HAZRAT NIZAMUDDIN AWLIYA – Prima parte - 700 ANNI D'AMORE - jayyd news

HAZRAT NIZAMUDDIN AWLIYA – Prima parte – 700 ANNI D’AMORE

Marta Irene Franceschini

Nell’estate del 1986 arrivai per la prima volta a Nuova Delhi. Avevo vinto una borsa di studio della Farnesina per studiare Urdu presso la Jamia Millia Islamia University. L’impatto iniziale con la metropoli indiana non fu per niente facile: passai il primo mese a piangere tutti i giorni, chiedendomi come avrei fatto a resistere un anno intero in quell’inferno. Avevo 26 anni, e le mie aspettative romantiche sull’India venivano quotidianamente demolite nel confronto con la realtà così diversa e complessa che mi circondava. Confesso che più di una volta fui sul punto di mollare tutto e tornarmene a casa. Invece, successe qualcosa che non solo mi convinse a restare, ma cambiò per sempre la mia vita.

Vivevo nel quartiere di Defence Colony, in uno di quegli appartamenti che in India chiamano “barsati”, perché essendo all’ultimo piano sono molto esposti alle piogge (barsat). Sono considerate le case dei poveri, roventi d’estate, e allagate durante i monsoni, ma quasi sempre godono di fantastici terrazzi, dai quali è facile interagire con i vicini.

Una sera in cui meditavo, tanto per cambiare, la fuga, venni invitata dallo studente del terrazzo confinante a visitare la dargah (tomba) di un famoso santo. Ero talmente avvilita che lo seguii senza fiatare, benché non avessi nemmeno capito bene dove eravamo diretti. Dopo un breve tragitto nel traffico caotico della città, l’auto-riksho ci depositò, con mio grande sollievo, nel quartiere di Nizamuddin West.

Imboccammo una strada occupata su entrambi i lati da bancarelle che vendevano ogni genere di mercanzia: strani pendenti luccicanti, montagne di bianchi zuccherini, minuscole boccette di profumo, drappi coloratissimi, kebab, rosari, datteri, incensi, samoza, e soprattutto enormi distese di petali di rose rosse. Man mano che ci addentravamo, la strada si restringeva, fino a diventare un vicolo non più largo di un metro, dai bordi del quale i venditori si sbracciavano fino a toccarci, urlando all’unisono frasi incomprensibili.

Improvvisamente la via prese a girare, gettandosi in stretti cortili colonnati, o sbucando in piccole piazze tappezzate di tappeti più vecchi che antichi, dove uomini avvolti in turbanti colorati sorseggiavano thè fumante appollaiati su traballanti panche di legno. Il vicolo continuava a cambiare direzione come un serpente capriccioso, snodandosi tra venditori di libri, berretti, campanelli, medaglie, collane, lampade fluorescenti e anelli con enormi pietre sgargianti, con nessuna ambizione di sembrare preziose.

Davanti a un arco affollato di gente fui costretta a cedere le mie scarpe a un vecchietto magrissimo, che mi diede in cambio un pezzetto di corda da cui pendeva un cartoncino con un numero illeggibile scarabocchiato sopra. Varcai la soglia a piedi nudi e mi ritrovai in un largo piazzale pavimentato di marmo, pieno zeppo di tombe di ogni tipo e grandezza. Sospinta dal flusso ininterrotto dei fedeli, mi feci largo tra le lapidi fino a un’altra grande piazza, sormontata al centro da uno splendido mausoleo a cupola, circondato da un portico colonnato. “Ecco la dargah di Nizamuddin Awliya!” annunciò con entusiasmo il mio accompagnatore.

Stordita dall’insolito tragitto e intimidita dalla singolarità di quella specie di cimitero affollato, raggiunsi un’angolo lungo il perimetro della piazza, e mi sedetti per terra con la schiena appoggiata al muro intarsiato di un’altra tomba. Guardavo tutto con occhi spalancati, senza capire. Un fiume tumultuoso e costante di persone si dirigeva verso l’entrata del sepolcro centrale, reggendo tra le mani cestini traboccanti di petali di rose. Alcuni entravano per depositare le offerte, altri cadevano in ginocchio sulla soglia della tomba, altri ancora abbracciavano le colonne, o incollavano la fronte al gradino del portico, con evidente e tangibile trasporto devozionale. Molti visi erano solcati dalle lacrime, altri assorti in meditazione profonda, altri ancora persi e lontani come fossero stati rapiti da chissà quale visione.

Non avevo mai visto niente di simile, e mi mancavano gli strumenti per comprendere quello che mi circondava. Gli unici cimiteri che conoscevo erano luoghi semi-deserti, dove nessuno amava indugiare. Mentre qui morte e vita sembravano mescolati nel medesimo abbraccio, senza soluzione di continuità. Mi trovavo di fronte all’ossimoro di un camposanto vivente. Un misto di disagio e fascinazione mi invadeva il petto, come fosse un lago sul quale mi sembrava di galleggiare. Restai a lungo, muta, in quel luogo indecifrabile, in preda a una stupìta confusione. Me ne andai con una sola certezza: che sarei tornata.

La dargah del santo diventò, da quel giorno, la mia meta fissa. Ogni sera raggiungevo da sola il mio angolo sul bordo della piazza, e sedevo con la schiena appoggiata alla tomba intarsiata. Non sapevo neanch’io perché lo facevo. Mi pareva che la dargah esercitasse un’energia simile a una calamita, non solo su di me, ma su tutti i presenti. Sembrava che nessuno se ne volesse mai andare. Chi pregava, chi dormiva, chi mangiava, chi rideva, chi non faceva assolutamente nulla. Davanti alla tomba il tempo sembrava sospeso. Si passava per fermarsi un attimo, e si restava per ore. Sembrava una malia, un incantamento. Tutto a un tratto calava la notte, e qualcuno cominciava a cantare i qawwali… Anch’io io rimanevo lì seduta, immobile per ore, vinta da una irragionevole sensazione di appartenenza, come se quel cimitero pieno di vita potesse, forse, essere il mio posto nell’universo. Finalmente.

Tale era l’attrazione che la dargah esercitava su di me, che cambiai casa, e mi trasferii nello stesso quartiere. Ora potevo raggiungere la mia destinazione preferita anche a piedi, in meno di dieci minuti. La notte, dal terrazzo del mio nuovo barsati, cercavo di immaginare la cima della cupola al di là dei tetti, e fantasticavo sul punto esatto in cui sarebbe potuta spuntare.

Ma il mio legame con la dargah non fu esattamente senza ostacoli. All’epoca, avevo 26 anni: ero atea, rivoluzionaria, femminista, oltre che piena di un’indomabile rabbia in corpo. A tratti, la mia infatuazione per quel sito religioso mi causava crisi profonde. “Che ci faccio io qui, in mezzo a questa folla di musulmani?” mi chiedevo. “Non abbiamo niente in comune, né cultura, né principi, né credenze. Io, qui, sono un’intrusa.” Infatti, salvo rari turisti che finivano lì per sbaglio, per fuggire imbarazzati dopo cinque minuti, io ero sempre l’unica bianca. Spesso coprivo il mio pallore con la sciarpa, sperando di passare inosservata, arrivando quasi a invidiare le donne che indossavano il burka. Per poi pentirmene, naturalmente, e ripiombare nel mio conflitto interiore: “Io, donna, bianca, femminista, che invidio il burka? Devo essere proprio impazzita! Probabilmente sono preda di un malsano esotismo, una forma di dipendenza dalla quale mi devo assolutamente liberare”, concludevo.

Decidevo allora di interrompere le mie visite alla dargah. “Da domani, si cambia registro,” mi ripetevo risoluta. Ma ecco che il giorno successivo, al risveglio, mi pareva che qualcuno avesse spento il sole nel cielo. Al suo posto regnava una tristezza piatta e sconfinata. I minuti scorrevano lenti come le ore di un prigioniero in catene. La notte diventava buia malinconia, il sorriso un ricordo lontano, l’allegria un’ipotesi assurda.

Al terzo giorno di questa inconsolabile agonia decidevo di andare nei pressi della tomba “solo” per acquistare una boccetta di profumo che mi serviva “urgentemente”. Il semplice fatto di potermi avvicinare alla dargah mi rianimava di immediata euforia, proprio come un amante che passa sotto le finestre dell’amata solo per vedere se le luci sono spente o accese. Mentre mi avvicinavo al vicolo dei petali di rosa il mio cuore cominciava a battere forte. Mi intrattenevo a parlare con il venditore di profumi, raggiante e ciarliera, incapace di contenere il mio buon umore. Una volta uscita dalla bottega, mi dicevo che nulla mi vietava di fare un giro per il quartiere, e di passarci anche davanti, all’entrata della tomba, se volevo… Infine, mentendomi, entravo: “giusto per dimostrami che sono tanto libera di non andarci più, quanto di andarci ancora, un’ultima volta…”

Passavano i mesi, in questa lotta tra cuore e ragione. Mi tenevo in precario equilibrio tra desiderio e coscienza, cercando faticosamente di mettere insieme parti di me così palesemente in contraddizione tra loro. Ogni volta che raggiungevo la dargah provavo una gioia immensa, e questo era un fatto. Ma cosa fosse quella gioia non avrei saputo dirlo. Cercavo di assolvermi da dubbi e paure, continuando a rimandare le possibili conclusioni. “In fondo, che male faccio? Resto lì, in silenzio, da sola, a guardare. Perché mai dovrebbe essermi vietato?”

Arrivò l’estate, e le sospirate vacanze dall’Università. Dopo dieci mesi di India, tornai finalmente in Italia. Rividi gli amici, ritrovai la vita che avevo lasciato, la famiglia, le abitudini, i divertimenti. Mi dissi che, nonostante tutto, non ero per niente cambiata: l’India era, e sarebbe restata, solo un’intervallo. Io ero sempre io, e questo pensiero mi rassicurava. Ripartii due mesi più tardi, convinta di andare solo a finire i miei studi. Ma, naturalmente, mi sbagliavo.

Non so perché, ma all’epoca a Delhi si atterrava sempre di notte. Le pratiche doganali per l’ingresso nel paese erano così lente, e l’aeroporto così lontano, che si finiva per raggiungere casa non prima dell’alba. Non avevo nessun piano prestabilito in mente. So solo che quando raggiunsi il mio barsati nel quartiere di Nizamuddin aprii la porta, gettai dentro le valige, e la richiusi immediatamente alle mie spalle. Poi, senza neanche deciderlo, mi incamminai verso la sospirata meta. Man mano che mi avvicinavo, allungavo il passo, in preda a un’urgenza incontenibile. Gli ultimi metri, li feci quasi correndo. Mi liberai dei sandali, salutando con entusiasmo il vecchietto assonnato, e mi precipitai tra le tombe.

Quando vidi finalmente la dargah, mi sembrò che il cuore mi scoppiasse nel petto. Invece di dirigermi al mio solito posto, andai dritta verso l’entrata, mi fermai sulla soglia, caddi anch’io in ginocchio, e scoppiai in lacrime. Con la fronte appoggiata al gradino del portico, sentii la mia voce interiore che gridava: “Ebbene, sì, non posso più resistere a quest’amore! Eccomi: sono tornata!”

La mia razionalità si sgretolò travolta dall’impeto dei sentimenti che mi dominavano. Certo, non avrei saputo spiegare quello che stava accadendo, ma non per questo quello che sentivo era meno vero. Avevo lottato contro quest’amore con tutte le forze, ma alla fine il mio cuore aveva ceduto. Sì, io amavo! E per quanto irrazionale e incomprensibile fosse quest’amore, non potevo più negarne l’evidenza.

Una volta socchiusa quella porta, dovetti poi fare i conti con le sue molteplici conseguenze. Mille domande mi assillavano ad ogni ora. Per esempio: appurato che quello che provavo era amore, che cosa stavo amando, esattamente? Si può forse amare una tomba? E se sì, qual’è precisamente l’oggetto di questo amore? Il marmo del mausoleo? Le colonne del portico? O forse la cupola? Ma la cosa più assurda era non solo che io sentissi di amare quella tomba, ma che da quella tomba io mi sentissi a mia volta riamata.

Poco per volta mi resi conto, anzi, che l’origine di tutto il mio coinvolgimento era proprio l’amore di cui io ero stata, a mia insaputa, investita. Giorno dopo giorno, senza nemmeno accorgermene, ero stata sommersa da una corrente d’amore così bruciante che aveva finito per sciogliermi. Ecco perché stavo così bene seduta davanti alla dargah: perché mi sentivo amata! Ma era una sensazione talmente improbabile e irrazionale che ci avevo messo un anno intero per capirlo.

Dunque, era un pezzo di marmo antico che mi faceva sentire amata? O era forse quello che il marmo conteneva al suo interno? E se questa era la risposta più ragionevole, dovevo dunque credere che ad amarmi fosse qualcuno morto da 700 anni? Poteva qualcuno che non c’era più da sette secoli diventare così intimo nei miei confronti da farmi piangere di gioia? O assumere un ruolo così importante nella mia vita da spegnere e accendere il sole delle mie giornate?

Erano domande sconvolgenti, che destabilizzavano ogni cosa in cui avevo creduto fino a quel momento. Ma che mi mettevano davanti a una verità inconfutabile: se volevo vivere questo amore dovevo necessariamente accettare di essere in relazione con “qualcosa” di invisibile. Insomma, Hegel aveva torto marcio: non tutto ciò che è reale è razionale.

Nel frattempo, l’amore continuava a crescere: un giorno dopo l’altro il mio legame col santo si faceva più forte, mi abituavo alla sua costante presenza, al suo sguardo che non mi abbandonava mai. Diventammo intimi, come promesse d’amore sussurrate nella notte. Lo chiamavo “madrepadre, fratello, sorella, amico, sposo”. Parole sconosciute che mi scivolavano fra le labbra, senza che io decidessi di pronunciarle: “mio Gesù, mio pentimento, mia ferita…” Lo sognavo spesso, come una luce alata che mi raccoglieva, un vecchio mendicante, una meta segreta che dovevo raggiungere. Ma soprattutto, lo sentivo. Una dolcezza che si insinuava nel petto, uno scivolare nel sonno, una pace ritrovata. Sollievo. Riconoscevo immediatamente il suo inconfondibile profumo: “eccoti”, dicevo, “mi apro per accoglierti”. Fu un lungo processo, una lenta metamorfosi, scavata dentro di me, goccia dopo goccia. Posso ben dire che l’amore piegò il marmo delle mie paure. Posso ben dire di essere stata conquistata. Grazie a Dio.

All’inizio non sapevo neanche bene chi fosse Nizamuddin Awliya. Sapevo solo che era un santo indiano, un sufi per l’esattezza. Ma l’India è piena di santi, ed io credevo non fosse altro che uno dei tanti. Meglio così: di certo non mi sono innamorata di lui per la sua fama. Per me lui era il più grande anche quando non sapevo che lo fosse realmente.

Anni di studi poi mi hanno fatto scoprire che amavo uno dei santi più famosi del subcontinente indiano, considerato il San Francesco dell’India, un mistico di levatura universale, una di quelle rare figure che hanno illuminato il cammino umano nel corso dei millenni. Ma questo l’ho scoperto solo dopo, quando il mio cuore era già irrimediabilmente suo.

Quando, dopo vent’anni d’amore, riuscii finalmente a mettere le mani sulla prima traduzione in inglese dei suoi preziosi insegnamenti, “Fawaid al’Fuad”, mi resi conto che tutto quello che stavo leggendo io l’avevo già assimilato nel silenzio dei nostri intimi colloqui, nell’ascolto del suo canto muto. In quelle pagine ritrovavo ciò che lui mi aveva segretamente trasmesso in tanti anni di devozione: non era una scoperta, bensì una conferma.

Oggi, trentacinque anni dopo quell’incontro, posso affermare senza esitazione che la sua presenza è stata elemento fondamentale e primario della mia esistenza. E’ stato lui il mio verde Khezr, “il maestro di tutti i senza-maestro”, come dice Ibn ‘Arabi, quella guida che conduce i suoi discepoli verso la loro profondità interiore, verso la loro individualità eterna, per giungere “al Khezr di sé stessi”. Un incontro che non si colloca nel tempo storico, ma può esistere solo entro quello psichico, puramente qualitativo, quel “tempus discretum” del mondo dell’anima: “per questa ragione, a distanza di secoli, è possibile essere sincronicamente il discepolo diretto di un maestro che solo cronologicamente appartiene al passato”.

E proprio come il migliore dei maestri, Nizamuddin Awliya mi ha insegnato un amore che non possiede, che non trattiene, ma che conduce, accompagna verso quell’Oltre al quale siamo destinati. L’esperienza viva e vibrante della sua invisibile presenza ha demolito una ad una le mie resistenze razionali, i miei preconcetti ideologici e, soprattutto, le paure profonde che mi impedivano di abbandonarmi alla fede. Tenendomi per mano, il santo mi ha guidato, passo dopo passo, fino a condurmi tra le braccia di Dio, di cui lui altro non era che un riflesso. Mi voleva a sé solo perché io scoprissi, in lui, l’Uno che ci contiene entrambi.

Non basterebbe un libro per raccontare tutti i segni e tutte le rivelazioni che il santo ha dispensato su di me, a pioggia, dal primo giorno. Sono tracce preziose che lastricano la Via del mio cammino spirituale, ricordi che custodisco gelosamente come perle nel filo della mia vita. Ma l’ultima risale a ieri notte, e voglio farne dono a chi legge.

Ogni mese scelgo un autore diverso a cui dedicare questa rubrica sul sufismo. Ho pensato che il “mio” santo fosse perfetto per chiudere con un messaggio d’amore e di speranza un anno così buio come quello in corso. Senza contare che la sua vicinanza spirituale a San Francesco d’Assisi lo rendeva in un certo senso adatto a celebrare il Natale, se non come ricorrenza religiosa, come evento culturale fortemente simbolico. Questo mi sono detta scegliendo di occuparmi di lui nel mese di Dicembre.

Ieri, mentre scrivevo questo articolo, ripercorrendo le tappe della mia avventura spirituale, molte volte mi sono dovuta fermare, in preda alla commozione. La sera, a letto, prima di addormentarmi, ho sperato di sognare il mio amato santo, augurandomi che venisse a trovarmi, a portarmi un saluto, una carezza. Invece, niente. Questa mattina ho aperto gli occhi senza nemmeno l’ombra di un sogno da ricordare. Un po’ delusa, ho indugiato sotto le coperte, chiedendomi il perché del suo silenzio. “Avrà ben altro da fare, che pensare a me”, ho concluso. E mi sono alzata.

Acceso il cellulare per vedere l’ora, è apparso un messaggio proveniente da Nuova Delhi. Alcuni amici indiani mi annunciavano: “Oggi inizia la Urs di Hazrat Nizamuddin Awliya!” La Urs è la festa che celebra l’anniversario della morte del santo che, in base al calendario lunare, cade ogni anno in un giorno diverso. Viene celebrato come le mistiche nozze tra il santo e Allah, il momento dell’agognato ricongiungimento, la tanto sospirata Unione Eterna. La Morte come Rinascita.

Tante volte avevo partecipato a Nuova Delhi ai festeggiamenti, che richiamano fedeli e devoti da tutta l’India. Un anno ricordo che la Urs cadde nel giorno del mio compleanno: la dargah era splendidamente decorata per l’occasione, il cibo veniva distribuito senza sosta, e la musica dei qawwali suonò ininterrottamente per tre giorni di fila. Mi sembrava che la coincidenza dell’anniversario ci unisse segretamente, ci legasse con un filo invisibile che nessun altro poteva vedere: vita/morte/vita. La mia nascita e la sua morte legate per sempre. Il più bel compleanno che io abbia mai passato.

Quest’anno, a causa della pandemia, non ci sarà nessuna festa per Nizamuddin Awliya. Niente preghiere, niente qawwali, niente doni né benedizioni. La dargah resta chiusa al pubblico. Eppure, i nostri cuori hanno festeggiato lo stesso. Questa mattina, 700 anni e 7000 km sono stati polverizzati dalla nostra connessione d’amore. Anche senza saperlo ho celebrato a distanza la sua Urs. Scrivendo la nostra storia ho passato l’intera giornata concentrata su di lui, ho simbolicamente decorato la sua tomba con ricordi luminosi e lacrime di gioia. Ho ripercorso le strade piene di petali di rose, ho risentito i profumi, gli odori, le voci. Ho rivisto i colori. Mi sono inginocchiata con la fronte sul marmo della sua soglia. Ho aperto il cuore alla dolcezza della sua presenza. Ancora una volta ha vinto l’amore. Un’eco mi risponde da lontano. Dice: niente e nessuno ci potrà mai separare. Grazie a Dio. Alhamdulillah.

Tutto quello che so l’ho imparato dal tuo amore. Tutto ciò che sono è uscito dal tuo grembo. La tua bontà mi ha vinta. La tua bellezza mi ha piegata. Volevo baciare i tuoi piedi. Volevo vederti passare accanto a me. Ascoltare il tuo respiro. Restare per sempre attaccata alle sbarre del cancello, in attesa di scorgere il tuo passo. Ho sciolto le redini al vento, e abbracciato il collo del cavallo. Mi sono gettata nel vuoto dalla finestra più alta. Ho chiuso gli occhi per vedere meglio la strada. Ho detto: prendimi, non appartengo che a te. Tu mi hai teso la mano. E’ così che sono nata.

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