IBN 'ARABI – Seconda parte - L'IMMAGINAZIONE CREATRICE - jayyd news

IBN ‘ARABI – Seconda parte – L’IMMAGINAZIONE CREATRICE

Marta Irene Franceschini

E’ possibile vedere senza essere là dove si vede? E’ possibile guardare ciò che non può essere visto? Sentire quello che non si può toccare? Trovare risposte nel silenzio? La filosofia profetica di Ibn ‘Arabi sostiene di sì, a patto che si trovi il coraggio di rinunciare alle evidenze della ragione e si accetti come unica prova il segreto d’amore.

Il Mistero è tale proprio perchè non può essere compreso razionalmente. Se lo fosse, cesserebbe di esistere, per diventare altro da sé: legge, scienza, fenomeno. L’intermediaria fra il mondo del Mistero e il mondo della visibilità non può essere che l’Immaginazione. Chiarisce Henry Corbin, il grande orientalista francese, divulgatore della mistica di Ibn ‘Arabi in occidente: “Non si intenda il termine ‘immaginazione’ nel senso in cui, oggi, si parla in maniera approssimativa di civiltà dell’immagine, dove non è affatto questione di percezioni visionarie, ma di immagini sempre legate al livello delle percezioni sensibili. Il mundus imaginalis della teosofia mistica visionaria è un mondo che non è più quello della percezione sensibile, pur non essendo nemmeno il mondo dell’intuizione intellettiva.”

L’immaginazione di cui parla Ibn ‘Arabi, dunque, non va confusa né con la fantasia propriamente detta, profana o meno che sia, né tanto meno con la creazione estetica. Piuttosto, essa è il “luogo dell’apparizione” degli esseri spirituali, il tempio in cui si compiono tutte le “storie divine”, come  quelle dei profeti, che hanno un significato proprio in quanto teofanie. Lo scenario, dunque, è quello di un mondo intermedio tra il sonno e la veglia, tra il terreno e il divino, ma che tuttavia esiste, nella misura in cui è possibile percepirlo. Ancora Corbin: “Mondo fra due mondi, mondo mediano e mediatore, senza il quale tutti gli eventi della storia sacra e profetica si situano nell’irreale, poiché è proprio in quel mondo che tali eventi hanno luogo – il ‘loro’ luogo.”

Seguendo il ragionamento di Corbin, se fosse stato percepito solo dagli organi di senso, il Roveto Ardente sarebbe sembrato semplicemente un fuoco di sterpi. Affinché Mosè avverta il miracolo, affinché oda la voce che lo chiama “dal lato destro della valle”, affinché abbia, cioè, una teofania, è necessario “un organo di percezione trans-sensibile.”

Per Ibn ‘Arabi questa percezione teofanica si compie nel “mundus imaginalis”, la cui cifra è l’immaginazione creatrice. Creatrice, appunto, non perché capace di inventare, bensì perché produce magicamente un’immagine, o meglio una percezione che si traduce in immagine. La si riconosce e distingue dalle altre facoltà della mente perchè le immagini che essa crea sussistono di una esistenza indipendente, hanno cioè “vita propria”. In altre parole: non dipendono dalla volontà, possono essere invocate per anni senza prodursi, e accadere, tutto a un tratto, quando meno le si aspetta. Non basta, cioè, volere una visione, perchè essa si manifesti.

Cosa lascia come prova un’esperienza teofanica? Di certo, niente di tangibile, né tanto meno di scientifico. Eppure qualcosa accade davvero, al punto da trasformare per sempre l’esistenza di colui o colei che ne è protagonista. Interessante notare che, per quanto diverse e lontane possano essere queste esperienze, al punto da riguardare tempi, luoghi e fedi differenti, esse producono effetti e conseguenze pressoché identiche.

Per cominciare, come abbiamo già sottolineato, l’elemento trasformante: tutte le teofanie lasciano un segno indelebile, una sorta di marchio a fuoco, di battesimo perenne. C’è un prima e un dopo rivelazione, un taglio netto, una morte e una resurrezione. Dopo un’esperienza teofanica, niente sarà più come prima.

Ancora: tutte restano intraducibili in termini razionali, eppure producono un racconto che, in molti casi, persiste nel tempo. La loro narrazione ricorre al linguaggio simbolico, alla poesia, all’arte, sconfinando sempre nell’impossibile: accadono cose inspiegabili, che non hanno riscontri con la realtà comune, che sfidano le leggi della natura, ma che tuttavia assumono, per chi le vive,  contorni più reali della realtà stessa. Proprio come avviene nel mondo onirico, dove il senso non rispetta alcuna logica razionale, eppure è traducibile in un messaggio.

Infine, ogni teofania contiene in sé, contemporaneamente, un messaggio tanto universale quanto personale. L’evento unisce il micro e il macro-cosmo nella medesima immagine. La teofania è vera per l’individuo e per l’umanità intera a un tempo. La visione si apre cioè a quella “coincidentia oppositiroum” che è il tratto ontologico dell’Essere Divino, inteso nel senso più ampio del termine.

L’insieme di queste caratteristiche, che ricorrono tanto nel buddhismo tibetano di Milarepa, quanto nell’estasi di Santa Teresa d’Avila, così come nelle visioni di Ibn ‘Arabi, costituiscono quel segreto d’amore che è l’unica prova della visione stessa. Ciò non significa affatto, come sottolinea anche Mircea Eliade, che “tali esperienze non siano reali; lo sono, ma non nel senso in cui può esserlo un fenomeno fisico.”

Spiegare, ovvero togliere le pieghe, rendere liscio, chiaro e semplice è una funzione che mal si accorda col divino. Una visione non può essere mai spiegata, eppure il suo messaggio resta vivo nel tempo, finanche nei secoli e nei millenni. Essa continua a suggerire interpretazioni e significati inesauribili come l’acqua di una sorgente, che è simultaneamente uguale a se stessa, e sempre nuova. La stessa teofania nell’arco di una vita resta indelebile e numinosa, ma al tempo stesso mai statica: la comprensione dell’evento si evolve e arricchisce con gli anni di sfumature e insegnamenti illimitati.

L’immagine di cui parla Ibn ‘Arabi più che vedersi, dunque, si sente. E difatti egli la colloca nel cuore (qalb). E’ il cuore l’organo della percezione teofanica, “l’occhio” della visione. Per il maestro andaluso, così come per tutto il sufismo, è nel cuore, infatti, che si produce la vera conoscenza, è il cuore il teatro specifico della crescita personale e dell’evoluzione umana. Beninteso, non si riferisce all’organo di carne dalla forma conica, situato nella parte sinistra del torace. Bensì al centro della fisiologia mistica, “lo specchio in cui l’Essere Divino manifesta la sua forma secondo la capacità di quel cuore di percepirla.”

E’ il cuore dunque l’organo che permette di realizzare la suprema conoscenza delle cose che l’intelletto non ha il potere di percepire. E’ il “pensiero del cuore” quello in grado di cogliere il segreto dei Misteri, di costruire un ponte tra la terra e il cielo, e di gustare l’intimità della visione teofanica. E l’immaginazione creatrice ne è la cifra.

A partire da Empedocle, convinto che i pensieri scorressero nel sangue, sono stati tanti i filosofi, gli artisti e i pensatori che, nel corso dei secoli, hanno avanzato ipotesi affini a quelle di Ibn ‘Arabi. Per esempio, Cartesio scrisse che “la ragione non è nulla senza l’immaginazione”, e Einstein che “l’immaginazione è più importante della conoscienza”. La volpe del “Piccolo Principe”, di Antoine de Saint-Exupery sembra citare letteralmente lo Sheikh quando sostiene che “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Per non parlare di una pagina indimenticabile dell’autobiografia di Jung, in cui un capo indiano del New Mexico sostiene che i bianchi sono pazzi perché pensano con la testa, mentre i nativi lo fanno col cuore. Benchè separate da più di 700 anni, molti sono i punti in comune tra la filosofia profetica di Ibn ‘Arabi e la psicologia del profondo di Gustav Jung, poi proseguita, fra i tanti, dal suo allievo James Hillman (“L’anima del mondo, e il pensiero del cuore”, Adelphi, 2002). Tanto che risulta difficile non riconoscere il filosofo sufi come fondamentale precursore di questa disciplina, per di più con sette secoli di anticipo. Purtroppo, l’eurocentrismo e il suprematismo della “nostra” cultura hanno impedito a tutt’oggi che il contributo del grande maestro andaluso abbia ottenuto il posto che gli spetterebbe.

Ma la funzione liberatrice dell’immaginazione attiva di Ibn ‘Arabi ha ricadute decisive soprattutto in ambito teologico. Infatti, traducendo ogni aspetto del reale in immagine-simbolo, la scienza del cuore svela il limite intrinseco di ogni dogma, trasformandolo da enunciato che ha il compito di conchiudere con autorità l’orizzonte, a Mistero che necessita di un’ermeneutica intima e personale.

Spiega Corbin: “Il Dio di cui parla chi non è testimone oculare è un Dio ‘assente’; il Dio e il dogmatico non si sono mai ‘visti’. Per questo non vi è dogmatico il cui Dio possa venirgli in aiuto contro quello di un altro dogmatico; gli antagonisti non possono vincere né convincere, possono solo separarsi, scontenti l’uno dell’altro. Di fatto, ciascun dogma particolare vale quanto un concetto elaborato dall’intelletto razionale; esso è essenzialmente limitazione, e dimostra la contraddizione di altri dogmi parimenti limitati.”

In breve, la scienza del cuore rende trasparente il limite del dogmatismo in senso lato. “Vedere, letteralmente ‘essere tastimone oculare’, designa quella visione immaginativa che realizza il dettato profetico: -Adora Dio come se lo vedessi-”. La visione del cuore, cioè la visione attraverso l’occhio interiore, è in ultima analisi la visione di Dio attraverso se stesso: la massima intimità possibile con l’Essere Divino a cui l’essere umano possa aspirare.

Ho un amore che ha il nome di tutti quelli che hanno un nome.

A questo alludo in ogni mio discorso.

Se dico Rubab, Hind o Salma

è a Lui solo che mi rivolgo.

Pensa a Lui, dunque, perché suo è il nome che io chiamo sempre.

E chi non sa di cosa sto parlando

è un cieco sulla strada del Dio Vero.

Oh potenza dell’Amore! Mi ha fatto testimone

dell’essenza dell’Amato che amavo con la mente.

Se anche fosse apparso agli occhi dei miei sensi,

non avrebbe tolto né aggiunto nulla alla visione.

Perché la sua presenza è uguale alla sua assenza

e questa è una qualità da nient’altro posseduta.

Per questo chi non ne ha fatto esperienza la rinnega,

e chi non la trova non ci crede.

Come è possibile che nel mondo della bellezza sottile

la gente sia infatuata solo della forma?

Fossero innamorati come me, sarebbero appagati

e vedrebbero la sua essenza in ogni forma di fede.

Ho visto il mio Signore nella forma delle cose create

per questo nelle mie poesie lo chiamo con tanti nomi.

Perchè se scrivo una poesia su una certa persona,

posso parlare solo di quella contenuta nel mio petto.

Lui è il Reale, tuttavia la realtà lo limita,

a causa di ciò che comprendo, vedo e sento io.

Ognuno è una storia,

quindi cerca di essere il miglior racconto che si possa udire.

La candela arde e si consuma

ma, per chi guarda, essa è luce che brilla.

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