della lavandaia. Completamente abbandonato. E’ questo il livello più alto di fiducia possibile. E’ qui che si incontra Dio.


Io non vorrei che i discepoli si prostrassero davanti a me, ma poiché lo facevano ai piedi di Baba Farid, non posso impedirglielo.


Il solo proposito di rasarsi il capo è di rimuovere l’orgoglio.


Un maestro non dovrebbe volere mai niente dal suo discepolo.


Un santo venne a sapere che uno dei suoi discepoli aveva commesso gravi peccati. Allora si precipita da lui e gli dice: “Vieni, vieni a vivere a casa mia. Potrai fare là tutto quello che vuoi. Ma almeno così io potrò coprirti col mantello delle mie preghiere, e velare i tuoi peccati.”


La prima cosa che dovrebbe fare un discepolo, è non desiderare mai di diventare un maestro!


Un giorno un uomo portò un coltello in regalo a Baba Farid. Lo Sheykh glielo restituì dicendo: “Portami un ago, piuttosto. Il coltello è uno strumento che serve per tagliare. L’ago per cucire”.


La fratellanza spirituale è più forte di quella biologica, perché il legame che unisce due persone di fede persiste in questo mondo e anche nel prossimo.


Liberare uno schiavo è come resuscitare un morto.


Un giorno il califfo di Baghdad aveva fatto imprigionare un ragazzo. La madre andò a supplicare il califfo di liberarlo, ma lui rispose: “Ho dato ordine che il ragazzo stia in prigione, e fintanto che sarà vivo un solo membro della mia famiglia, quest’ordine sarà rispettato”. La madre allora cadde a terra piangente e, alzando gli occhi al cielo, disse: “Questo è l’ordine del califfo: qual è il tuo comando?”


Quando un leone selvaggio irrompe dalla foresta in un villaggio, nessuno si chiede se è un maschio o una femmina.


Chiunque abbia una figlia femmina, guadagna una barriera contro l’inferno. Il padre di una figlia è un uomo fortunato.


Come può qualcuno che non ama i bambini, amare gli adulti?


C’era un giudeo che viveva nel quartiere di un santo. Quando il santo morì, la gente interrogò il giudeo: “Perché non sei diventato musulmano?” “Se l’islam è quello che professava il santo” rispose il giudeo, “allora non ne sono degno, ma se è quello che professate voi, di un tale islam io mi vergogno!”


L’orgoglio è peggio dell’adulterio.


Io desidero vivere sempre
nella brama di te.
Possa io diventare polvere,
calpestata dai tuoi piedi.
La mia unica meta, in entrambi i mondi,
è solo te.
Io muoio per te,
mentre per te vivo.


Non c’è niente meglio della poesia, quando si parla del cuore. Lo stesso pensiero eloquente espresso in prosa, quando è tradotto in versi raddoppia il suo splendore.


Il sapere intuitivo ha sempre a che fare col Nascosto.


Il nascosto deve rimanere nascosto,
altrimenti scompare.


Quando si scrive qualcosa, se la penna scorre facilmente significa che non ci saranno difficoltà: il risultato sarà presto raggiunto. Invece, se la penna si muove a fatica e la scrittura è indecisa, allora il lavoro incontrerà ostacoli e ritardi. Ma queste sono comunque razionalizzazioni. La verità è che tutto ciò che proviene dal vero istinto, porta con sé la promessa del proprio compimento.


C’era un santo che avrebbe sempre voluto scrivere una raccolta di aneddoti sufi, ma guadagnava così poco che non poteva mai permettersi né di comprare la carta, né di pagare uno scriba. Un giorno venne da lui uno scriba di nome Hamed, e il santo gli disse: “E’ tanto tempo che desidero dettare una raccolta di aneddoti sufi, ma non ho mai avuto abbastanza denaro per farlo”. “Quali sono le tue risorse al momento?” gli chiese lo scriba. “Ho solo un diram” rispose il santo. Hamed prese il diram e comprò della carta. Ora tutti sanno che con un diram si possono acquistare solo pochi fogli, ma appena Hamed li aveva riempiti, ecco che giungeva un’altra piccola donazione con cui comprare altra carta e proseguire il lavoro. Uno dopo l’altro, cominciarono ad arrivare anche i denari per il salario dello scriba, e così in breve tempo il lavoro fu felicemente terminato. Il punto è questo: se le difficoltà si affrontano una alla volta, e persiste la determinazione, anche l’impresa più impossibile potrà essere realizzata.


Tu vai. Noi ci occuperemo del resto.

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