IBN 'ARABI – Terza parte - IL FEMMINILE ETERNO - jayyd news

IBN ‘ARABI – Terza parte – IL FEMMINILE ETERNO

Marta Irene Franceschini

Forse nessuno tra i maestri, pensatori e filosofi dell’umanità ha riconosciuto un ruolo così alto al principio femminile come ha fatto Ibn ‘Arabi. Tutta la sua storia spirituale è costellata di figure femminili: maestre sufi, guide spirituali, icone simboliche di luce divina, dalla cui saggezza egli è soggiogato prima ancora che dalle loro sembianze. Anzi, nel racconto dello Sheikh andaluso la bellezza di queste donne assume la valenza più alta del termine, è cioè riflesso di qualità interiori talmente sublimi da riversarsi sul loro aspetto esteriore, rendendolo incantevole.

Per esempio, parlando di Fatima da Cordova, la maestra sufi da lui considerata una vera madre spirituale, Ibn ‘Arabi ci racconta che, nonostante l’età veneranda della Sheikha, ella conservava ai suoi occhi la bellezza e la leggiadria di una fanciulla, tanto che ogni volta che la guardava in volto il giovane discepolo non poteva fare a meno di arrossire. Tale era l’intimità di questa donna illuminata con Dio che traspariva sui suoi lineamenti ottuagenari, ricoprendoli di abbagliante bellezza. La loro relazione spirituale, sulla quale il futuro maestro si dilunga in pagine memorabili, resta avvolta da un’aura straordinaria.

Una volta stabilitosi alla Mecca, Ibn ‘Arabi fu accolto da una nobile famiglia persiana originaria di Isfahan. L’incontro con la figlia del padrone di casa fu per lo Sheikh folgorante e decisivo, simile a quello di Dante con Beatrice. Nonostante fosse poco più di un’adolescente, la fanciulla partecipava regolarmente alle majlis (incontri, assemblee) spirituali che si svolgevano nei salotti della dimora paterna, e discuteva apertamente con gli ospiti di temi spirituali. L’immagine di questa giovane donna, colta e disinibita, le cui opinioni sono tenute in alta considerazione dai frequentatori del cenacolo culturale nella Mecca del XIII secolo, incrinano non poco gli stereotipi solitamente proiettati sulla società islamica dell’epoca, e in generale sul ruolo della donna nell’Islam.

Racconta ancora Ibn ‘Arabi che il quesito fondamentale sul fine ultimo dell’amore, radice e fulcro di tutta la sua ricerca metafisica, gli fu posto proprio da una donna, “una grande mistica, dotata di straordinaria sottigliezza di spirito”, di cui egli tace discretamente il nome.

Ma è nella visione teofanica che il principio femminile svelerà tutto il suo splendore di Sophia Aeterna. Vale la pena ascoltare il racconto di questo mistico incontro dalle parole dello stesso Maestro.

“Una notte mi apprestavo a compiere le circumambulazioni rituali intorno al Tempio della Ka‘ba. Il mio spirito provava una pace profonda; una dolce emozione di cui avevo perfettamente coscienza si era impadronita di me. Uscii dalla zona lastricata, perché la folla premeva in maniera eccessiva, e continuai il mio giro sulla sabbia. All’improvviso mi vennero in mente alcuni versi; li recitai a voce alta, tanto da essere udito non solo da me stesso, ma anche da quelli che mi seguivano, posto che vi fosse qualcuno.

Oh, sapere se le idee divine (al-manazir al-ula) conoscono di quale cuore han preso possesso!


Come vorrebbe il mio cuore capire quali sentieri montuosi esse hanno intrapreso!


Credi che siano sane e salve, o pensi invece che siano morte?


I fedeli d’amore restano perplessi nell’amore, esposti ad ogni sorta di pericoli.

Appena finii di recitare questi versi, avvertii sulle spalle il contatto di una mano più dolce della seta. Mi voltai, e mi ritrovai in presenza di una fanciulla, simile ad una delle principesse dei Greci. Mai avevo visto una donna dal volto più bello, dalla parola più soave, dal cuore più tenero, dalle idee più spirituali, dalle allusioni simboliche più sottili […]. Ella sorpassava tutti i geni del suo tempo in finezza di spirito e in cultura, in beltà e in sapere.”


Immediatamente Ibn ‘Arabi riconosce l’elemento teofanico di questa apparizione, tanto da conferirle quella “grecità” che la rende, culturalmente, una figura eterna. Spiega Corbin: “Essendo la fanciulla la tipificazione (tamthil) di un Angelo in forma umana, vi è in ciò una ragione sufficiente perché Ibn ‘Arabi la proclami ‘della razza di Cristo’, qualificandola di una ‘Sapienza eristica’ (hikma ‘isawìya), concludendo che ella debba appartenere al mondo di Rum, cioè alla cristianità greca di Bisanzio.”
La scena coglie un momento di inconsapevolezza del poeta, il quale si interroga sulla proprie visioni e arriva a dubitare se esse siano “vive o morte.” E’ uno spaccato di straordinaria umanità, che vede un maestro di tale portata, un autentico illuminato, dubbioso e perplesso delle proprie percezioni teofaniche, fragile e solo davanti all’immensità delle rivelazioni ricevute.
La risposta della giovane fanciulla non si fa attendere e travolge Ibn ‘Arabi come vento di tempesta. Colpisce e stupisce il tono, autorevole e perentorio, quasi canzonatorio, che per nulla si addice all’immagine giovane e soave della visione: “Come puoi tu dire, mio signore (sayyidi): ‘Oh, sapere se conoscono di quale cuore esse han preso possesso?’ Tu, il grande mistico del tuo tempo, mi stupisce che tu possa dire una cosa del genere […]. Ogni cosa di cui si ha possesso (mamluk) non è forse anche cosa di cui si ha conoscenza (marùf)? Si può parlare di padronanza (mulk) senza che vi sia stata Conoscenza? […] Tu hai detto poi: ‘Come vorrebbe sapere il mio cuore quali sentieri montuosi esse hanno intrapreso!’ Mio signore, i sentieri che si nascondono fra il cuore e la tenue membrana che avvolge il cuore è qualcosa la cui conoscenza è interdetta al cuore. Come può uno come te desiderare qualcosa che non può raggiungere? Come può dire una cosa simile? E che hai domandato poi: ‘Credi che siano sane e salve, o pensi invece che siano morte?’ Ma esse sono sane e salve. Piuttosto, è a proposito di te che dovresti domandare: sei, tu, sano e salvo, o sei invece morto, mio signore?”
Chi parla con tanta sicurezza non è certo una ragazza, per quanto ne abbia scelto l’apparenza. Al contrario, è l’Eterna Saggezza, la Divina Sophia, colei che sa e che indica la strada. Di più: essa mostra la superiorità del “sentire femminile” rispetto al “razionale maschile”. L’errore del poeta e filosofo nasce infatti dall’applicazione del ragionamento a questioni esoteriche. Le domande, i dubbi, le paure fanno parte di quell’atteggiamento razionale che cerca le prove dell’invisibile, che “dimentica” il segreto d’amore che lo lega alle sue teofanie e, di conseguenza, si smarrisce. Il dialogo tra il poeta e la fanciulla, in realtà, potrebbe svolgersi tra due parti interiori della stessa persona: quella razionale, maschile, essoterica, e quella intuitiva, femminile, esoterica. E prova, almeno nel campo della mistica, o più in generale dell’amore, la superiorità della seconda. Sophia conclude con queste parole di fuoco il suo ammonimento:
“Che cosa hai detto ancora? ‘I fedeli d’amore restano perplessi nell’amore, esposti ad ogni sorta di pericoli?’ – e qui ella lanciò un’esclamazione, e poi disse: ‘Come può restare al fedele d’amore un sovrappiù di perplessità, quando l’adorazione d’amore ha come condizione propria di investire in totalità? Essa assopisce i sensi, rapisce le intelligenze, abolisce il pensiero, e getta il suo fedele nel flusso di coloro che spariscono. Allora, dov’è la perplessità nella quale restare? Chi, dunque, sussiste ancora qui, che possa restare perplesso?… Che uno come te si permetta di dire cose simili, ebbene, questo è indegno di te”.
E’ un femminile, quello descritto da Ibn ‘Arabi, che si stacca nettamente dagli stereotipi di genere, per ergersi fiero e deciso, forte non del potere, ma della potenza che emana, autorevole piuttosto che autoritario, sicuro e categorico come chi sa perché ha fatto esperienza, e non perché è stato istruito. E’ un femminile audace e straordinariamente moderno che, nonostante risalga a più di 700 anni fa, resta culturalmente rivoluzionario anche rispetto al nostro contesto attuale.
Il messaggio della Divina Sophia è il seguente: chi parla d’amore e si dice “perplesso”, in realtà non può essere amante. E’ questo un campo in cui la ragione non trova posto. Il mistico lo deve sapere, così come l’innamorato. E’ il cuore che comanda, ad esso si cede tutto, con slancio, senza pesi e misure. Nessun ragionamento e nessuna logica hanno voce in capitolo. Si ama con la parte femminile di sé, e questo vale tanto per le donne quanto per gli uomini. Stesso discorso per la fede. La parte razionale potrà al massimo giungere a un credo dogmatico, rigido e sterile. Ma solo lasciandosi guidare dalla Sophia interiore si potrà percepire l’unione intima e segreta col Divino. E’ Lei la maestra delle teofanie, delle estasi e delle rivelazioni. E’ Lei che guida l’innamorato nell’abbraccio invisibile d’amore, Lei che non teme l’evanescenza immateriale del Reale perché la “sente.”
Ibn ‘Arabi è uno di quei rari sapienti che riconosce al Femminile Eterno questa superiorità, e che la onora. In Lei identifica l’archetipo della Saggezza, la parte attiva dell’unione mistica, la protagonista indiscussa del mondo visionario: “L’essere femminile è la teofania per eccellenza”, dice il filosofo. Ma non solo. Ibn ‘Arabi si spinge fino a metterla al centro della Cosmogonia, definendola “Femminile-Creatore”, ovvero “haqiqa (verità, realtà vera) primordiale, essenza stessa dell’essere, origine delle origini, al di là della quale niente è più pensabile”. E conclude: “Quale che sia la dottrina filosofica alla quale si aderisce, si constata, quando si specula sull’origine e sulla causa, l’anteriorità e la preminenza del Femminile. Il Maschile è collocato tra due Femminili”.

Nel suo Kitàb al-tajalltyàt (“Libro delle Teofanie”), in una lirica sublime considerata l’equivalente islamico del “Cantico dei cantici”, lo Sheikh al-Akbar dà voce a questa Sophia Aeterna, Mistero e Madre del Mistero a un tempo. Proprio come il Cantico, i versi di Ibn ‘Arabi si prestano a più chiavi di lettura, senza tuttavia mai perdere la coerenza ontologica della narrazione. Possono essere dunque letti, simultaneamente, come le parole che una donna innamorata dedica al suo amato, il messaggio del femminile interiore (intuitivo, esoterico) al maschile interiore (razionale, essoterico), e l’invito d’amore che l’Essere Divino rivolge all’essere umano.

Ascolta, Amato mio!
Io sono la realtà del mondo, centro e circonferenza,
Sono la parte e il tutto.
Sono la volontà fra Cielo e Terra stabilita,
In Te creai la percezione perché potessi Io percepirmi.

Se tu mi percepisci, te stesso percepisci.
Ma non potresti percepirmi mediante te stesso.
Col mio sguardo mi vedi e al contempo ti vedi,
ma col tuo solo sguardo non sapresti farlo.

Amato!
Quante volte t’ho chiamato, e tu non mi udivi.
Quante volte a te mi son mostrata, e tu non mi vedevi.
Quante volte fino a te affluivo, e tu non mi avvertivi.
Nutrimento succulento, e tu non mi gustavi.
Perché non puoi raggiungermi mediante quel che sfiori,
Perché non mi respiri nell’aria che di me profuma?
Perché tu non mi vedi? Perché tu non mi senti?
Perché? Perché? Perché?

Amami, amami e nient’altro.
Perditi in me, in me soltanto.
Legati a me, ché niente più di me ti è intimo.
T’amano gli altri solo per se stessi,
Mentre io t’amo per te.
E tu fuggi lontano.

Amato!
Tu non potresti trattarmi con giustizia,
Perché se tu a me t’avvicini,
E’ perché io a te mi sono avvicinata.

Ti sono più vicina di quanto tu lo sia a te stesso,
più dell’anima tua, più del tuo sospiro.
Quale fra le creature, dunque,
Saprebbe fare meglio?
Di te sono gelosa a causa tua.
Non voglio nessun altro,
Nemmeno te io voglio.
Sii mio, per me, così come sei in me,
Senza che tu neanche lo sappia.

Uniamoci, dunque, Amato mio!
E se dovesse pararsi innanzi a noi
La strada che conduce alla separazione,
Sapremo annullare la distanza.
Andiamo, dunque, mano nella mano,
Entriamo al cospetto della Verità
Perché ci possa giudicare
E imprima per sempre il suo sigillo alla nostra unione.

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