L’ATTIMO FUGGITO - jayyd news

L’ATTIMO FUGGITO

Riflessione sul filo rosso che lega gli attentati in una Europa decadente e politicamente corretta

Vincenzo Cotroneo*

Non è mai facile ragionare sui morti. Chi muore sa solo una cosa (citando Kubrick), che è meglio restare vivi.  La morte sui canali social in diretta, anticipata attraverso video di condanna a morte, è vero che ormai è cosa già vista, nota. Nonostante tutto, quando a morire non è gente al di la del deserto o in qualche città ai confini mediorientali del mondo, improvvisamente, quel senso di esorcismo avvenuto, quel senso di spersonalizzazione dell’evento “morte” assale, pervade, spaventa e fa paura. Perché è capace di confondere le acque, e trovarti nell’attimo in cui non te lo aspetti, in mezzo ad una pandemia mondiale, i mezzo a lockdown generalizzati con rispettive proteste, in mezzo ad una via del centro storico delle grandi città europee, Parigi, Molenbek e Bruxelles, Vienna, Nizza, come lo è stato per Madrid e Londra.

Senza cadere nel tranello della emotività tipica di questi momenti, cerchiamo di dare un senso analitico a tutto quello che è successo, e che, con senso pratico della realtà, continuerà ad accadere con deriva e cadenza piu o meno costante, salvo decisi e radicali interventi (complessi, non complicati).

Cosa è successo

Diversi attacchi, da singoli a plurimi, in un contesto temporale brevissimo, in una ristretta area territoriale, portato avanti da elementi senza legami di natura tattica, ma governati dalla identica ideologia. Ecco cosa è accaduto. Al di fuori di ogni teoria. Al di la di ogni dubbio. E questo non è in discussione. Valutiamo la particolarità esecutiva dei singoli momenti.  

QuandoVittimaEsecutoreLuogoMotivo
16 ottobreSamuel PatyAbdullakh AnzorovConflans Sainte HonorineBlasfemia
29 ottobreVincent Losque Simone Barreto Donna (id.n.r)Brahim AoussaouiNizzaBlasfemia
2 NovembreAccertati 4, in verifica al momentoCommandoViennaIdeologico 

Prima ancora di identificare cosa sia , quali siano state le case prodromi che a questi eventi, sgombriamo il campo da elementi di confusione, evidenziando invece cosa NON è tutto ciò.

Cosa NON e’

Non è una guerra o un attacco di religione, o qualsiasi cosa che abbia una correlazione con una fede. E nonostante le innumerevoli ed in parte condivisibili (per il clima e per le incapacità comunicative dei governi) prese di posizione della popolazione sui social, in tutto questo, la fede non c’entra nulla. Non è la battaglia dei musulmani contro i cristiani o altri credenti, non è una sorta di crociata al contrario. Con buona pace di chi sui social si erge a sovrano della conoscenza montando accuse all’intera galassia dell’Islam e della sua popolazione, attraverso la pubblicazione di sure coraniche sulla guerra contro gli infedeli, omettendone il senso, la portata temporale, il contenuto ideologico dell’epoca, alla stessa identica stregua di un fanatico salafita qualunque.

Cosa è

E’ terrorismo. Che produce due cose. Ideologia e seguaci. E chi pensa che tutto sia improvvisato, che possa nascere dal nulla, che dall’oggi al domani, qualcuno si possa radicalizzare al punto di individuare nella proposta di morte la via per la propria redenzione, è assolutamente fuori dalla realtà. Il terrorismo è una cosa seria. E’ guerra politica. E’ elemento di verifica delle proprie basi ideologiche che si sostanzia nel numero di adepti che l’organizzazione riesce a produrre. Perché è una organizzazione, umana, articolata, con precise terminazioni. L’elemento giornalistico che produce in se l’evento è il pezzo finale di una catena lunga di eventi, momenti, incontri, discussioni e rivelazioni che formano la persona trasformandola in strumento assolutamente privo di ogni capacità senziente, ma assolutamente capace di ogni esecutività programmata.

E bisogna avere l’onestà intellettuale (il coraggio serve per altre e piu importanti attività) di chiamare le cose con il proprio nome. E’ una guerra.  Il terrorismo non ammette altra sintesi. Perché non vi è discussione, non vi è momento di mediazione, non vi è trattativa, se non si scelga viceversa di annullare, rinunciare e disintegrare ogni radice istituzionale sulla quale si è fondata l’idea democratica di partecipazione alla cosa pubblica occidentale prima ed europea dopo.

È dunque guerra, e va affrontata come tale. Contro un nemico in armi, animato da gettito ideologico che rielabora concetti e insegnamenti in modo assolutamente partigiano e pretestuoso, distorce, e riscrive a proprio piacere una fede già totalizzante per sua natura, non vi è ipotesi diversa per struttura che quella di una risposta che non preveda alcun sentimentalismo di sorta. Il sistema di difesa Europeo è una barca che fa acqua già quando le onde sono tra le piu basse, figuriamoci in piena tempesta. Incapacità di coordinamento politico,sistemi di polizia che parlano lingue diverse e diversi sono i sistemi di addestramento,  inesistenza di strumenti omogenei di intervento, mancanza di collegamento tra intelligence nazionali, con informazioni ch viaggiano lente, parziali.

Perché diciamolo, abbiamo perso l’attimo unitario. l’Europa funziona solo in termini economico finanziari,  ma in fondo restiamo sempre una pluralità di Paesi che gelosi della propria sovranità si guardano sospettosi e con rancori mai guariti da guerre e conflitti caldi e freddi del secolo scorso, badando al solo proprio territorio e al proprio unico interesse senza se senza ma

Dobbiamo riconoscere che quella che dovrebbe essere la cornice di sicurezza fornita dai sistemi di informazione e sicurezza istituzionali si muove in un contesto di assoluta impossibilità operativa? Riconosciamo che la magistratura non fa in tempo a condannare soggetti in odore di estremismo e aderenza a organizzazioni terroristiche che già costui o costoro sono oggetto di rimpatri che non avvengono, condanne che sono eseguite per la metà e quando sono in carcere operano attività di proselitismo in nome della liberta di religione?  Se è vero che la maggior parte delle Comunità musulmane presenti sul territorio accetta la legge ordinaria per la gestione normativa e giudiziaria delle proprie quotidianità, esiste una frangia di radicali che non solo non accetta, ma incita a rivoltarsi contro alla norma locale, a cercare di imporre propri tribunali e propri luoghi di amministrazione della giustizia. Ogni cessione, ogni passo indietro rispetto queste richieste imposte spesso con la violenza di quartiere, è una grande sconfitta sociale,  e non può essere lasciata passare, poiché è la cartina di tornasole attraverso la quale chi ha come obiettivo finale il ribaltamento dell’asse ordinario può vantarsi di essere la parte forte nel legame.

Il breakpoint firmato UE

Va da se che questo sistema cosi permeabile –  nel quale è costante e ininterrotta  la riorganizzazione  delle cellule locali delle organizzazioni legate alle maggiori frange nate da Daesh – offre la maggiore capacità logistica e di diffusione a dimensione locale di predicazioni, indirizzi di comportamento, sentenze da parte di personaggi legati al substrato piu inquinato di questo mondo oscuro che vive nel web e prolifica in tutti i social di maggiore download, riversando poi nelle strade dove ogni giorno tutti camminiamo, personaggi in grado di costruire vere e proprie cerchie di adepti completamente fuori dal contesto religioso, ma assolutamente impregnati di ideologia del terrore. Va da se che l’Europa non è in grado ne di difendere se stessa come organo comunitario, ne di affermare che non esiste alcuna forma di pietà o di accondiscendenza contro un fenomeno ormai acquisito ed acclarato di deriva estremista di uno pseudo Islam, costruito alla bisogna, privo di ogni fondamento giuridico (perché privo del sostegno magistratuale), normativo (perché costruito in spregio alle stesse norme coraniche e in regime di sfida alle norme divine del testo che è considerato sacro) e religioso (prive del sostegno degli Imam e Shayk riconosciuti dalle principali università islamiche sia sunnite che sciite). Parliamo quindi di un testo falso, senza dignità alcuna, ma capace di penetrare il tessuto dell’ignoranza e far breccia nel cuore dei semplici di spirito che si affidano senza pensare al primo predicatore.

In nome di una presunta e folle integrazione (forzata da parte di chi la vuole e mai richiesta da parte opposta tra l’altro) della quale nessuno osa dubitare pena essere passato per le forche caudine di accuse di razzismo e islamofobia, si è andati incontro ad una evidente creazione di una voragine normativa e sociale nella quale ogni azione contraria all’idea di “buonismo”diventa meritevole di sdegno e di sanzione. Ogni atto di violenza viene concepito come “causa di svantaggio sociale” “problema sociopatico/mentale” senza mai avere il coraggio di affermare che la violenza è sempre e solo sa punire, severamente e senza riguardo al colore della pelle o la fede o il Paese di provenienza.

La decadenza del postulato del Jihad sbagliato

Sarebbe facile dire che tutto cominciato con la lite politica tra Macron ed Erdogan (e strategicamente cavalcata dal turco che ha messo come sempre in mezzo la difesa della cultura musulmana, asserragliandosi ancora una volta sul trono di nume tutelare della comunità sunnita europea). In realtà il contesto nel quale matura questa lite è molto piu sviluppato e avanti rispetto alla questione della pubblicazione delle vignette di Charlie Hebdo. E’ una questione che riguarda i concetti di dignità sociale, di riconoscimento del buon senso, dei limiti etici alla satira religiosa. Sistemi che governano in totale quasi 4 miliardi di persone, rischiano di collassare su se stessi quando non sono messi in protezione i cardini su cui poggiano le relazioni tra comunità. Giusta la pretesa della legge a tutela delle religioni, come è giusta la pretesa di ferma condanna da parte della stessa popolazione musulmana di questi attentati perpetrati in nome e per conto di Dio o dell’ineluttabile futuro di gloria del prossimo Califfato terreno. Serve che sia la stessa comunità musulmana a non gradire accostamenti con terroristi che sfruttano la fede ai loro scopi. Non è chiedere scusa, e nemmeno prendere le distanze.  Si tratta proprio alzare la voce e tirarsi fuori dal l’imbarazzo su coloro che facendosi scudo di una falsa fratellanza di fede, in realtà la distrugge azione dopo azione, rendendola simile ad una organizzazione criminale di fronte a gli occhi del mondo occidentale e di tutti i media.

È un jihad sbagliato, ne piccolo ne grande, ma solo falso, occulto, tutto umano e soprattutto vuoto di ogni particolare significato che jihad porta con se. Decadente quanto il tessuto europeo nel quale si svolge, senza risultato e portato avanti solo da falsi fedeli, molto bravi però ad impressionare in quanto a spettacolo.

Un Jihad sbagliato. Senza alcun impegno rivolto a Dio, senza alcuna forma di spendibilità ai fini delle gloria della propria anima. Inutile rituale di testamento on line con ammonimenti e richiami coranici.  E questo va detto forte, chiaro, affermato senza distinguo. Non è alcun Islam questo. E’ blasfemia in vero, poiché e beffarsi della vera essenza dell’insegnamento coranico. E chi non ha la voglia e la forza di gridarlo, stavolta non potrà dire di non essere colpevole

Siamo al bivio dei prossimi vent’anni che disegneranno i paradigmi della prossima Europa, quella elettronica, social, dove l’intelligenza artificiale sarà a dettare la quotidianità delle nostre vite. Cyber strutture saranno le porte delle nostre amministrazioni, e le comunicazioni saranno ancora piu raffinate. Al centro di tutto rimarrà sempre e solo l’Uomo. Ed è obbligo preservare questa centralità, con la dignità che accompagna il senso stesso della vita. Non possono passare. Il terrorismo di qualunque matrice, soprattutto se religiosa ideologica, NON può avere alcun campo nel quale esprimere la propria ideologia, che va distrutta.. E di questo impegno, prima ancora che le nazioni, ognuno di noi è chiamato a prenderne un pezzo in carico sulle proprie spalle. Musulmani e non, oggi se si vuole che la comunità di uomini liberi sopravviva nessuno può chiamarsi fuori.

*Analista

Specializzato in Studi Islamici

Laboratorio di Intelligence

Università della Calabria

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