HAFEZ – Seconda parte* - La corte dei magi - jayyd news

HAFEZ – Seconda parte* – La corte dei magi

Marta Irene Franceschini

Nell’Iran del XIV° secolo, frequentare un monastero dove viveva un grande Sheikh equivaleva a un vero e proprio viaggio iniziatico. La relazione che si stabiliva tra il Maestro e il discepolo (Pir-Mureed) era un amore assoluto e travolgente, più intenso e complesso di tutti gli amori terreni messi assieme. Il Maestro diventava ponte incarnato tra il discepolo e Dio. Scala Celeste. Brace ardente.

La tradizione sufi prevedeva che lo Sheikh entrasse nello spirito del suo adepto per aiutarlo ad evolversi. Ogni cosa che il Pir faceva o diceva assumeva un alto valore simbolico, uno scopo taumaturgico, un disegno preciso e diverso per ognuno dei suoi discepoli. Eventi inspiegabili, accadimenti straordinari, sogni profetici, apparizioni e rivelazioni si susseguivano a pioggia. Si viveva in un’intensissima dimensione spirituale, uno stato intermedio tra la terra e il cielo, un luogo “altro” da quello del resto del mondo.

I frequentatori abituali della “qankha” (monastero), centinaia, a volte migliaia di persone, e soprattutto il gruppo ristretto di devoti che condividevano le loro notti e i loro giorni col Maestro, formavano davvero un cerchio, una sorta di setting terapeutico, entro il quale vigevano leggi diverse da quelle del mondo materiale. Ed erano leggi d’Amore.

Il mio cuore, per la pena amorosa, girò dappertutto a mo’ di compasso
e in quel cerchio rimase, stupìto, come fosse bloccato sul posto.

La “corte del priore dei magi” era una scuola vivente. Si toccava con mano la santità, si beveva dal suo stesso bicchiere, si dormiva ai suoi piedi, si ascoltavano le sue parole, le si portava il proprio cuore infranto, la ferita da curare. La medicina “dell’anziano fattore” era il “vino migliore e stagionato”, l’estatica esperienza dell’unione con Dio.

Quel giorno al mio cuore fu aperta la porta di vera Realtà
ché uno degli assidui alla corte del priore dei magi divenni.

Pena antica respingetela col vino migliore e stagionato
ecco il seme di gaiezza! Questo ci disse l’anziano fattore.

Sempre si ricordi allorché bevendo il vino dell’alba al convegno degli intimi
non c’eravamo che io e l’amico mio, e con noi in verità era solo Iddio!

Nel deserto della Ricerca, benché da ogni parte alligni un pericolo,
Hafez dal cuore smarrito, per la tua Amicizia, cammina sì dolce!

Hafez sovrappone con disinvoltura la figura del Maestro a quella dell’amato, spesso rappresentato come un giovane imberbe, un bel cipresso, un rubacuori dal labbro rosso rubino (“il rubino del labbro, la peluria muschiata: lui entrambi possiede!”), ma anche come un’incantevole fanciulla, sconfinando volutamente nell’androginia, il cui archetipo rimanda alla totalità divina. Tra tutte queste metafore Hafez si muove con l’innocenza di un bambino che mescola pietre preziose ai suoi giocattoli di legno, ignorandone la differenza e, al tempo stesso, con la consapevolezza di un saggio derviscio che rinuncia alla presunzione di trovare metafore adeguate per l’Onnipotente.

Oh, quel tenebroso che in sé la dolcezza compendia del mondo:
davvero occhi inebriati, labbra ridenti, un volto beato è in lui!

Colui che di sottecchi un dardo lanciò al mio cuore, sappiatelo:
il cibo dell’anima di Hafez è lì, appeso al sorriso del suo labbro.

Visto che l’amata nostra mai non si toglie il velo dal viso
perché tutti ne raccontano in giro, e invano fantasticano?

Salvo chiarire poi, con decisione, che trattasi di una Bellezza tutta spirituale.

Chi mai ha veduto un corpo così, ch’è fatto tutto di spirito?
Sulla sua veste, mai non sia che polvere cada di esseri terreni!

La Bellezza dell’amato non è in occhi, ciuffo, neo o guancia:
mille aspetti sottili son nascosti nell’azione di chi il cuore ci ruba!

Sottigliezza sublime, arcana, è lo stato da cui Amore improvviso sorge:
il suo nome non è davvero labbro di rubino , né fulva peluria!

Ma c’è di più. Il rapporto con lo Sheikh era una relazione trasformante, che apriva l’anima del mureed a livelli di coscienza superiore. L’amore era una fornace evolutiva. Abbandonandosi totalmente alla passione per il Maestro, cedendo senza freni al desiderio d’unione, distruggendo una dopo l’altra le resistenze dell’ego, bevendo incessantemente alla sorgente di un sentimento puro e incondizionato, il discepolo scopriva e sperimentava in che “modo” amare Dio. Lo Sheikh conduceva per mano il mureed lungo la Via mistica fino a gettarlo, letteralmente, nelle braccia di Dio. Il Maestro incarnava il microcosmo del macrocosmo divino.

O tu che la Via hai tutta percorsa sino alla fonte agognata:
di codesto mare una goccia a me che son polvere regala!

Se mai avrò, io, l’occasione di restare accanto a quel mio rubacuori
alla coppa berrò dell’Unione e rose coglierò dal giardino del Piacere!

Dei frutti squisiti del paradiso come può il gusto scoprire colui
che la “mela” del mento di un bello non abbia quaggiù addentato?

Gli dissi: ah, quel folle povero cuore di Hafez, privo di te!
E lui, sorridendo di sotto le labbra, rispose: è folle di chi?

Per questo, nella poetica di Hafez, il “coppiere”, il “priore dei magi”, l’ “anziano fattore”, il “rubacuori”, l’ “amico”, il “bello”, l’ “amata” o l’ “amato”, sono tutte metafore riferite tanto a Dio, quanto allo Sheikh. Il senso esoterico dei suoi versi regge contemporaneamente entrambe le identificazioni. E questo non per mettere un Maestro allo stesso livello dell’Onnipotente, peccato di idolatria di cui i sufi sono stati via via accusati dall’ortodossia islamica. Bensì per sottolineare che si ama l’uno, per poter amare l’Altro. Di fatto, lo Sheikh è un amante talmente altruista e disinteressato da impegnare tutto se stesso affinché il suo discepolo ami qualcun altro. E’ questo il suo compito, il suo fine ultimo. Il talento illuminato di Hafez riesce a tradurre questa miracolosa ambivalenza in poesia.

Tutti i versi che seguono possono essere dunque letti, indifferentemente, come riferiti allo Sheikh o a Dio: la mistica logica che li sottende resta valida in entrambi i casi. La “dimora dell’amico” allude sia alla “qankha” (il monastero) dove risiede lo Sheikh del poeta, sia al Cosmo, alla Sede Celeste dell’Altissimo, Colui che fa innamorare le moltitudini (“sciupa-amanti”), che rapisce i cuori dei suoi devoti (“brigante”), così come al luogo segreto dell’anima dove ha luogo l’esperienza teofanica, l’Unione con Dio.

O brezza dell’alba, dimmi, la dimora dell’amico dov’è?
La casa di quella luna sciupa-amanti, di quel brigante, dov’è?

La soglia del monastero si sovrappone a quella del Cielo, per aprirsi sull’unico “rifugio” dalle sofferenze del mondo: l’alchimia d’amore. I “riccioli”, ovvero gli attributi dell’amato, sono “storia lunga”: la Via mistica, cioè, non è “faccenda” che si possa riassumere in poche parole, al contrario richiede una “vita intera” di dedizione.

Eccetto la tua soglia, per me al mondo un rifugio non c’è
per la mia testa, oltre la tua porta, un altro riparo non c’è.

Vieni dunque, coi tuoi riccioli voglio qui stringere un patto:
la mia testa perdessi, non la voglio staccar dai tuoi piedi!

La descrizione delle volute di ricciolo dell’amato, a una a una,
non è dato abbreviarla poiché, di necessità, è storia lunga.

M’è chiaro ormai come la candela dell’alba: per l’amore di lui
la vita intera sì, in questa sola faccenda impegnare io voglio!

Nell’esperienza estatica dell’Unione, si “respira” la dolcezza ineffabile dell’abbraccio divino, se ne percepisce cioè l’immanenza. Un contatto “a tal punto” sconvolgente, da rendere qualunque altro discorso vano, così come i colloqui mistici tra il Maestro e i suoi intimi discepoli rendono noiose tutte le altre conversazioni. Ci si distacca dal mondo profano, per vivere solo nel sacro. Lo Sheikh legge nell’animo del suo mureed anche quello di cui lo stesso discepolo non è consapevole. Dio conosce anche i suoi nodi più stretti, tutti i suoi segreti: il “non-visto” e il “non-scritto”.

Come il vento, recarmi al vicolo dell’amico io voglio:
nel profumo suo dolce e muschiato respirare io voglio.

A tal punto le occhiate del coppiere mi rubarono il cuore
che con nessun altro ho più voglia, io, di parlare e ascoltare.

Desideroso di te son io, o caro, e so bene che tu lo sai
che vedi anche il non-visto e leggi pure il non-scritto.

Dio, lo Sheikh e l’amato sono, in sintesi, tre livelli di lettura, e dunque di coscienza, della medesima e unica realtà, legati dal filo rosso (rosso-sangue, rosso-rubino) del mistero amoroso, che si snoda lungo percorsi che appaiono separati sul piano della ragione, mentre sono perfettamente sovrapposti su quello simbolico. Hafez poeta e derviscio tutto questo lo sa, e lo traduce in arte.

Molti dei suoi versi d’amore sono percorsi da brividi sensuali e lascivi, che giocano volutamente sul filo del rasoio dell’allusione sessuale. Tanto è stato scritto sull’erotismo mistico (non solo islamico: si pensi all’estasi di Santa Teresa del Bernini!), e sono numerose le tradizioni che ritualizzano la sessualità (o, per sottrazione, l’astinenza) come forma di devozione. Salta anche agli occhi più disattenti il ricorrere di una stessa terminologia (estasi, unione, appagamento, ecc.) tra l’atto sessuale e quello mistico, suggerendo la probabilità di una corrispondenza.

Vorrei qui aggiungere una sola considerazione: ormai da svariati millenni l’aspetto sacro della sessualità è stato completamente abbandonato, degradando questa attività, il cui archetipo è strettamente legato a quello della creazione e della sopravvivenza, a qualcosa di “basso”. Precipitata nel profano, la sessualità ha perduto tutto il suo valore rituale, archetipico e primigenio, e dal fondo di questa caduta ogni correlazione alla sfera divina è diventata blasfema.

Tuttavia, come spiega Mircea Eliade, gli archetipi possono essere manipolati, contraffatti, ma non distrutti. E, malgrado le prigioni culturali in cui vengono rinchiusi, continuano a gridare il loro irriducibile messaggio. Per questo, mi piace pensare che lo sconfinamento mistico (di ogni mistica) nell’allusione erotico/sensuale possa anche essere letto come un invito a reintegrare la sessualità nell’ambito sacro che le spetta.

Non lamentarti o cuore, se là tra le catene dei suoi riccioli
l’unica possibile pace troverai in uno scompiglio totale!

Il labbro dalle gocce di vino ripulisci, in nome di Dio,
perché la mia mente a cento peccati ne viene istigata!

Se tenendomi come cetra al tuo fianco, il cuore mio non soddisfi
almeno accarezzami un po’, come flauto io fossi, col tuo labbro!

E il velo della rosa disegnò e i riccioli del giacinto,
e poi, delicata, il fermaglio dell’abito aprì al bocciolo!

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