Mawlana RUMI (III parte) – "Il vino e la taverna" - jayyd news

Mawlana RUMI (III parte) – “Il vino e la taverna”

Marta Irene Franceschini

La metafora del vino è un’immagine ricorrente nel sufismo e, più in generale, nella lirica persiana. Taverne, coppe, Saquna (osti, singolare Saqi) e ubriachi sono costantemente utilizzati per rappresentare la condizione dell’amante, ovvero del mistico in cerca di Dio. Fiumi d’inchiostro sono stati versati per spiegare i motivi di questa scelta, spesso interpretata a torto dai critici occidentali come ambigua trasgressione ai rigidi divieti dell’Islam in campo alcolico.

In realtà il proibito è utilizzato dal sufismo per collocare la materia divina sempre e comunque al di fuori dell’ordinario, oltre i confini rassicuranti del mondo razionale. La ricerca mistica, cioè, implica necessariamente uno sconfinamento, un deragliamento dai binari personali e collettivi, una messa in discussione incondizionata delle pregresse certezze, per aprirsi a un nuovo modo di vivere e pensare. L’incontro con Dio produce sempre una rivoluzione.

Se a ciò si aggiunge la necessità di abbandonare il mondo, ovvero tutti quei legami terreni che rafforzano l’Ego (leggi orgoglio, amor proprio, fama, potere, successo, ecc.), ecco che la scelta della taverna calza a pennello con l’intento mistico: l’uso cioè di una metafora che raccolga biasimo e disapprovazione, piuttosto che stima e rispetto, mette al riparo i mistici dal rischio della presunzione e dell’autocompiacimento.

Infine, porsi volontariamente nel campo del peccato è anche una scelta ontologicamente motivata, dal momento che la natura umana è, in quanto tale, fallace. Saggio sarà dunque riconoscere la propria intrinseca debolezza e, anzi, sbandierarla come condizione inevitabile dell’avventura umana.

La poetica di Rumi fornisce ampia conferma di questa lettura, e lo fa con la consueta e superba eleganza. Stupisce anzi che possa restare il benchè minimo dubbio sulla natura del “vino” in questione, tanto chiari e precisi sono i suoi versi in proposito. Si avverte nel poeta la volontà di spazzare via ogni confusione sul tema, per fissare una volta per tutte i confini della metafora nella metafisica sufi, sì da poterla usare senza rischio di fraintendimenti.

Stiamo bevendo vino, ma non con le labbra.
Stiamo smaltendo la sbornia, ma non nel letto.

Quando un ubriaco vaga per strada
i bambini lo prendono in giro.
Ad ogni vicolo lui cade nel fango.
I bambini lo inseguono
senza conoscere il sapore del vino,
né le sensazioni dell’ubriachezza.
Tutti gli uomini
sono bambini, tranne pochissimi.
Nessuno è cresciuto, eccetto quelli
liberi dal desiderio.
Se non hai smesso i giochi dei bambini,
come puoi essere un adulto?

Dio ci ha dato un vino scuro così potente
che bevendolo, lasciamo i due mondi.
Ci sono migliaia di vini
che possono farci perdere la testa.
Non pensare che tutte le estasi
siano uguali!
Gesù era perso nell’amore di Dio.
Il suo asino era ubriaco di orzo.
Bevi dalla natura dei santi,
e non dalle altre botti.
Ogni cosa, ogni persona
può essere un calice pieno di delizie.
Sii un intenditore,
e degusta con cautela.
Ogni vino ti farà sballare.
Bevi come un re, e scegli il più puro,
quello non adulterato dalla paura,
o dall’urgenza dei tuoi bisogni.
Bevi il vino che ti muove
come un cammello slegato
che si allontana a passo tranquillo.

Gli arabi descrivono il vino con la parola mudam,
che significa costante. Ancora e ancora e ancora,
perchè i bevitori di vino non ne hanno mai abbastanza.
L’acqua della realizzazione è il vino di cui parliamo,
dove l’amore è il liquido e il corpo la brocca.
La Grazia innonda. Il potere del vino
rompe la botte. Sta succedendo ora.
L’acqua del risveglio diventa chi la versa,
il vino stesso, e chiunque sia presente al banchetto.
Nessuna metafora può custodire questa verità,
che sa come mantenere il segreto,
e quando mostrarlo.

Secondo una tradizione, il vino
della non-esistenza ci rende ubriachi di Dio.
Così intossicati, siamo purificati.
C’è un certo poeta
la cui poesia versa quel vino,
e c’è un’altro poeta che ci fa desiderare
il vino rosso e bianco.
I due poeti, a volte,
potrebbero anche avere lo stesso nome.

Solo perché non puoi bere tutto quello che scende
non significa che tu debba rinunciare
a dissetarti con piccoli sorsi. Se il nocciolo
della questione non può essere colto,
lasciami almeno toccare il guscio.

Stanotte berremo tutto il vino
perchè è primavera. E’ così.
C’è un mare che cresce. Noi siamo nuvole
su quel mare,
o macchie di sostanza nell’oceano,
quando l’oceano sembra acceso da dentro.
So di essere ubriaco,
quando comincio questi discorsi sul mare.

Perché vivere sobri e sentirti svanire?
Io non lo farò.
Ora che so cosa vuol dire
restare in costante colloquio,
fammi bere, o lasciami perdere.

Se sostituiamo “mistico” al termine “ubriaco” , e “unione” al termine “vino”, l’aspetto lirico e quello spirituale coincidono come due immagini perfettamente soprapposte, liquidando ogni residuo di ambiguità. Chi trova Dio, non può restare “sobrio”, ovvero lucido, razionale. La fede, quella vera, è un’esperienza trasformante: chi resta uguale a se stesso non sa cos’è l’amore per Dio. E’ come un bambino mai cresciuto, immaturo nella fede come nella vita.

Ma non tutte le ubriachezze sono uguali: c’è chi beve per dimenticare e chi per ricordare. Ci sono poeti che parlano dell’una, e poeti che parlano dell’altra. A volte lo stesso poeta può scrivere di entrambe le cose. Sta a noi distinguere, proprio come un degustatore, il vino buono da quello cattivo. E scegliere l’estasi dello spirito, da quella che provoca solo mal di testa. Tuttavia, non è il vino in sé ad essere “cattivo”, bensì i suoi effetti che dipendono dalla natura umana.

Se chi beve il vino
ha un animo gentile,
lo mostrerà, quando è ubriaco.
Ma se dentro di lui
nasconde rabbia e arroganza,
quelle si vedranno,
e dato che la maggiorparte della gente
è proprio così,
il vino è proibito per tutti.

Nessun moralismo dunque pesa sul divieto. Il vero peccato non è tanto bere, quanto nascondere nel proprio cuore rabbia e arroganza. Proprio come diceva Sana’i, un cuore puro non conosce il peccato.
Norme, divieti e rituali, se non sono accompagnate da una profonda trasformazione interiore, sono inutili, anzi fuorvianti: danno l’illusione a chi le pratica di essere un buon credente, mettono a posto la sua coscienza, bloccando così la sua crescita spirituale. Per rendere questa condizione, Rumi ricorre a una metafora audace:

Siete come bambini
che giocano al sesso.
Fanno la lotta
e si strusciano uno contro l’altro,
ma quello che fanno non è sesso!

Dice Rumi: non giocate a fare i credenti! Non siate bambini nella fede! Diventate adulti, affrontate voi stessi, crescete! Se non purificate il vostro cuore, la vostra fede resterà infantile, sarà una parodia del vero Amore. Gettate la maschera, smettete di fingere e scoprite chi siete davvero, perché è questo ciò che Dio vuole da voi.

Il vino che Dio ama
è l’onestà umana.

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