IBN 'ARABI – Prima parte - IL SACRO INTERIORE: il volto divino di ogni essere - jayyd news

IBN ‘ARABI – Prima parte – IL SACRO INTERIORE: il volto divino di ogni essere

Marta Irene Franceschini

Ibn ‘Arabi è uno di quei rari gioielli che l’umanità, nel corso dei millenni, ha ricevuto in dono. Il suo contributo all’evoluzione spirituale della razza umana è stato e resta fondamentale. Proprio come per i grandi maestri e profeti della storia, il pensiero di Ibn ‘Arabi non rimane confinato ai tempi, ai luoghi e alla cultura di appartenenza, ma trascende le alterità con la forza e la placidità di un fermo orizzonte. Qualunque riflessione seria sul tema del sacro, sul significato ultimo dell’esistenza, o sulla psicologia del profondo, indipendentemente dal contesto che la accompagna, non potrà prescindere dalla filosofia profetica di Ibn ‘Arabi.

Abu Bakr Muhammad Ibn al‘Arabi (meglio conosciuto come Ibn ‘Arabi) iniziò la sua esistenza terrena a Murcia, nella Spagna sud-orientale, il 17 ramadàn 560 dell’ègira, corrispondente al 28 luglio 1165. Dopo lo smembramento del magnificiente califfato di Cordova, l’Andalusia era finita sotto il dominio degli Almohadi, una dinastia berbera-musulmana che mantenne il potere fino al collasso dovuto alla Reconquista. Nonostante il recente declino, Cordova conservava l’aura del passato splendore, centro delle arti e della cultura per oltre tre secoli, nonchè patria del grande Averroè, al cui funerale la presenza del giovane Ibn ‘Arabi acquisiva il valore fortemente simbolico di un passaggio del testimone.
Dotato di straordinaria intelligenza fin dalla più tenera età, Ibn ‘Arabi entrò in contatto con i più venerabili maestri della sua epoca. Ma, come ci racconta lui stesso, furono due figure femminili a lasciare un segno indelebile sulla sua formazione spirituale: Yasmin di Marchena e Fatima di Cordova, due grandi maestre sufi seguite da centinaia di discepoli, tra i quali Ibn ‘Arabi restò per più di due anni. Informazione che apre una rara finestra su fede e femminilità nell’Alto Medioevo, tema purtroppo censurato dalle cronache ufficiali nei secoli successivi e che meriterebbe più di un approfondimento. Ci auguriamo di potercene occupare in futuro.
All’età di 35 anni il grande filosofo lascerà per sempre l’Andalusia, in cerca di quell’Oriente, non solo geografico ma anche interiore, che sarà la cornice della sua prolifica maturità spirituale. Morirà a Damasco il 28 rabi’ II del 638 dell’ègira (16 novembre 1240), circondato dalla famiglia, dagli amici, dai discepoli sufi. La sua tomba, a nord della città, nel quartiere di Sàlihiyya, ai piedi del monte Qasiyun, è tutt’oggi meta di pellegrinaggio per milioni di fedeli.
La sua figura ha scatenato, nel corso dei secoli, amori incandescenti e spietati furori. Basti pensare che il suo capolavoro, Fusus al-Hikam (Cornici di Saggezza) è stato oggetto di oltre cento commenti, 36 dei quali lo criticano, e 34 lo difendono. Per ben due volte è dovuto fuggire dalle persecuzioni dell’ortodossia, prima dall’Andalusia e poi dal Cairo, rischiando la vita. Da molti è considerato il padre della mistica islamica, lo Shaykh al-Akbar, da altri nemico e rovina dell’Islam.
In effetti, l’originalità e l’audacia del suo pensiero sono tali da sconcertare qualunque lettore. Il suo approccio spazia dal massimo rigore di ragionamento alle visioni teofaniche, come un pendolo che sfidasse gli estremi della sua ampiezza. Mette in discussione tutto della fede, non per indebolirla ma per elevarla. La sua analisi non si ferma davanti a nessun ostacolo, affonda nella psiche umana come lama nel burro, scioglie i nodi della ragione uno ad uno, per tessere con quei fili una trama nuova. La porta d’accesso al suo sapere potrebbe contenere questa scritta: “LASCIATE OGNI CERTEZZA VOI CHE ENTRATE.”
La filosofia profetica di Ibn ‘Arabi, infatti, si muove esclusivamente in una dimensione spirituale, scandita dagli eventi interiori dell’anima. Essa tralascia il cosiddetto “tempo storico”, che scorre in senso orizzontale ordinato da un prima e un dopo, per concentrarsi su una visione verticale dell’esistenza “che procede dal polo celeste fino al centro della terra” e collega la profondità individuale alla sua controparte divina.
Alla base dell’impianto metafisico del maestro andaluso si erge la cosiddetta “Scienza della Bilancia”, secondo la quale ogni essere, nella sua interezza, è costituito da due dimensioni: una visibile, letterale, esteriore, essoterica (zàhir) e l’altra celata, spirituale, interiore, esoterica (bàtin). Dice Ibn ‘Arabi: “l’invisibile è il necessario contrappeso del visibile.” Un postulato che comporta implicazioni di portata universale: ignorare le parti evanescenti della materia significherebbe infatti perdere la totalità dell’essere, considerare cioè una visione monca della realtà.
Parlare oggi di “invisibile” è più che mai problematico. Si rischia di essere presi per visionari, un termine che ha ormai irrimediabilmente assunto connotazioni dispregiative. Siamo lontani dall’idea di visione come rivelazione. Nella nostra cultura (occidentale, bianca, razionale e suprematista) tutto ciò che non è tangibile, misurabile e dimostrabile è considerato ascientifico e, in quanto tale, non degno di attenzione, nè tanto meno di rispetto.
Mistero oggi è diventato sinonimo di ignoranza. Il rigore scientifico della nostra epoca si è assunto il compito di liquidarlo una volta per tutte, relegandolo definitivamente al campo della superstizione. Roba da antichi, insomma, da guardare con un sorriso di compatimento: il progresso scientifico ha l’ambizione di svelare uno dopo l’altro tutti gli aspetti misteriosi della realtà. Sembrerebbe solo una questione di tempo.
Eppure, viviamo tutti, quotidianamente, a stretto contatto con il Mistero. Ogni esistenza, se guardata a ritroso, è costellata di fatti singolari, se non del tutto inspiegabili. Ogni opera d’arte deve la sua unicità a qualcosa di indicibile. Ogni sentimento è intraducibile in termini scientifici.

L’invisibile per eccellenza è l’Amore, intorno al quale ruota l’intero pianeta. Infinite le sue declinazioni: amore carnale, amore fraterno, amore per i genitori, per i figli, per la natura, per gli animali, per il lusso, per la fama, per il potere, eccetera, eccetera. La lista è inesauribile. Tuttavia, definire razionalmente l’amore è un’impresa impossibile. Possiamo dire che amiamo un paio di scarpe, o una granita al caffé, una giornata di sole o un cielo stellato, e saremo probabilmente convinti di sapere di cosa stiamo parlando. Ma quando l’amore coinvolge un altro essere vivente, le cose si complicano. Non è più così facile definirne i contorni: per esempio, dire perchè comincia, perchè continua o perchè finisce. Di certo, non è una questione di volontà. Non basta voler amare qualcuno perchè questo accada, nè tanto meno è sufficiente voler smettere di amare per riuscire a farlo. Si può amare chi è buono e giusto, ma anche chi è pieno di difetti. Oppure si vorrebbe amare chi se lo merita, ma per quanto ci si provi l’impresa fallisce. A volte si arriva addirittura ad amare chi ferisce, chi offende, chi maltratta, o più semplicemente chi non ricambia il nostro sentimento. Perfino davanti alla morte l’amore non si arrende: si continua ad amare anche chi non c’è più e, a seconda del grado di intensità, a volte lo si fa per sempre. Possiamo possedere tutte le ricchezze del mondo, ma sentirci disperati perchè nessuno ci ama, oppure non possedere nulla, ma essere al colmo della felicità perchè abbiamo accanto l’oggetto del nostro amore. Per amore siamo capaci di qualunque sacrificio, sfidiamo ogni sorta di pericolo, scaliamo montagne e attraversiamo mari. Senza, ci spegniamo come una lampadina rotta, perdiamo il senso dell’esistenza.

Tutta la nostra vita gli ruota intorno, eppure l’amore non si pesa, non si tocca, non si misura. Non ha un colore, una forma, un sapore. Non lo si può chiudere in una stanza, nè legare a una corda, nè stringere tra le mani. Le sue leggi sono vere solo fino a prova contraria, e non si traducono nè in formule, nè in equazioni. Al contrario, il suo linguaggio è poetico, musicale, artistico, simbolico. Per quanto si studi e si analizzi, l’amore sfugge ogni definizione. Esso stupisce sempre, trasforma, ammala o guarisce. In una parola: fa miracoli.

Tutto quanto riguarda l’amore è assolutamente invisibile, eppure partecipa in modo intimo e decisivo all’esistenza umana. Non a caso Henry Corbin, uno dei più autorevoli conoscitori di Ibn ‘Arabi, ha definito il suo impianto filosofico una “metafisica dell’amore”. Per lo Shaykh al-Akbar, infatti, le due dimensioni (visibile e invisibile) sono interconnesse e inseparabili, formano un unicum imprescindibile. Il sé spirituale corrisponderebbe all’individualità archetipica, all’individuazione latente nel mondo del Mistero, che il filosofo chiama anche Spirito, o Angelo. Scoprire il proprio Angelo, ovvero la propria personale eternità, equivale dunque a ritornare al proprio Dio, trovare l’Essenza divina unica e insostituibile che ci appartiene e ci contraddistingue.

Per questo conoscere sé stessi significa, in ultima analisi, incontrare Dio, ovvero ridiventare “interi.” Qualunque consapevolezza che non contempli l’incontro con l’Angelo archetipico, dice Ibn ‘Arabi, non è degna del nome che porta: è parziale come un corpo senza testa. Così come la fede che prescinde dalla dimensione interiore è destinata a degenerare nell’imperialismo spirituale: la ricerca del Signore-archetipo verrà in quel caso sostituita dall’imposizione dogmatica di un Signore impersonale e omologato.
La Scienza della Bilancia non sostiene, come potrebbe erroneamente sembrare, l’esistenza di più entità divine. In realtà, non è il monoteismo ad essere messo in discussione, bensì la sua percezione. Dal momento che l’Essere Divino trascende ogni rappresentazione e qualificazione, qualsiasi definizione di Dio equivale a una “credenza”. Ed è giusto che sia così, vista l’impossibilità di contemplare l’Indicibile in termini razionali. Il linguaggio del Mistero non può che essere simbolico, e i simboli non si discutono, si decifrano. Comprendere il dogma come un simbolo, equivale a sciogliere il dogmatismo. Solo ciò che non rivela nulla non ha bisogno di interpretazione, mentre ogni profezia richiede un’ermeneutica (ta’wil). Racconta Ibn ‘Arabi:“da questo nasce la mia abitudine a pensare per simboli: le cose del mondo invisibile hanno per me più attrazione di quelle della vita presente.”
La percezione dei simboli diventa così teofania, visione immaginifica tanto reale quanto la presenza materiale degli oggetti. Crolla il confine che separa i due mondi, quello terreno e quello celeste, riconosciuti come parti inscindibili del tutto. La scissione non ha più alcun senso, sembra una semplificazione per bambini piccoli a cui si insegna che di notte si dorme e di giorno si va a scuola. Ma la madre saggia sa che luce e buio sono in realtà inseparabili, e uno non potrebbe esistere senza l’altra. Una volta presa coscienza del proprio Angelo, ovvero riconquistata l’interezza psiche-corpo-anima, tutta l’esistenza si rivela come una continua visione teofanica, nei confronti della quale la lettura razionale assomiglia al balbettio incoerente di un lattante.
Il prezzo di questa presa di coscienza è la rinuncia alla presunzione di qualsiasi superiorità religiosa. Dal momento che Dio non è conoscibile, né tanto meno descrivibile, il fedele è costretto ad accettare il proprio intrinseco limite e assumersene le inevitabili conseguenze. Per quanto aderisca con tutto il cuore al proprio credo, dovrà farlo con l’umiltà di chi sa che esso non potrà mai essere altro che un parziale riflesso del Dio universale, che resta misterioso e inconoscibile.
In pratica, se la Scienza della Bilancia fosse applicata alla lettera, renderebbe vano qualsiasi conflitto religioso: nessun fedele, di qualsiasi appartenenza, potrebbe mai sostenere che il suo Dio vale di più di quello di un’altro. Come se Dio dicesse: “Non importa come m’invochi, purchè mi invochi.”
In realtà, è proprio l’assunzione di questo umanissimo limite che apre i cancelli di un “giardino tra le fiamme”, per usare le parole della più famosa poesia dello Shaykh andaluso. E’ il cuore infatti il teatro dove avvengono le teofanie, organo capace di superare i fuochi delle divergenze per fiorire miracolosamente nell’amore divino. La fede diventa così il cammino verso il sacro interiore, alla scoperta del volto divino di ogni essere.

O meraviglia,
un giardino tra le fiamme!

Il mio cuore
può assumere ogni forma:
è prato per le gazzelle,
chiostro per i monaci,
per gli idoli, luogo sacro,
Ka’ba per i pellegrini in circolo,
le tavole della Torah,
le pergamene del Corano.

Io professo la religione dell’amore.
Qualunque direzione prenda
la sua carovana lungo il cammino,
quella è la fede,
la religione che io seguo.

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