KASHMIR: storia di un paradiso perduto - jayyd news

KASHMIR: storia di un paradiso perduto

Foto di Camillo Pasquarelli

Marta Irene Franceschini

Per 8 milioni di musulmani oggi è un triste giorno: esattamente un anno fa lo stato del Jammu-e-Kashmir, unico a maggioranza musulmana dell’Unione indiana, veniva praticamente cancellato da un golpe del governo centrale di Nuova Delhi. Il 5 Agosto 2019 il primo ministro Narendra Modi, sospendendo l’Articolo 370 della Costituzione che garantiva l’autonomia regionale, ha assunto la gestione politica e amministrativa dell’area, e ha imposto sulla popolazione locale un lock-down senza precedenti: chiuse le scuole e le università, sospesi tutti i trasporti, bloccate le attività commerciali, vietati gli assembramenti, interrotte le comunicazioni telefoniche e la connessione internet, imposto il coprifuoco. Migliaia gli arresti, centinaia le esecuzioni sommarie, le torture, gli abusi. E per controllare la più grande prigione a cielo aperto della storia, 10.000 militari a pattugliare le strade deserte della capitale, tra sacchi di sabbia e filo spinato. Da quel giorno la vita, nella “Valle più bella del mondo”, è diventata un inferno.

La tragica storia del Kashmir ha origini antiche. Paragonato al Paradiso per le sue straordinarie bellezze naturali, il clima temperato, le sofisticate specialità culinarie e le eccezionali abilità artigianali dei suoi abitanti (prima fra tutte la sua lana, diventata un genere di lusso nel mondo intero), la valle del Kashmir era una terra che faceva gola a molti, e per questo fu oggetto nel corso dei secoli di invasioni e saccheggi, rivalità e dispute tra sultani turchi, afgani, persiani, mongoli, governatori punjabi dell’impero Sikh e, naturalmente, ufficiali inglesi. Questi ultimi si divisero potere e ricchezze con diverse dinastie di Maharaja (nonostante gli indù costituissero meno del 4% della popolazione), che sottoposero la maggioranza musulmana (più del 90%) a pesanti vessazioni e gabelle.

La fine della dominazione coloniale britannica, nel 1947, significò una liberazione per molti indiani, ma una tragedia per altri: nelle frenetiche consultazioni per il passaggio dei poteri dai colonizzatori ai colonizzati, il paese fu letteralmente e maldestramente tagliato in due, praticamente sulla carta (a dir la verità, in tre, considerando anche la parte orientale del Pakistan, attuale Bangladesh: ma quest’altra follia storica merita un articolo a parte, prossimamente). Il destino del Kashmir, che si trovava esattamente sulla linea di confine, divenne il delicato ago della bilancia dei tesissimi rapporti tra India e Pakistan.

La Partition (spartizione) è la ferita nazionale indiana, il suo grande trauma. Non si contano i libri, i film, gli studi e le ricerche che sono stati e continuano incessantemente ad essere realizzati e prodotti su questo evento storico. Paradossalmente, questa drammatica lacerazione è diventata l’identità inconscia collettiva del paese. Insieme al Kashmir, altri due stati sono rimasti mutilati dall’operazione chirurgica (il Punjab e il Bengala), pagando un prezzo altissimo. Un esodo biblico che coinvolse 14 milioni di persone, causò 2 milioni di vittime, altrettanti stupri e violenze, oltre a incalcolabili danni economici: vite spezzate, famiglie divise, attività distrutte, sradicamenti, vendette e carneficine.

Il distretto di Jammu fu teatro di un sanguinoso massacro: appoggiati dal Maharaja al governo, estremisti Sikh e indù, tra cui spiccava l’RSS (il famigerato gruppo eversivo di estrema destra in cui ha militato l’attuale primo ministro indiano), saccheggiarono e distrussero interi villaggi, lasciando a terra oltre 200.000 vittime, tutte musulmane.

Il governo locale, intanto, cercava di prendere tempo, senza riuscire a decidere da che parte stare. Sostenute da forze pakistane, che miravano a includere il terriotorio sotto il governo della neonata nazione musulmana, scoppiarono numerose rivolte che il Maharaja indù faticava a contenere. Gli venne in soccorso Nuova Delhi, in cambio dell’annessione, che fu firmata con un bastone e una carota: aiuti militari da una parte, e la promessa di indire entro un anno un referendum popolare che avrebbe deciso il destino dello stato conteso, una volta per tutte.

Il referendum, in realtà, non ebbe mai luogo, anche se il suo miraggio continuò ad essere sbandierato per decenni dalle diverse forze politiche che si succedettero nel parlamento di Nuova Delhi. Nel frattempo, furono combattute tre guerre contro il Pakistan, arrestati ministri, corrotti governatori, imprigionati (o eliminati) dissidenti, addestrate spie e infiltrati, stipulati accordi e contro-accordi. Fra questi, l’Articolo 370 della Costituzione indiana, entrata in vigore nel Gennaio del 1950 riconosceva, in virtù della sua maggioranza musulmana, sostanziali autonomie allo stato del Jammu-e-Kashmir: la possibilità di redigere una propria costituzione, di sventolare una diversa bandiera nazionale e di mantenere l’amministrazione interna.

Tutto questo il 5 Agosto 2019 è stato spazzato via con un colpo di spugna, anzi di stato. Attribuire all’attuale governo indiano tutta la responsabilità della tragedia kashmira sarebbe una forzatura storica. La verità è che la questione della Valle è stata prima creata, e poi malgestita dall’inizio alla fine. Tutti i governi hanno in qualche misura contribuito al suo declino. Così come il Pakistan non ha esitato a giocare la carta kashmira per i suoi interessi interni, spesso senza scrupoli.

Dagli anni ’80 in poi, la protesta popolare si è trasformata in una vera e propria “intifada”. I giovani soprattutto hanno cominciato a entrare nella resistenza organizzata che si batteva per l’ “azadi” (indipendenza, libertà). L’escalation di violenza ha ulteriormente inasprito la risposta militare, innescando una spirale sempre più esplosiva. Il Kashmir è diventao la regione più militarizzata del pianeta, con 700.000 unità dell’esercito indiano stanziate sul territorio, che spesso hanno abusato impunite del loro potere. Nel corso dei due successivi decenni si sono contati 10.000 casi di desaparecidos, e altrettanti arresti, inclusi donne e minori, grazie a una legge speciale promulgata dal Raj britannico che permetteva l’imprigionamento senza causa e senza processo, fino ai due anni di carcere. La politica del pugno di ferro è stata affiancata da una spregiudicata opera di corruzione delle elites locali e un’intensa attività di intelligence per dividere e indebolire la resistenza.

Infine, quando nel 2014 il partito nazionalista indù BJP (Bharatiya Janata Party) ha conquistato la maggioranza dei seggi del parlamento indiano, si è passati dal male al peggio. La persecuzione sistematica della minoranza musulmana dell’India (170 milioni di persone) faceva parte dell’agenda politica del primo ministro Narendra Modi, che si era già distinto per il suo accanimento sulla comunità islamica durante il suo ruolo di governatore dello stato del Gujarat. I suoi primi quattro anni di governo hanno preparato il terreno per la resa finale dei conti.

Forte della vittoria di un secondo mandato, ottenuto nel maggio 2019, le promesse elettorali di Modi non si sono fatte attendere. Il blitz del 5 agosto è stato descritto dalla propaganda di regime come una campagna di liberazione, per ripristinare “l’ordine e l’economia dell’area presa in ostaggio dai terroristi” e “per riportare l’eguaglianza di genere e l’emancipazione della donna nella arretrata società di stampo islamico” dello stato kashmiro. Vietando l’ingresso a cronisti indipendenti indiani e stranieri, il governo del BJP ha potuto costruire la sua narrativa favolistica senza interferenze. L’agonia della popolazione musulmana è stata costantemente negata, e le proteste e gli scontri quotidiani ridotti a pochi casi sporadici, controllati dai militari “con grande professionalità”.

Nessun accenno alle scariche di pallini ad aria compressa sulle folle inermi che, intenzionalmente mirati all’altezza del volto, hanno provocato centinaia di casi di ciecità. Un fotografo italiano, Camillo Pasquarelli, con un agghiacciante reportage per il TIME, aveva già documentato nel 2018 gli effetti devastanti di questa “tecninca di contenimento” adottata dai militari indiani contro i civili kashmiri.

Neanche una parola sulla vulnerabilità di donne a bambini, rimasti soli dopo l’arresto o la morte dei loro uomini, nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento e in balia dei militari, ripetutamente accusati nei decenni precedenti di gravi episodi di stupri di massa, a tutt’oggi rimasti impuniti. Al contrario, infelici battute sulla leggendaria bellezza delle donne kashmire, che “sarà possibile, d’ora in avanti, prendere in moglie dai quattro angoli dell’India.” Alla faccia della “gender equality”.

Il ribaltamento costante della realtà, grazie al controllo dei media e a campagne social aggressive e spregiudicate, è lo strumento politico per eccellenza di cui si è servito il BJP per vincere le elezioni e per mantenersi al potere, nonostante l’acuirsi delle tensioni sociali in tutto il paese e la discesa libera dell’economia raccontino, in realtà, tutta un’altra storia. Intervistato sulla questione kashmira, il segretario generale del BJP Ashok Koul ha recentemente dichiarato: “Non abbiamo nulla da nascondere: la pace in Kashmir è sotto gli occhi di tutti, ed il merito è senz’ombra di dubbio del nostro primo ministro.”

Oltre al danno, anche la beffa: per festeggiare l’anniversario Narendra Modi ha annunciato 15 giorni di celebrazioni. In alternativa alle pallottole dei fucili, verranno sparati i fuochi d’artificio, saranno organizzati sontuosi banchetti e tenuti discorsi commemorativi “in onore dei martiri della polizia caduti per riportare la libertà e la democrazia” nella Valle. “La bandiera tricolore indiana svetterà da ogni tetto del Jammu-e-Kashmir.” Una celebrazione che assomiglia a uno schiaffo per otto milioni di persone.

Quando all’inizio del 2020 la pandemia del covid-19 ha precipitato il pianeta nella quarantena forzata, kashmiri emigrati in tutto il mondo hanno riempito i social con cartelli che dicevano: VI PIACE IL LOCKDOWN? BENVENUTI IN KASHMIR. Con l’aggravante che per più di sei mesi, nella Valle non funzionavano nemmeno le linee telefoniche, né la connessione internet. A tutt’oggi, la navigazione è possibile solo con il 2G, ovvero lentissima, con disagi insormontabili per l’economia, lo studio e la salute. Nei giorni scorsi, per scambiare pochi messaggi con alcuni amici attualmente in Kashmir, abbiamo impiegato ore.

Il prolungato isolamento, il tracollo economico, la persecuzione politica, la perdita di famigliari, amici e conoscenti, la minaccia costante della propria incolumità, l’annullamento delle prospettive e il tradimento delle speranze hanno provocato nella popolazione kashmira conseguenze psicologiche devastanti. Se prima del lockdown il 45% degli abitanti soffriva di disturbi psichici (sondaggio di Medici Senza Frontiere, 2015), l’Associazione degli Psichiatri di Srinagar lancia oggi un allarmante appello: più di due terzi della popolazione presenterebbe effetti da stress post-traumatico. Nel corso dell’ultimo anno, l’uso di ansiolitici e tranquillanti sarebbe aumentato di cinque volte, così come i tentativi di suicidio. I bambini e i giovani, costretti all’inazione da un anno di chiusura totale delle scuole, sono i soggetti più a rischio, insieme alle donne e agli anziani. Le dimensioni della tragedia sono tali che uno dei medici intervistati l’ha definita un “genocidio psichico”.

Nel romanzo best-seller di Arundhaty Roy, “Il ministero della suprema felicità”, uscito nel 2017, si parla molto di Kashmir. Roy, che oltre ad essere un’autrice di consolidata fama internazionale è anche una fervente attivista per i diritti umani, ha dedicato molte delle sue battaglie alla causa kashmira. “In Kashmir ormai si può solo morire”, dice uno dei personaggi del suo romanzo, “vivere è diventato impossibile”. La storia apre un’inquietante finestra sui livelli di spionaggio e contro-spionaggio in cui è precipitata la resistenza, e racconta una realtà in cui è rimasto ben poco di incontaminato: le più crudeli e spietate forme di tortura hanno fatto a brandelli la storica dignità kashmira, lasciando a chiodi e tenaglie il compito di piegare il destino di un paese dove i padri hanno paura dei figli, e i figli non si fidano più neanche dei fratelli.

La Valle più bella del mondo oggi è un paradiso perduto.

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