MANSUR HALLAJ – Seconda parte - MORIRE PER VIVERE - jayyd news

MANSUR HALLAJ – Seconda parte – MORIRE PER VIVERE

Marta Irene Franceschini

Quando Al-Husayn ibn Mansur al-Hallaj nasce a Tur, un piccolo villaggio dell’Iran, intorno alla metà del 9° secolo, l’impero Abbaside è all’apice del suo splendore. In quei giorni Baghdad è una delle maggiori metropoli del pianeta, con circa un milione e mezzo di abitanti provenienti dai quattro angoli della terra, che svolgono nella capitale ogni tipo di attività, dai commerci all’artigianato, dall’agricultura all’industria. Ma la città brilla soprattutto per lo straordinario fervore intellettuale che la anima: la magnifica corte del califfato attira poeti, letterati, giuristi, teologi e, naturalmente, i più grandi maestri sufi dell’epoca.

Non è certo un caso che al-Hallaj porti il nome di un grande martire dell’Islam, Husayn, nipote del Profeta Muhammed, trucidato nel 680 a Karbala dalle truppe del califfo di Damasco, e divenuto simbolo dei sofferenti e degli oppressi. Un nome che si rivelerà profetico.

Attratto dal nuovo fermento commerciale e culturale, il padre di Husayn, che di mestiere fa il cardatore di cotone, decide di emigrare con la famiglia in Iraq e si stabilisce a Tustar, sede della manifattura tessile imperiale. Benché inizialmente aiuti il padre in bottega, Mansur ha tutt’altro per la testa. Fin da giovanissimo frequenta gli ambienti sufi, segue i dervisci, ascolta i maestri. Il suo primo Sheikh è il grande Sahl al-Tustari, sotto la cui guida il giovane discepolo studia i molteplici significati del Corano.

Ma la sua fame di sapere non si sazia. Mansur è un cercatore di Verità, e non può accontentarsi di niente di meno. Dopo due anni al servizio del primo maestro, si mette in viaggio verso le altre città della regione, per giungere poi a Baghdad, dove incontra e frequenta i maggiori sufi dell’epoca. Tuttavia, il suo carattere passionale e la sua esuberanza mistica cominciano a creargli dei problemi anche nell’ambiente sufi e si fa i primi nemici. Invitato dai suoi maestri a moderare gli eccessi, al-Hallaj per un po’ ubbidisce. Ma è solo una resa temporanea:

Ho cercato di pazientare, ma come posso,
se il cuore mi è uscito fuori dal petto?

Troppo triste è per me chiamarTi di continuo,
come s’io fossi lontano e Tu nascosto.

O udito mio e mia vista, dimmi “t’ho liberato!”.
Questa remota lontananza quanto mai durerà?
Tu sei nell’occulto, ai miei occhi velato,
ma da grande distanza il mio cuore T’osserva.

Nel frattempo sposa la figlia di uno dei suoi confratelli, e anche questo matrimonio contribuisce a scatenare invidie e gelosie. I nemici aumentano, e si fanno minacciosi. Mansur decide di partire per la Mecca, il suo primo pellegrinaggio alla Città Santa. Ci resterà un anno, pregando, meditando, digiunando. Da questo viaggio tornerà cambiato.

Il Vero m’ha parlato dal di dentro,
e la mia scienza m’è venuta alle labbra.

La lontananza da Te per me più non esiste,
da che so che vicino e lontano sono lo stesso.
Se vengo abbandonato, l’abbandono mi fa compagnia,
e dov’è mai l’abbandono per chi l’amore ha trovato?

Ti fa posto il mio cuore tutto intero,
lì non c’è spazio per cosa creata.
Tra la pelle e le ossa Ti trattengo…

Al rientro si stabilisce un’altra volta a Tustar, dove comincia a impartire i suoi insegnamenti, attirando a sé i primi discepoli. Ma esercitare un certo ascendente sul popolo è considerata un’attività pericolosa e sovversiva, e Mansur subisce un primo arresto. L’ostilità degli ambienti religiosi lo costringe a spostarsi continuamente: vaga da una città all’altra per cinque anni, durante i quali probabilmente compone la sua prima opera, i “Detti ispirati” (Riwayat), folgoranti ammonimenti per l’edificazione spirituale dei suoi seguaci.

C’è in Te un’idea che trascina le anime,
sei l’argomento che da sé si dimostra.

Molte son le passioni che m’albergano nel cuore,
ma da quando il mio occhio T’ha visto, sono diventate una.

E’ sorto il Sole dell’Amato, di notte:
risplende, e non conoscerà tramonto.
Se il sole diurno la notte scompare,
il sole dei cuori non può declinare.

Prendi lo scudo dell’umiltà nella sinistra
e stringi nella destra la spada del pianto.
Sta’ attento, sta’ attento, sii prudente,
guardati dalla distrazione in agguato.

Cresce il numero dei suoi discepoli, e la sua fama lo precede nelle tappe del suo itinere. Si sparge la voce di compiuti miracoli, le folle lo venerano e lo acclamano, mentre i nemici lo accusano di eresia. Parte nuovamente per la Mecca, questa volta seguito da 400 fedeli. La leggenda racconta che durante il viaggio Mansur sfama e assiste i suoi seguaci, compiendo continui miracoli: spuntano datteri freschi ovunque poggi il suo passo, appaiono dal nulla piatti ricolmi di carne di montone.

Al ritorno si stabilisce con la moglie e i quattro figli in una casa sulla riva occidentale del Tigri. Al-Hallaj ha quarant’anni e sembra ormai consapevole del suo destino di martire.

Hai imposto al cuore un peso che il corpo non sopporterebbe,
ma esso è capace di reggere più delle vittime sacrificali.

Oh, possa io essere il più vicino fra quelli che a Te ricorrono,
possa io essere l’occhio che Ti guarda, o almeno l’orecchio!

Io Ti desidero, ma non per ricompensa,
io Ti desidero come mio castigo.
Ho lasciato tutto quel che mi occorreva,
ma non la gioia di trovarTi nel tormento.

Di nuovo è tempo di partire per quello che sarà il suo viaggio più misterioso. Forse si spinge fino ai confini della Cina, probabilmente attraversa l’India. Il suo esilio dura cinque anni, durante i quali la sua popolarità si sparge a macchia d’olio. Anche mentre il suo corpo è lontano, il suo messaggio spirituale sembra inarrestabile, e come il riverbero di un eco continua a conquistare nuovi adepti. Al rientro a Baghdad, nessuno può più ignorare la sua straordinaria presenza. Mansur ha i giorni contati, e lo sa. Decide di fare un ultimo pellegrinaggio alla Città Santa, due anni di preghiera e ascesi che lo porteranno definitivamente in un altrove spirituale, libero da ogni restrizione religiosa.

Possiedo un cuore dagli occhi penetranti,
che ti fissano, e tutto è in mano Tua.

E qual’è mai una terra così priva di Te
che Ti si debba cercare in cielo?
In pubblico li vedi che Ti guardano,
ma non Ti scorgono, perché sono ciechi.

Più non c’è ormai, fra me e il Vero, spiegazione,
e neppure dimostrazione o argomento probante.
E’ il Vero stesso a rivelarsi, scintillante,
come una perla che potente riluce.
La prova è Sua, da Lui, a Lui e in Lui,
il Libro rivelato ce L’ha fatto trovare.
Non può certo il creato dimostrare il Creatore:
come può mai l’evento dimostrare il tempo?

Sei Tu che m’incanti, e non la Tua menzione (dhikr):
non sia mai che il mio cuore ad essa sia attaccato!
La menzione è orpello che Ti sottrae al mio sguardo,
quando la mente s’adorna di pensieri.

Quando il folle d’amore s’appassiona a tal punto
da dimenticare nell’ebbrezza l’unione con l’Amato,
nella passione contempla e veramente vede
che la preghiera degli amanti è miscredenza.

Peccato è credere che Tu eviti il peccato,
e infame è pensarTi timoroso d’infamia.

I pellegrini si recano alla Mecca, ed io da Chi abita in me;
quelli offrono vittime, io offro il mio sangue e la vita.

Ora al-Hallaj è pronto per affrontare la parte più tragica della sua vita. Sa che la sua coerenza spirituale non può che avere come epilogo il martirio. Ma sa anche che per quanto doloroso e crudele, quel supplizio renderà il suo messaggio immortale.

Ecco, acconsento a morire, se lo vuoi Tu,
o mio uccisore, la Tua scelta è la mia scelta.

Uccidetemi, o miei figli,
se mi uccidtete io vivo.

M’ha tediato questo vivere
fra rovine putrefatte.
Uccidetemi, bruciatemi
dentro queste ossa caduche.

Il segreto dell’Amato
troverete fra questi resti.

C’è chi gira attorno al Suo tempio senza farlo col corpo,
perché gira attorno a Dio stesso, che dal rito lo scioglie.

Sì, va’ ad avvertire i miei amici che io
son andato per mare e la nave s’è infranta.
Religione di croce sarà la mia morte,
più non voglio né Mecca, né Medina.

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