MANSUR HALLAJ – Parte terza - IL MARTIRIO - jayyd news

MANSUR HALLAJ – Parte terza – IL MARTIRIO

Marta Irene Franceschini

E’ l’alba del 26 Marzo 922. Le truppe del prefetto di Baghdad prelevano un prigioniero dalla sua cella e lo conducono in una piazza stipata all’inverosimile di gente. L’uomo viene prima pubblicamente flagellato, poi gli vengono amputati piedi e mani, e infine viene issato su una croce, per restare esposto alla folla fino al mattino successivo quando, ancora vivo, viene tolto dal patibolo e decapitato. Le sue spoglie, cosparse di petrolio, vengono bruciate, e le ceneri sparse al vento dall’alto di un minareto.

Muore così Mansur al-Hallaj. I suoi discepoli lo vegliano durante tutto il suo supplizio, piangendo ai piedi della sua croce, e registrando scrupolosamente le sue ultime parole:

Mio Dio, eccomi giunto alla dimora dei desideri, a osservare meraviglie! Tu che mostri amore per chi Ti fa torto, quanto a maggior ragione sarai amoroso verso chi subisce un torto a causa Tua!

Poi, rivolto al figlio:

Mentre le genti di questo mondo prodigano tutti i loro sforzi in opere terrene, tu applicati a una cosa sola, la cui minima parte vale più di tutto ciò che possono produrre gli uomini e i sapienti, ossia la ricerca della Verità.

Secondo il racconto dei testimoni, il sangue che cola dalle sue ferite disegna sul terreno la parola “Allah” per ben 84 volte, tanti quanti sono stati i testimoni che hanno firmato la sua condanna. Infine, calato dalla croce per essere decapitato, Hallaj grida ad altissima voce:

Quel che conta, per l’amante, è l’Unico nel Suo puro isolamento!

Poi, con l’ultimo fiato che gli rimane, Mansur recita una sura del Corano: Coloro che non credono nell’ora ultima la sollecitano, mentre quelli che credono ne hanno timore, perché sanno che è vera [Cor., 42:18]. Queste sono le sue ultimissime parole.

Seguono diversi tentativi di sommossa, soffocati nel sangue dalle guardie di regime, in una atmosfera apocalittica resa ancora più cupa da una formidabile piena del Tigri, che rischia di sommergere la città. Vuole la leggenda che solo quando le ceneri del martire, trasportate dal vento, si posano sulle acque del fiume, disegnando ancora una volta la parola “Allah”, l’impeto si plachi.

Ma perché Hallaj è stato condannato a una morte così orrenda? Ufficialmente, perché ha detto “Ana ‘l-Haqq” (Io sono la Verità), dove Haqq è anche uno dei 99 nomi divini, e dunque la sua dichiarazione viene tacciata di blasfemia.

Come abbiamo visto nei versi pubblicati nella precedente puntata, il tema della fusione con Dio è un aspetto importantissimo della sua ricerca spirituale. Ma Mansur non è così ingenuo da non coglierne i rischi, non solo nei confronti dell’ortodossia religiosa ma, e soprattutto, rispetto al proprio ego. L’identificazione col divino, se non accompagnata da una rigorosa consapevolezza mistica, potrebbe tradursi in imperdonabile presunzione e delirio di onnipotenza. Per cui Hallaj si preoccupa di chiarire molto bene questa delicata questione e di metterne in guardia i discepoli sui pericoli:

Ah! Sono io o sei Tu? Siamo forse due dèi?
Lungi da me quest’idea di affermare un dualismo!
La Tua Ipseità sta in eterno dentro al mio niente.

O tu che sei nel dubbio, non credere che il tuo “io” sia ora, o sarà mai, o sia mai stato l’ “Io” divino!

Chiarimenti che tuttavia non bastano a salvargli la vita. Al ritorno dal suo terzo e ultimo pellegrinaggio alla Mecca, Mansur finisce infatti sotto processo per eresia. La causa si trascina per anni, senza tuttavia che i suoi detrattori riescano a provare la sua colpevolezza. Alla fine, la giuria lo assolve, ma i suoi acerrimi nemici riescono lo stesso a ottenere che sia rinchiuso nelle prigioni di Stato per impedire che influenzi le masse con i suoi sermoni.

Mansur resta in cella per ben nove anni, durante i quali, tuttavia, la sua fama cresce invece di spegnersi. Gli amici e devoti che lo vanno a trovare portano fuori dal carcere i suoi insegnamenti, che vengono imparati a memoria e divulgati clandestinamente, nonostante la censura. Le sue parole hanno uno effetto sconvolgente sulla gente, restano impresse nei cuori anche quando non vengono del tutto comprese, producendo una sorta di incantamento.

L’isolamento viene inasprito, ma ormai la leggenda del santo-in-catene ha preso il sopravvento. Corre voce che faccia miracoli dietro alle sbarre, che liberi prigionieri, guarisca malati, che riesca addirittura a uscire lui stesso dalla prigione per recarsi in intimo colloquio presso Dio. Risale a questi anni di prigionia la stesura della sua opera più matura, “Il Libro dei Tawasin” (Kitab al-Tawasin).

Intanto, i giochi di potere a palazzo si alternano senza tregua, tenendo in bilico la sorte del futuro martire. Al termine dell’anno 922, gli equilibri politici danno improvvisamente nuovo vigore ai suoi nemici che, attaccandosi a un cavillo giuridico, riescono a far sottoscrivere al califfo la pena capitale per il prigioniero.

Hallaj passa la sua ultima notte in preghiera e meditazione. All’alba, raggiunge il patibolo con il sorriso sulle labbra. Interrogato sui motivi della sua inspiegabile allegrezza, risponde: “E’ la seduzione della bellezza divina, che attrae a sé nell’unione d’amore.”

Come ha magistralmente spiegato Ibn ‘Arabi, che gli ha dedicato memorabili pagine di approfondimento, Mansur al-Hallaj ha incarnato il monoteismo fino alle sue estreme conseguenze. Il senso ontologico dell’unicità divina, infatti, implica il totale annullamento del devoto. Non c’è posto per due nell’Amore Celeste. Occorre cancellare anche la più piccola traccia del sé per fare posto all’Amato.

E’ la famosa “estinzione”, di cui parlano i mistici di tutte le fedi, quel progressivo annullarsi (“fana”, in arabo), che è la cifra della più pura realizzazione spirituale. Quel morire a sé stessi, per vivere esclusivamente in Dio.

Fra me e Te c’è il mio “io”, un “io” che mi opprime,
il Tuo “Io” schiacci quest’io che fra noi s’interpone!

Se Dio è l’unica realtà esistente, allora tutto il resto scompare. L’Io Divino prende il totale sopravvento su quello umano, una metamorfosi completa che si traduce nel profetico canto lirico di Mawlana Rumi: “Io, nulla”. Come ben chiarisce il professore Alberto Ventura:

“Portando la meditazione sull’Unità divina alle vette più alte che nell’Islam sia dato raggiungere, al-Hallaj è stato fra i primi a metter in evidenza quello che Henry Corbin ha voluto definire ‘il paradosso del monoteismo’, consistente nel fatto che il solo a potersi proclamare unico è l’Uno stesso. E’ infatti incongruente che un essere diverso da Dio professi l’Unità di Dio, perché in questa professione si annida già una dualità, quella di chi testimonia e di chi viene testimoniato”.

Scriveva Shibli, amico e discepolo di Hallaj: “E’ come se qualcuno entrasse in una casa e, trovandovi un unico occupante, gli dicesse: – Ci sei solo tu in questa casa. – Ora, l’altro potrebbe, a buon diritto, rispondergli: – La tua affermazione sarebbe vera se tu non esistessi!”

Parole come “estinzione” e “annullamento” trovano molta resistenza nella nostra attuale concezione umanistica, e sono anzi associate a forme di patologia relazionale. Si insiste piuttosto sull’importanza di “restare sé stessi”, soprattutto all’interno di una relazione.

Grave errore sarebbe però confondere il livello umano con quello spirituale. Lasciando alla psicologia il compito di individuare e analizzare le trappole comportamentali nei rapporti affettivi, è innegabile che qualunque percorso mistico – indipendentemente dalla fede di appartenenza – implichi la progressiva disintegrazione dell’ego del devoto.

Finché resta una sfumatura di volontà nell’asceta non si può parlare di vera sottomissione. Estinguersi, nel percorso mistico, vuol dire cedere completamente le redini del proprio destino nelle mani di Dio. Per dirla con un’immagine assai eloquente cara al sufismo, significa affidarsi ad Allah “come uno straccio nelle mani della lavandaia”.

Scambiare questa volontaria disintegrazione per passività equivarrebbe a prendere il contenitore per il contenuto. Siamo abituati a identificare culturalmente la forza con la volontà (volere è potere, si dice), ma se questo vale forse negli scenari del mondo materiale, è assolutamente vero il contrario nell’intimità del rapporto con Dio: nell’Alcova Celeste è cedere la vera forza. L’eroe, in questo caso, è colui o colei che soccombe.

Ed è qui che Mansur al-Hallaj raggiunge l’eccellenza. Soccombere è stata la sua vera specialità, il suo talento primario. Lo ha fatto anima e corpo, letteralmente. L’ascesi ha divorato tutta la sua esistenza, fino all’ultimo respiro, ha vinto cuore, arte, pensiero, carne e supplizio. E’ stata davvero il nodo vitale, il senso unico e irriducibile del suo cammino esistenziale e spirituale.

Oh, nei giardini dei Tuoi significati
è contenuta tutta la mia arte.
E se desidero ancora qualche cosa,
sei solo Tu tutta la mia brama!

Nel mio intimo non v’è altro pensiero che per Te,
e altro non esprime la mia lingua che il Tuo amore.

Sei mio spirito e cuore, mia coscienza e pensiero,
mio continuo respiro, e mio nodo vitale.

O Dio, non sorge né tramonta il sole,
senza che l’amor Tuo s’unisca ai miei pensieri.

Se con qualcuno mi isolo a parlare,
solo di Te finisce che discorro.

L’acqua non posso bere quand’ho sete,
se nella coppa non vedo il Tuo sembiante.

Ho un Amico il cui amore mi riempie il petto:
se Egli vuole, può calpestarmi la guancia.

Hallaj è morto, in realtà, per troppo amore. Lo scandalo non era nelle sue parole, ma nella spregiudicatezza con cui le incarnava. L’ardore della sua fede faceva tremare i minareti, e impallidire i sapienti. La sua resa pareva più minacciosa di un’aggressione. La sua sconfitta sembrava la più schiacciante delle vittorie. Hallaj è stato giustiziato perché faceva paura. L’indomabile forza della sua devozione era il peggiore incubo dei suoi carnefici. Più era schiavo di Dio, più si liberava delle loro catene. Più cercavano di distruggerlo, più lui si elevava, e raggiungeva altezze che i suoi nemici non potevano neanche intravedere. Di loro non sono rimasti nemmeno i nomi, mentre lui è diventato eterna leggenda. Simbolo di un’unione d’amore che nemmeno la morte ha potuto scalfire.

Nulla può separare lo spirito da chi l’ama,
come un addio che concluda la missiva.

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