MAWLANA RUMI – Parte V - I TRE PESCI - jayyd news

MAWLANA RUMI – Parte V – I TRE PESCI

Marta Irene Franceschini

Le parabole poetiche di Mawlana Rumi spesso utilizzano, come protagonisti, animali antropomorfizzati. Come abbiamo visto nella storia del topo e della rana (vedi Rumi – 2), gli umani restano sullo sfondo come ignari spettatori o personaggi ininfluenti. In questo caso, sono presenti come pescatori che gettano le reti, ovvero, dal punto di vista dei pesci protagonisti, come calamità, distruzione e morte.

Mentre i pesci simboleggiano tre progressivi stadi di coscienza: il Mawlana ci informa infatti che sono dotati di diversi livelli di “intelligenza”, qui intesa non certo come valore intellettuale, bensì come qualità mistica: quella saggezza, frutto dell’evoluzione spirituale, da cui dipende la salvezza dell’anima.

Questa è la storia del lago e dei tre grandi pesci
che ci stavano dentro: uno intelligente,
l’altro mezzo-intelligente,
e il terzo, stupido.

Vennero sulla riva del lago certi pescatori
con le loro reti. I tre pesci li videro.

Il pesce intelligente decise immediatamente di partire,
di fare il lungo, difficile viaggio verso l’oceano.

Il lago, in questa storia, simboleggia il luogo, fisico o psicologico, in cui si mettono radici, quell’appartenenza che è vista come un impedimento alla realizzazione spirituale. Tradotto in termini moderni: la città, il paese, la famiglia, il lavoro, la relazione, le abitudini, il ruolo sociale, l’ideologia, insomma tutti quegli aspetti della vita che non sono di per sé stessi negativi, ma lo diventano se e quando producono attaccamento, e dunque dipendenza.

La ricerca spirituale prevede infatti un distacco, l’abbandono di queste (illusorie) sicurezze per intraprendere il “viaggio” dello spirito. Interessante notare che la spinta verso “l’oceano”, verso cioè l’incontro col Divino, nasce proprio da un pericolo, da una difficoltà: senza il rischio reale di cadere nella rete dei pescatori, neanche il pesce più intelligente sarebbe forse mai partito.

Lui pensò:
“Non mi consulterò con gli altri due sulla faccenda.
Indebolirebbero solo la mia decisione, perché loro amano
talmente questo posto. Lo chiamano ‘casa’. La loro ignoranza
li terrà fermi qui.”

Quando sei in viaggio, chiedi consiglio ai viaggiatori,
non a qualcuno che non si muove perché è zoppo.

Muhammed dice:
“L’amore della patria
fa parte della fede.”
Ma non prenderlo letteralmente!
La tua vera patria è dove tu sei diretto,
non dove stai.
Non fraintendere questo insegnamento (hadith).

E’ giusto amare la tua madre terra, ma prima chiediti:
“Dove si trova, questa, esattamente?”

La vera “patria” dunque non è quella terrena, frutto delle illusioni del mondo materiale, bensì quella Celeste, verso la quale è diretto chiunque cerchi Dio. Rumi ci dice anche che questo tipo di viaggio molto spesso si fa da soli, e che non è saggio consultarsi in proposito con chi non è pronto ad abbandonare tutto. La Via sarà lunga e difficile, ma porterà alla fine alla “sconfinata sicurezza” dell’abbraccio divino.

Il pesce saggio vide gli uomini con le loro reti e disse:
“Me ne vado.”

A volte non c’è nessuno con cui parlare.
A volte devi farcela da solo.

Il pesce intelligente passò tutto il resto del tempo
in cammino, come un cervo inseguito dai cani,
patì grandi sofferenze, ma finalmente raggiunse
la sicurezza senza confini del mare.

Il pesce mezzo-intelligente pensò:
“La mia guida
è partita. Sarei dovuto andare con lui,
ma non l’ho fatto, e così ho perso la mia via
di fuga.
Ah, se fossi andato via con lui!”

Non rimpiangere mai quello che è successo. Se è nel passato,
lascialo andare. Non ricordartelo neppure!

Il pesce “mezzo-intelligente” capisce ben presto di aver perso la sua “guida” spirituale, e se ne rammarica. Questo offre l’occasione a Rumi per aprire una parentesi sul rimpianto e lo fa, come suo solito, raccontando “una storia dentro alla storia”: quella di uno sciocco mercante alle prese con un saggio uccellino.

Un uomo aveva catturato un uccello in una trappola.
L’uccello disse: “Signore, voi avete mangiato molte pecore e molte mucche
nella vostra vita, ma avete ancora fame. Quel poco
di carne attaccato alle mie ossicine non vi soddisferà di certo.
Se mi lasciate andare, vi regalerò tre perle di saggezza.
Una ve la dirò mentre mi tenete sulla mano. Una dal tetto della vostra casa.
E la terza ve la rivelerò dal ramo di quell’albero.

L’uomo era interessato. Liberò l’uccello e se lo posò
sulla mano.

“Numero Uno: non credere mai a un’assurdità,
chiunque la dica.”

L’uccello volò sul tetto della casa. “Numero Due:
Non affligerti mai per il passato. Ciò che è finito, è finito.
Non rimpiangere mai quello che è già successo.

A proposito” continuò l’uccello, “dentro al mio corpo c’è un’enorme
perla che pesa come dieci monete di rame. Era destinata
in eredità a te e ai tuoi bambini,
ma tu l’hai perduta. Avresti potuto possedere
la perla più grande del mondo, ma evidentemente
non te la meritavi.”

L’uomo cominciò a lamentarsi come una donna in travaglio.
L’uccello: “Non ti avevo appena detto – non affliggerti
mai per ciò che è passato? E anche – non credere
a un’assurdità? Il mio corpicino non pesa certo
come dieci monete di rame. Come potrei avere
una perla così pesante dentro di me?”

L’uomo riprese i sensi. “D’accordo.
Allora dimmi la perla di saggezza Numero Tre.”

“Oh, certamente te la dirò,
visto che hai fatto così buon uso delle prime due!”

Non dare consigli a chi è confuso
e mezzo addormentato. Non gettare semi nella sabbia.
Alcuni strappi non possono essere rammendati.

Le tre perle di saggezza, in realtà, sono per chi legge. Le prime due le dice l’uccellino saggio allo sciocco mercante (non credere a un’assurdità e non rimpiangere il passato), la terza la dice Rumi all’uccellino stesso: non gettare semi nella sabbia, ovvero, non parlare a chi non ha orecchie per sentire, sarebbe fiato sprecato.

Torniamo al secondo pesce,
quello mezzo-intelligente.
Egli rimpiange l’assenza della sua guida per un po’,
e poi pensa: “Cosa posso fare per salvarmi
da questi uomini e dalle loro reti? Forse se fingo
di essere già morto!
Raggiungerò la superficie,
e galleggerò come erba secca, affidandomi totalmente
alla corrente. Morire prima della morte,
come ha detto Muhammed.”
E così fece.

Ondeggiò su e giù, inerme,
proprio vicino ai pescatori.

“Guarda un po’! Il pesce più bello e più grosso
è morto.”
Uno degli uomini lo afferrò per la coda,
gli sputò sopra, e lo gettò a terra.

Il pesce rotolò piano piano e si avvicinò segretamente
all’acqua, per poi scivolarci dentro.

Il secondo pesce si salva appunto perchè non resta attaccato al passato, non si cristalizza nel lamento e nel rimpianto della perdita. Agisce. Rischia. Si lascia prendere per la coda, sbattere a terra e sputare addosso. Insomma, si lascia umiliare e strapazzare dalle avversità, non oppone resistenza, è pronto a “morire prima della morte”. E dunque, anche se non raggiunge l’oceano, si salva.

Nel frattempo,
il terzo pesce, l’idiota, si agitava saltando
di qua e di là, cercando di salvarsi con la sua agilità
e la sua furbizia.

La rete, naturalmente, alla fine si chiuse
su di lui, e mentre giaceva nel terribile letto
della friggitrice, lui pensò: “Se uscirò da qui,
non vivrò mai più nei limiti di un lago.
La prossima volta, l’oceano! Farò
dell’infinito la mia casa.”

Infine il terzo, il più inconsapevole, finisce fritto in padella. Le sue ultime parole sono emblematiche: in ambito spirituale, sono quelle di un vero perdente, di chi vive ignaro tanto del pericolo quanto della salvezza, di chi non ha il coraggio di intraprendere nessuna ricerca, di chi rimanda sempre l’appuntamento con Dio (l’oceano) “alla prossima volta”. In altre parole, un pesce molto comune, anche ai nostri giorni.

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