HAFEZ – Prima parte* - LA SACRA EBBREZZA - jayyd news

HAFEZ – Prima parte* – LA SACRA EBBREZZA

Hafez - Wikipedia

Marta Irene Franceschini

Leggere Hafez significa entrare in una spirale che corre verso l’infinito. Non bastano poche rime sparse, per accorgersene. Per cogliere non solo il sapore, ma anche le dimensioni del suo talento, bisogna girare le pagine per migliaia di volte. E’ nella continuità che egli mostra il suo genio.

La poesia di Hafez ha un unico e singolo soggetto: Dio. Per parlarne il poeta attinge a piene mani alle figure retoriche ricorrenti della tradizione lirica persiana, anche pre-islamica. Sono topos divenuti nei secoli parti di un gergo amoroso che ha poi trovato la sua collocazione ideale nella cultura islamica, e in particolare nella mistica sufi.

Il vicolo, la taverna, il vino, la coppa e il coppiere, il priore dei magi; i libertini, i bei cipressi, le urì, i riccioli neri, i nei, le labbra color rubino e il sangue, che sgorga a fiotti dagli occhi; la freccia, l’arco, il sopracciglio, l’arco del sopracciglio, la freccia dello sguardo; il bello, la bella, la peluria sulle guance, la mela del mento; la candela e la falena che non può fare a meno di gettarsi nella sua fiamma. Eccetera, eccetera.

Hafez usa, anzi decisamente “abusa” di questi temi, incessantemente, per migliaia di pagine. Insiste al punto da ripetere la stessa figura retorica nella medesima poesia più e più volte. Non c’è singola lirica che non contenga, quasi ad ogni rigo, le definizioni in elenco. Il poeta le mescola e le combina all’infinito, in un caleidoscopico sistema poetico, senza sosta. Parla sempre della stessa cosa, eppure dice, ogni volta, una cosa nuova.

Hafez usa immagini note per parlare dell’ignoto, dimostrando così che quello che conta non sono gli strumenti che abbiamo a disposizione, ma l’uso che ne facciamo. La tensione erotico-mistica che riesce a infondere a quelle metafore, che all’epoca erano probabilmente scontate e diffuse tra i poeti d’alto rango, così come tra i cantori di strada, le trasforma in discorso sacro. E’ questo il suo inimitabile talento, la sua arte alchemica: il volgare metallo diventa, sotto la sua penna, oro lucente.

Il suo è un discorso che non finisce, che non può semplicemente finire, perché parla di Chi non ha fine né inizio. Dio è l’unico argomento possibile per Hafez, non c’è davvero altro di cui parlare. Del resto, Dio è in tutte le cose, dunque, da qualsiasi parte si cominci, lo si trova. Quale immagine potrebbe non contenere il Creatore di tutte le immagini?

L’artificio poetico diventa così, nelle mani di Hafez, un linguaggio cifrato, dove ogni termine rimanda al significato profondo e nascosto di un insegnamento esoterico. Privata del sacro, la sua lirica sembrerebbe il discorso di un folle, incoerente e stucchevole. Peccato che non pochi commentatori occidentali cadano in questo errore di interpretazione. Prendiamo ad esempio la metafora del vino e la taverna.

Dalla via che porta alla taverna io non distolgo gli occhi
che strada migliore di quella al mondo proprio non c’è.

Vieni, o coppiere dal volto di rosa, portaci vino di forte colore
nessun pensiero migliore di questo la nostra mente comprende.

Il prodotto dell’Officina dell’Essere: no, non è granché
portaci il vino, le cose del mondo no, non sono granché!

Nel linguaggio allegorico-esoterico adottato dal sufismo, il vino rappresenta l’Unione con Dio, e la taverna il luogo – fisico o mentale – ove questa Unione avviene. Il coppiere è uno dei nomi usati per la guida spirituale, il maestro, lo Sheikh, colui che facilita l’Unione tra il devoto (l’amante) e il suo Signore (l’amato). La “via” che porta alla taverna, spesso definita anche “vicolo”, simboleggia la “Via mistica”, l’evoluzione spirituale che è, per i sufi, il fine ultimo dell’esistenza.

Al contrario di quello che potrebbe sembrare un invito a godersi i piaceri “proibiti” della vita (gli alcolici sono “haram”, cioè vietati, per l’Islam, e più in generale chi ne abusa è ovunque malvisto socialmente), il tema dei versi soprariportati è quello della rinuncia al mondo, ovvero al “prodotto dell’Officina dell’Essere.” Lo stesso termine “officina”, un luogo dove si “fabbricano” le cose, implica l’illusorietà del mondo materiale rispetto a quello spirituale. In altre parole: se si resta attaccati a obbiettivi mondani (il denaro, il successo, il ruolo sociale, l’appagamento materiale), se insomma si vive per quelli, si finirà inevitabilmente per soffrire, perché “le cose del mondo non sono granché!”

O coppiere su, lèvati, riempi la mia coppa
seppellisci il tormento che la vita ci porge.

Non distogliere gli occhi dalla “via della taverna”, rimanere cioè concentrati sulla propria evoluzione spirituale è invece l’opzione migliore riservata all’esistenza umana, il campo ideale in cui far progredire la mente. L’Unione con Dio, l’unica salvezza dai tormenti della vita. Grazie all’aiuto di un maestro illuminato, un “coppiere dal volto di rosa”, si potrà incontrare il Divino, un’esperienza potente (“di forte colore”) e sconvolgente proprio come una sbronza che annienta la ragione. Non è infatti con la razionalità che troveremo Dio, bensì con l’abbandono e la rinuncia alle nostre certezze:

Se anche il vino a nient’altro servisse, non basta forse che
ignaro ti renda, per un poco, dei bisbigli della ragione?

Non intimorirci coi divieti di Ragione, su, portaci il vino:
nel regno nostro un gendarme che abbia da fare non c’è.

I “divieti della Ragione” a cui allude Hafez non sono, come potrebbe sembrare a una lettura superficiale, precetti morali di comportamento, bensì gli ostacoli che si incontrano nel percorrere la via mistica. E’ la ragione, infatti, che mette in dubbio l’Invisibile, che non si fida delle teofanie, o discute i sentimenti. Nel regno dell’Amore non c’è posto per nessun “gendarme” razionale.

Per l’ebbrezza in ribollio son tutte le botti e gorgoglianti
e il vino là dentro è proprio verità, non allegoria!

Questi ultimi due versi, che vengono sbandierati da critici inconsapevoli come la prova eclatante dell’edonismo hefeziano, suggeriscono, in realtà, l’esatto contrario: l’esperienza mistica autentica provoca un’ebbrezza che fa ribollire e gorgogliare tutte le botti, ovvero i contenitori del “vino”, gli amanti fortunati che si uniscono all’amato, che provano l’estasi del contatto divino. In quelle anime ebbre, il vino, cioè l’Unione, la presenza di Dio, non è una metafora, ma autentica verità!

Gli errori di interpretazione nascono probabilmente dal fatto che quello che descrive Hafez non ha più un equivalente nel mondo occidentale contemporaneo. Salvo casi rarissimi, il “vino della taverna” non è merce reperibile qui da noi, mentre è ancora fruibile (se pur molto diluito rispetto all’originale) in culture altre, ove il misticismo abbia mantenuto un ruolo spirituale attivo: non solo nel mondo islamico, ma anche nell’induismo, nel taoismo, nello zen e ovunque siano in qualche modo sopravvissute le culture tradizionali. Per la maggior parte dei lettori occidentali “l’Unione con Dio” è un concetto astratto, una licenza poetica, una definizione liturgica che non tocca le loro corde emotive, non arriva al loro cuore.

All’epoca di Hafez, invece, nell’Iran del XIV° secolo, l’Unione col Divino era una condizione che rientrava nella vita quotidiana dei suoi contemporanei, era cioè un’opportunità concreta e tangibile, anzi, secondo i mistici, l’unica per cui valesse veramente la pena di vivere. Il rapporto col sacro – personale, sconvolgente e segreto – restava per molti, mistici in testa, imprescindibile: era il vero scopo della presenza umana sulla terra.

Il lettore di oggi deve dunque fare uno sforzo per immaginare qualcosa di sconosciuto, o meglio dimenticato, cancellato dal tempo e dal processo di desacralizzazione del mondo moderno. L’incontro con Dio di cui parla Hafez (e con lui, tutti i mistici di tutti i tempi), è la concreta possibilità terrena di sfiorare l’Assoluto, di gustare la dolcezza insuperabile della Fonte, di abbandonarsi all’ineffabile gioia dell’abbraccio cosmico.

E’ davvero un’estasi senza confronto, un’esperienza sconcertante, uno stato alterato di coscienza che può durare meno di un battito di ciglio, eppure lascia un marchio indelebile nel cuore di chi ha avuto la fortuna di provarlo. Una volta gustato quel “vino” miracoloso, non se ne potrà più fare a meno, e l’intera esistenza diventerà ricerca disperata e incessante di un altro sorso, di un’altra “ubriacatura”, di un’altra teofania. Questa è la vita dell’asceta, questo racconta Hafez nei suoi versi.

La sua poetica è dunque una sorta di diario mistico, in cui l’autore annota meticolosamente la sua esperienza spirituale quotidiana, le fatiche e le gioie della sua intima ricerca di un contatto ravvicinato con Dio. Senza questa chiave di lettura è impossibile apprezzare fino in fondo l’arte immortale del grande poeta di Shiraz: un mandorlo in fiore è bellissimo, ma per scoprirne il segreto dovremo aprire il guscio del suo frutto e masticarne il contenuto. Solo allora potremo dire di conoscere davvero l’unicità di questo albero meraviglioso.

Nella sola speranza che un sorso ci giunga da quella tua coppa
alla taverna oh, quanta preghiera da mane a sera per te se n’è andata!

Ieri, sul fare dell’alba, salvezza da ogni pena mi diedero:
ero ancor nella tenebra, che l’Acqua di Vita mi diedero!

Nel fulgore dei raggi dell’Essenza, fui come da me stesso estraniato:
il vino dalla Coppa che irradia i divini Attributi mi diedero!

Oh, alba benedetta fu quella, e fausta notte davvero
come Notte del Destino: un salvacondotto mi diedero!

D’allora in poi fu specchio, il mio volto, alle qualità di Bellezza:
fu lì che dell’Epifania dell’Essenza più pura notizia mi diedero…

In questa proroga di due tre respiri, che ci sono concessi per l’incontro…

Tu l’attimo stima un tesoro, fin quando ciò ti è possibile:
il succo della vita è in quell’attimo, o caro, se solo sapessi!

Ho sentito la brezza d’Amore e percepito il lampo dell’Unione:
vieni, o vento del Nord, al tuo dolce alito io voglio morire!

Che ebbrezza è mai, non so dirlo, che or ora me trasportò!
Chi era mai quel coppiere, e questo vino poi da dove portò?

D’un tratto ti strinsi al petto, e i tuoi capelli eccoli aggrovigliarsi:
il mio labbro posai sopra al tuo, offrendogli l’anima e il cuore!

A tal punto si empì dell’amico lo spazio del mio cuore
che il mio pensiero si è tutto smarrito fuori della mente.

*tutti i testi riportati nelle tre puntate dedicate ad Hafez provengono da “Hafez: Canzoni d’amore e di taverna” e “Hafez: Vino, efebi e apostasia”, a cura di Carlo Saccone”, Carocci Editore. Le coppie di versi qui riprodotte sono in sequenza tematica, estrapolate dalle oltre 300 poesie contenute nelle due raccolte.

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