HAZRAT NIZAMUDDIN AWLIYA – Parte seconda - MAESTRO DI BONTA' - jayyd news

HAZRAT NIZAMUDDIN AWLIYA – Parte seconda – MAESTRO DI BONTA’

Marta Irene Franceschini

Molte informazioni sulla vita di questo leggendario maestro sufi le abbiamo già fornite nell’articolo redatto su questa rivista dal titolo IL RUOLO DELLA CHISTHIYA NELL’ISLAMIZZAZIONE DELL’INDIA (http://www.jayydnews.unislamitalia.it/2020/05/03/il-ruolo-della-chisthiya-nellislamizzazione-dellindia/), pubblicato in data 03/05/2020, durante lo scorso Ramadan.
Proverò qui a raccontare la fascinazione che questa figura luminosa è riuscita a esercitare sulla folla sconfinata dei suoi devoti. Una fiamma che, da oltre sette secoli, continua ad ardere come fuoco perpetuo. Direi che si chiama “bontà.”
La bontà sembra di per sé un miracolo, un fenomeno quasi innaturale dell’esperienza umana, un’autentica rarità. La storia del nostro mondo è storia di cattiverie, crudeltà indicibili che si susseguono senza sosta. Guerre, saccheggi, rapine, violenze, stupri, ingiustizie, soprusi, questo studiamo sui libri di scuola, dall’infanzia all’accademia.
Passano i secoli, ma la cattiveria resta. Si prende ad esempio lo stereotipo del medioevo come cifra di inciviltà, ma il mondo che ci circonda oggi non fornisce certo esempi più edificanti. Bambini che si suicidano per bullismo, ragazzi pestati a morte per puro divertimento, donne violentate ogni giorno, scandali e truffe sempre sulla pelle dei più deboli: criminali che si arricchiscono sui terremoti, sul traffico degli esseri umani, sulla malasanità, sui rifiuti tossici. Eccetera, eccetera.
Eppure, dall’inizio dei tempi fino ad oggi, in mezzo a questa devastante “valle di lacrime”, proprio come un fiore che buca il cemento, è sopravvissuta la bontà. Inspiegabilmente, alcuni cuori restano immacolati, audacemente incorruttibili, coraggiosamente generosi. Proprio mentre la forza dell’inganno sembra prevalere da ogni lato, resistono schegge di onestà, limpide e sincere. Qualcuno che aiuta il prossimo disinteressatamente, qualcuno che soccorre l’affamato, che offre rifugio.
In mezzo a un mondo di urlatori, si stagliano adamantini intervalli di silenzio. Perdurano forme d’amore senza giudizio, sbocciano, fuori stagione, germogli di perdono. Raggi di consapevolezza che svelano l’ipocrisia delle accuse e delle proiezioni, atti di generosità inaspettata e gratuita, gesti di improvvisa accoglienza.
Di questi eventi miracolosi non si trova traccia negli articoli dei giornali. La bontà non fa notizia, non fa aumentare le vendite. Le serie televisive parlano solo di crimini efferati, mai di opere buone. Il bene resta silenzioso, sotterraneo, dimesso. Opera quasi di nascosto, in incognito, non ama la pubblicità, non finisce mai in prima pagina. Evita i riflettori, si schermisce, si dilegua. Eppure non solo esiste, ma ha una forza immensa. Se prevalesse davvero il male su questa terra, avrebbe già ribaltato il mondo, e scritto la parola “fine” sulla pagina della storia umana. Invece, per tutto il male che conquista i palcoscenici mondani, c’è un bene altrettanto grande e contrario che gli fa da contro-altare.
Ma la linea che separa queste due forze contrapposte non è sempre così facile da tracciare, sia fuori, sia dentro di noi. Da bambini crediamo che il mondo si divida tra buoni e cattivi, tra giusto e sbagliato. Bianco e nero, senza sfumature. Poi cresciamo, e scopriamo un’altra storia, dove spesso è il grigio a prevalere.
Nessuno di noi è una cosa sola. Siamo tutti un po’ buoni e un po’ cattivi. Il mondo riflette ciò che succede nei nostri cuori. Anche lì si combatte, a volte vince il bianco, a volte il nero. Magari siamo buoni col prossimo, ma crudeli con noi stessi. O viceversa. Guai a fidarsi delle semplificazioni. E’ quasi più pericoloso identificarsi con la bontà, che riconoscere il proprio male intrinseco. Come diceva appunto Nizamuddin: chi è l’uomo peggiore? colui che si crede migliore.
Esattamente come nel mondo, anche all’interno del nostro cuore, quando prevale il male, noi siamo perduti. Se la cattiveria vince, l’umanità finisce. La nostra bontà – quella vera, quella nascosta e segreta che non vede nessuno, e di cui spesso siamo agenti inconsapevoli – lotta per mantenere l’equilibrio, per controbilanciare le pulsioni negative del nostro ego.
Il cuore diventa così tempio misterico della trasformazione, simbolo pulsante della lotta archetipica tra il bene e il male, senso alchemico dell’umanità tutta. Mentre combattiamo le nostre misere battaglie interiori, in realtà rappresentiamo le forze sacre dell’universo. Siamo guerrieri e guerriere eterne del destino umano, in bilico tra perdizione e salvezza.
A volte, sono battaglie durissime. Si combatte in solitudine, a mani nude, contro mostri primordiali, spaventosi e terrificanti. A volte, ci si sente perduti e vinti, sepolti sotto macerie di fallimenti. Altre, invece, vince la bontà: si capisce, perché improvvisamente il mondo sembra migliore. E per quella dolcezza che di colpo annienta la rabbia.
In questa lotta mitologica in cui l’essere umano è microcosmo che riflette un destino universale ben più ampio e decisivo del suo piccolo orizzonte, fortunatamente non siamo soli. Accompagnano il nostro impervio cammino esempi luminosi di trionfo, prove vissute di bontà incarnata. Uomini e donne, santi e illuminati che, indipendentemente dalla fede o tradizione di appartenenza, hanno fatto del bene la loro missione sulla terra.
Sono loro le bussole dei naviganti dello spirito, le zattere dei naufraghi. Loro, la terra promessa degli amanti. Non c’è niente come la bontà capace di generare amore. Una sorgente d’amore è qualcosa di davvero straordinario in un mondo come il nostro, che sembra solo volto a moltiplicare i danni che produce. La bontà è come una fonte inesauribile di gioia in mezzo a un deserto. Una fiamma che non si spegne mai. Un seno materno che non smette di nutrire. Bandiere di speranza per un mondo migliore, questi santi campioni di bontà sono, proprio come le rovine dei templi, patrimoni dell’umanità.
Perché solo la bontà spiega tutte le cose, e le traduce in senso. Solo la bontà consola, guarisce, e finalmente riposa. E’ lei il miglior concime per l’anima, il balsamo miracoloso sulle piaghe. Quando si mostra così, nuda, senza veli, la bontà scioglie un punto preciso dentro al cuore, e lentamente lo dilata: muove, come diceva Aristotele, perché commuove. La bontà ha una forza incredibile. Niente può batterla. A me ha piegato le ginocchia. Come si fa a resistere al suo canto? Ci si tuffa nel vuoto, pur di restarle vicino. Perché la bontà innamora.
Nizamuddin Awliya è stato un maestro di bontà. Era la sua essenza, la sua specialità assoluta, il suo “daimon”, direbbe Hillman. La sua infinita bontà io l’ho scoperta restando seduta in silenzio, per anni, davanti alla sua tomba, come ho raccontato nel precedente articolo. L’ho sperimentata dal di dentro, ne ho fatto esperienza sottile e segreta. E’ stata la mia cura.
Solo molto tempo dopo l’ho studiata sulle fonti originali. Leggere le sue parole, trascritte fedelmente dai suoi discepoli, a distanza di sette secoli, è stata un’emozione meravigliosa. La stessa meraviglia che si prova davanti all’incanto di un’alba, non certo inaspettata, eppure unica nel rinnovato stupore che l’accompagna. Eccone alcuni estratti:
Se qualcuno mette una spina sulla tua strada, e tu ne metti una sulla sua, dopo un po’ saranno spine ovunque!

Tra gli uomini si è buoni con i buoni e cattivi con i cattivi. Ma tra i dervisci, no! Si è buoni con i buoni, e lo si è anche con i cattivi.


Ci sono tre tipi di bontà. Il primo è quello di chi non fa né bene né male. E’ il comportamento tipico delle piante e degli animali. Il secondo è quello di chi fa solo del bene agli altri, e nessun male: questo è già meglio. Ma il terzo è ancora migliore, cioè quello di chi fa solo cose che rechino beneficio agli altri, e anche se qualcuno lo danneggia o lo ferisce, non se la prende e lo perdona. Questa è la bontà dei migliori.


Un giorno qualcuno mi disse: “Certe persone parlano così male di te per strada, che non posso ripetere quello che dicono”. Ed io risposi: “Li perdono tutti! Che mondo sarebbe questo, se restassimo intrappolati nell’odio e nella disputa? Chiunque parli male di me, io lo perdono.”


C’era un uomo di Indrapath che parlava continuamente male di me e mi malediva. Sparlare di qualcuno è una cosa, ma augurargli il male è molto peggio. Poi, quell’uomo morì. Il terzo giorno dopo la sua morte, andai sulla sua tomba a offrire una preghiera a Dio in suo nome. “O Dio”, pregai, “qualunque cattiveria lui abbia detto su di me, o pensiero malvagio abbia fatto nei miei confronti, io lo perdono. Per piacere, puoi non punirlo per causa mia?”


Un giorno arrivò un derviscio itinerante e si mise a imprecare e offendere. Io rimasi silenzioso. Quando il derviscio se ne andò, i miei discepoli protestarono. Ma io spiegai loro: “Tutto il giorno vengono persone a baciarmi i piedi. E’ bene che ogni tanto qualcuno venga a offendere”.


Possa Dio essere amico con tutti quelli che mi offendono. Possano tutti quelli che mi feriscono ottenere maggior riposo. Possano tutti quelli che spargono spine sul mio cammino, vivere vite che fioriscano come rose senza spine.



Per te, ombra dell’odio, 
come può esserci spazio,
in quel luogo dove domina
nient’altro che il pensiero dell’Amico?
A quelli che mi fanno del male
che io faccia, se possibile,
solo bene.

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