MAWLANA RUMI - Parte IV - MOSE' E IL PASTORE - jayyd news

MAWLANA RUMI – Parte IV – MOSE’ E IL PASTORE

Marta Irene Franceschini

Mosè udì un pastore che pregava sulla strada.

“O Dio,
dove sei? Voglio aiutarti, aggiustare le tue scarpe
e pettinare i tuoi capelli. Voglio lavare i tuoi vestiti,
e toglierti i pidocchi. Voglio portarti il latte,
e baciare le tue manine e i tuoi piedini
per farti addormentare. Voglio spazzare la tua stanza
e tenerla bella pulita. Dio, le mie pecore e le mie capre
sono tue. Tutto quello che posso dire, ricordandoti,
è ayyyyyy e ahhhhhhhh!”

Mosè non poté sopportare oltre.
“A chi stai parlando?”
“A colui che ci ha fatto,
e ha fatto la terra e ha fatto il cielo.”
“Non parlare di scarpe
e calzettoni con Dio!
E cos’è questa storia dei piedini
e delle manine? Con tanta familiarità blasfema
sembra che tu stia chiacchierando con tuo zio.
Solo qualcosa che cresce
ha bisogno di latte. Solo chi ha i piedi calza le scarpe. Non Dio!
Anche se ti riferissi alla rappresentazione umana di Dio,
come quando Dio dice: – Ero malato, e tu non mi hai fatto visita –
anche in quel caso, questo tono sarebbe sciocco e irriverente.
Usa termini appropriati. Fatima è un bel nome
per una donna, ma se chiami un uomo Fatima,
è un insulto. Dialetto e gestualità
vanno bene per noi su questa riva del fiume,
ma non per rivolgersi all’origine,
non per Allah!”

Il pastore si pentì e si strappò le vesti e pianse
e si incamminò per il deserto.

All’improvviso, una rivelazione
scese su Mosè. La voce di Dio:

“Mi hai separato
da uno dei miei. Sei venuto come Profeta che unisce,
o che divide?
Ho dato a ogni essere un modo diverso e unico
di esprimere e vedere e conoscere la saggezza.
Quello che sembra sbagliato per te è giusto per lui.
Quello che è veleno per qualcuno è miele per qualcun altro.
Nella preghiera, purezza e impurità, pigrizia o solerzia
non significano nulla per me.
Io sono distante da tutto questo.
I modi di pregare non devono essere giudicati migliori
o peggiori l’uno dell’altro.
Gli indù fanno cose indù.
I musulmani dravidici in India fanno quello che fanno.
E’ sempre adorazione, e va sempre bene.
Non sono io ad essere glorificato negli atti di preghiera.
Sono quelli che pregano! Io non ascolto le parole
che dicono. Io osservo la loro umiltà.
Quell’abbassarsi, rotti e spalancati, è la realtà,
non il linguaggio! Dimentica la fraseologia.
Io voglio l’ardore, l’ardore!
Sii amico
del tuo bruciare. Dai fuoco ai tuoi pensieri
e alle tue forme di espressione.
Mosè,
quelli che stanno attenti ai comportamenti
e ai discorsi sono una cosa.
Gli amanti che bruciano
sono un’altra.”

Non applicare una tassa sulla proprietà
a un villaggio bruciato. Non rimproverare l’Amante.
Il modo ‘sbagliato’ in cui lui parla è meglio di cento
modi ‘giusti’ di tanti altri.
Dentro alla Ka’ba
non importa in che direzione stendi
il tuo tappeto di preghiera.
Chi si tuffa nell’oceano non ha bisogno di scarpe da neve!
La religione dell’Amore non ha né codici né dottrine.
Solo Dio!
Per questo il rubino non ha niente scolpito sopra:
non ha bisogno di un marchio.

Dio cominciò a parlare
dei misteri più profondi a Mosè. Visioni e parole
che qui non possono essere trascritte, furono versate
dentro di lui. Egli lasciò se stesso e tornò indietro.
Poi, dall’eternità tornò al qui ed ora.
Questo accade molte volte.
E’ sciocco che io cerchi di spiegarlo. Se lo facessi
stravolgerebbe le nostre umane intelligenze.
Spezzerebbe in due tutte le penne che scrivono.

Mosè corse dietro al pastore.
Si mise a seguire le sue orme confuse;
in un punto procedevano dritte come una torre
su una scacchiera. In un altro, di lato,
come un alfiere.
Ora crescevano come un’onda che s’alza,
ora scivolavano via come un pesce, come se i suoi piedi
disegnassero simboli di geomanzia sulla sabbia,
raccontando
il suo stato errante.

Mosè finalmente trovò
il pastore.

“Mi sono sbagliato. Dio mi ha rivelato
che non ci sono regole nella preghiera.
Dì qualsiasi cosa,
in qualunque modo il tuo amore te la detta. La tua dolce blasfemia
è la più autentica devozione. Grazie a te un intero mondo
è stato liberato.
Slega la tua lingua e non preoccuparti di cosa esce fuori.
E’ tutta luce dello spirito.”

Il pastore rispose:
“Mosè, Mosè,
io sono andato oltre anche questo.
Tu hai usato la frusta e il mio cavallo è balzato
fuori da se stesso. La divina natura e la mia natura umana
si sono unite.
Benedetta sia la tua mano che mi ha punito.
Non posso dirti cosa è successo.
Quello di cui ti sto parlando ora
non è la mia condizione reale. Quella non può essere detta.”

Il pastore si fece silenzioso.

Quando guardi in uno specchio,
vedi te stesso, non lo stato dello specchio.
Il suonatore di flauto soffia il fiato nello strumento,
e chi fa la musica? Non il flauto,
il suonatore!
Ogni volta che adori
e ringrazi Dio, è sempre come
la semplicità del buon pastore.
Quando infine vedrai
attraverso il velo come sono realmente le cose,
non finirai di ripetere ancora,
e ancora:
“Non è certamente come
pensavamo che fosse!”

La storia di Mosè e il pastore è diventata un topos del sufismo. Si dice che solo dopo averla udita, e compresa, si possa realmente pregare. La vicenda è memorabile sotto molti aspetti. Innanzitutto perchè coinvolge Mosè in persona, profeta per antonomasia, archetipo di saggezza amato e rispettato dalle tre le fedi monoteiste. Ed è un Mosè che sbaglia, e viene reguardito da Dio.

Per nulla casuale è anche la scelta del suo interlocutore, un pastore umile e semplice, ingenuo e puro come un bambino piccolo. E’ lui che rappresenta il sufi perfetto, il derviscio povero e scalzo che vaga nel deserto. Da principio, totalmente inconsapevole e, proprio per questo, innocente.

Poi, Rumi fa parlare Dio. Come nubi squarciate dal sole, i versi si aprono alla luce teofanica. Chi legge viene investito dai raggi della rivelazione. Accade qualcosa tra le pagine e il cuore: la parole si piantano come frecce nella carne. Un senso di stupore sospeso corre lungo le righe, lasciandoci senza respiro, rapiti in un ascolto tesissimo.

Dio ha parlato, e si crede di aver compreso. Si corre, insieme a Mosè, in cerca del pastore, in realtà verso quella parte di noi che si è identificata col pastore. Le si vorrebbe gridare: “Non temere, Dio ha detto che vai bene così come sei! Non devi cambiare nulla!”, e liberarla così dal senso di colpa e inadeguatezza che l’hanno messa a tacere, tante volte.

Ma ecco, che con un autentico colpo di scena, in perfetto stile sufi, tutto viene ribaltato. Grazie agli “ingiusti” rimproveri di Mosè, il pastore è diventato consapevole, e si è unito a Dio. Ora è davvero un derviscio illuminato, quel “pastore di anime” che la sua figura iniziale rappresentava solo simbolicamente.

Apparentemente, i due messaggi sembrano in contraddizione. Cos’è dunque giusto fare? Pregare come viene spontaneo, o pentirsi per averlo fatto? Il nostro disorientamento è funzionale, serve a farci fermare a riflettere, a interrogarci. Il nostro disagio è la guida.

La chiave è nelle parole di Dio. Tutte le preghiere arrivano al Cielo, quando sono brucianti d’amore. Infatti, il pastore è sempre salvo, sia quando vuole aggiustare le scarpe di Dio, sia quando lo incontra davvero. L’errore è credere di sapere cosa è giusto, invece di stare in ciò che è giusto per noi.

Mosè viene rimproverato da Dio proprio per questo. E la storia ci porta a sperimentare su di noi lettori lo stesso errore. Anche noi, per un attimo, abbiamo creduto di aver capito, di sapere quindi cosa è giusto e cosa è sbagliato. Anche noi ci siamo illusi di aver colto la morale del racconto, e di poterla trasformare in regola.

Ma il risultato finale ci racconta qualcos’altro. Ci dice che in Dio non c’è contraddizione, che due morali opposte possono coesistere. Che la vera regola è che non c’è nessuna regola, perchè ogni essere ha “un modo diverso e unico di esprimere e vedere e conoscere la saggezza.” Alla fine, nulla sarà certamente “come pensavamo che fosse.”

Con l’arte del poeta e la maestria del grande derviscio, Rumi ci spinge un verso dopo l’altro a “sentire” l’errore su di noi, ci conduce passo dopo passo dentro il mistero dell’indicibile, ce lo fa toccare con mano, farne esperienza. Il Mawulana trasforma la lettura di una poesia in insegnamento mistico, come fossimo discepoli seduti ai suoi piedi.

La poesia qui diviene molto di più di una semplice lirica, per quanto sublime essa possa essere. Si fa rito shamanico in grado di trasformare, utero che partorisce coscienza, rivelazione. Il suo messaggio, a 800 anni dalla morte del suo autore, è ancora vero e pulsante, intatto come il primo giorno. Rumi è vivo e presente in noi che stiamo leggendo. E ci sta toccando

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