MANSUR HALLAJ – Prima parte -LA LEGGENDA NERA DEL CARDATORE DI SEGRETI - jayyd news

MANSUR HALLAJ – Prima parte -LA LEGGENDA NERA DEL CARDATORE DI SEGRETI

Marta Irene franceschini

Lo chiamavano “il cardatore di segreti”, perché sapeva districare i misteri divini e ripulirli dalle scorie, proprio come suo padre gli aveva insegnato a fare con le fibre del cotone, per renderle pronte alla tessitura. Lo chiamavano anche “il folle di Dio”, perché era posseduto da una passione indomita e bruciante per il Divino, a cui sacrificò tutto, vita compresa. Le sue predicazioni improvvisate nelle strade, nei mercati, nelle moschee, trascinavano le folle, incantavano i pensieri, scioglievano le lacrime, e si imprimevano nei cuori dei devoti che a loro volta le tramandavano, come un’eco, per le vie del mondo.

Eccomi a Te! Eccomi a Te! O mio segreto, mio confidente!
Eccomi a Te! Eccomi a Te! O mio scopo e mio senso!

O essenza essenziale del mio esistere, limite estremo di ogni mio anelito!
O mio linguaggio, mio modo d’esprimermi e balbuzie!
O Tutto del mio tutto, udito mio e mia vista!
O mia sintesi, o mio insieme, o parti mie!

O Tu cui il mio spirito è sospeso, rapito e morente,
sei divenuto il pegno dei miei desideri.

O mia estrema richiesta, o mia speranza e ospite!
O vita del mio spirito, mia religione e mondo!

O sede della mia visione, donde parte il mio sguardo,
o luogo del mio intimo, ove sorge il pensiero.
O insieme del Tutto, il cui tutto m’è più caro
d’una mia parte e di tutto me stesso!

Viaggiò per tutta la vita, come un derviscio itinerante, dai territori del califfato Abbaside fino ai confini con la Cina; fu tre volte pellegrino alla Città Santa, dove si fermò per anni in solitudine, dedicandosi alla meditazione, all’ascesi, a prolungati digiuni.

Pazzo d’amore, stupefatto e selvaggio,
vago fuggendo da un deserto all’altro.

Fu amato come un padre, venerato come un maestro, odiato come un nemico e perseguitato come un eretico. Tanto cercò Dio, che finì per fondersi con Lui, perdendosi nell’estasi dell’abbraccio divino, come mare e cielo che si mescolano all’orizzonte.

Il Tuo Spirito s’è mischiato col mio,
ora in prossimità, ora in lontananza.
E adesso io sono Te, come Tu
sei me, sei tutto ciò che voglio.

Il Tuo Spirito s’è impastato col mio,
come l’ambra col muschio odoroso.
Se qualcosa Ti tocca, mi tocca:
non c’è più differenza, perché Tu sei me.

Si fondono due forme in uno stato,
sciogliendosi come vino nell’acqua.

Della sua mistica intimità osò farne racconto, sollevò il velo della sua alcova, si mostrò nudo e inerme, sopraffatto e vinto. Consapevole dell’impossibilità di esprimere l’indicibile, disse tutto quello che poteva dire, senza tuttavia tradire il segreto inviolabile del suo patto d’amore, forzando il linguaggio poetico come arco teso fino al parossismo, per lanciare parole essenziali e limpide dritte fino al bersaglio.

Tranquillità, poi silenzio e poi mutismo,
e poi sapere, ritrovare e sotterrare.

L’ebbrezza poi, e sobrietà e passione,
e vicinanza e poi abbondanza e intimità.
Contrazione e poi espansione e annullamento,
separazione e poi unione e soppressione.
E botta e poi risposta e poi attrazione,
e descrizione, svelamento e poi incertezza.

L’occhio della sapienza ha diretto il mio sguardo
verso il puro segreto della mia mente.
Nella mia coscienza è balenato un lampo,
più sottile d’ogni idea e d’ogni ragione.
Mi sono tuffato nel mare del pensiero,
l’ho penetrato come fossi un dardo.
Ha volato il mio cuore con le penne d’amore,
con le ali del mio volere dotato,
fino a Quegli cui alludo, se mi chiedi,
solo con simboli, senza nominarLo,
oltre ogni limite infine perdendomi
nel vasto spazio della prossimità.

Sono andato alla deriva nel mare dell’amore,
in alto le onde mi portavano, e poi in basso.
Un attimo l’onda mi teneva sollevato,
l’attimo dopo mi faceva sprofondare.
Finché l’amore non mi fece arrivare
ove non c’è più traccia di approdo.

In Dio si annullò completamente, si dissolse, si estinse: una morte psichica che per lui era l’unica vita possibile.

A Lui poi mi diressi, sottomesso,
coi lacci della resa trascinato.
L’amor Suo marchiò a fuoco il mio cuore
col ferro della passione: oh quale marchio!
L’essenza mia non potei più contemplare:
vicino a Lui, dimenticai il mio nome!

Così tanto a Te m’hai avvicinato,
che ho creduto Tu fossi il mio io.
Nel trovarTi mi sono così occultato,
ché in Te m’hai fatto estinguere a me stesso.

Per me morire è vivere
e vivere è morire.
Cancellare la mia essenza
è per me il migliore dei doni.
E serbare i miei attributi
è il più abietto dei miei peccati.

Nel mio estinguermi s’estingue l’estinzione
e nella mia estinzione T’ho trovato.

Portò la fede oltre le divisioni religiose, oltre al letteralismo e alle congetture dottrinali dei giuristi, fuori dai rituali vuoti, dai giudizi e dalle ricerche sterili di un Dio lontano e inavvicinabile.

Ho molto pensato alle religioni, per capirle,
e ho scoperto che sono i molti rami di un’unica Fonte.
Non pretendere dunque dall’uomo che ne professi una,
così s’allontanerebbe dalla Fonte sicura.

Smarrite si sono le creature nella profonda notte,
cercando e non trovando che vaghe allusioni.
Con fantasie e congetture vanno in cerca del Vero,
e rivolgendosi in aria conversano coi cieli.
Ma il Signore è in mezzo a loro, in ogni loro moto,
in qualunque momento è dentro i loro stati.
Neppure per un batter di ciglia son prive di Lui, oh se sapessero!
Neppure per un istante da loro Egli s’assenta.

Tu che biasimi il mio amore per Lui, come sei duro!
Se sapessi Chi intendo, così non faresti.

Per contrapporlo a un Dio indefinibile, eppure intimo e presente, un Amico che abita nel cuore umano.

Ho visto il mio Signore con l’occhio del mio cuore.
Gli ho chiesto “chi sei?”, m’ha detto “tu”!
Il Tuo “dove” non appartiene al “dove”,
ché in Te nessun “dove” esiste.

Possiedo un amico, da cui mi reco nei miei isolamenti,
Egli è presente, eppure si cela agli sguardi.

Parla senza vocali e senza suoni,
perfino senza musicalità di voce.
E’ come se parlassi con me stesso.

Presente e occulto, vicino e lontano,
senza attributi adatti a definirLo.
Per la mente è più vicino della coscienza,
più intimo del bagliore di un pensiero.

Per tutto questo fu imprigionato, processato e condannato. Morì crocifisso, con mani e piedi amputati, dopo nove lunghi anni di carcere. Alcune delle sue memorabili sentenze furono dettate ai suoi discepoli nel corso del suo supplizio, direttamente dalla croce. Le sue opere furono proibite, i suoi libri bruciati, i suoi seguaci perseguitati e uccisi. Ma, nonostante tutto, la sua “nera leggenda” gli sopravvisse, tanto da farne il martire più amato dell’Islam.

Si chiamava Al-Husayn ibn Mansur al-Hallaj, e questa è la sua storia.

                                                                (continua)

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