HAKIM SANA'I (III parte) - Il senso nascosto del Corano - jayyd news

HAKIM SANA’I (III parte) – Il senso nascosto del Corano

Marta Irene Franceschini

L’ultima parte dell’opera magna di Hakim Sana’i, “Il giardino della verità”, è dedicata al Sacro Corano, luce salvifica e miracolosa che guida i fedeli fuori dal deserto della disperazione.

Il Corano è come la fresca acqua dell’Eufrate,
e tu sei il peccatore assetato che vaga nella piana del Giudizio.

Esso è una guida, e gli Amanti sono i viaggiatori.
Guarisce i cuori infranti, e cura le anime deluse.
E’ una corda per i disperati immersi nell’oscurità.
La tua anima siede in fondo al pozzo,
e il Corano è la luce che scende a sollevarla.
Alzati e afferra la corda della tua salvezza
per uscire dal buio profondo in cui sei caduto.

Ma per il poeta e maestro del sufismo la lettura e la memorizzazione del Corano non sono sufficienti per coglierne la preziosa essenza. Il sacro testo dell’Islam, infatti, nasconde come uno scrigno il suo misterioso significato, verità eterna e immutabile destinata al giardino dell’anima.

Come puoi gustare le delizie del Corano, se lo reciti senza capirlo?
Entra dalla porta del corpo nel paesaggio dell’anima.
Vieni a visitare il giardino del Corano, dove ogni cosa sarà manifesta:
ciò che è stato, ciò che è, e ciò che sarà
il dentro e il fuori, il prima e il dopo,
tutto il creato sarà svelato davanti ai tuoi occhi.

Non è un messaggio alla portata di tutti i fedeli. C’è chi si ferma al suono delle parole, alla musicalità dei versi, e chi va in cerca del tesoro nascosto, il senso interiore che il Corano racchiude, come una perla preziosa celata dalla conchiglia: Il Corano è glorioso, ma nasconde la sua gloria.

Nel suo senso interiore la luce della strada maestra dell’Islam,
nel suo significato esteriore il guardiano delle moltitudini.

C’è uno sguardo che vede lo spirito del Corano, e uno sguardo che legge le parole.
Uno è l’occhio del corpo, l’altro quello dell’anima.
Quello si concentra sulla melodia, questo sulle delizie dello spirito.
Le parole sono conchiglie, il Corano la perla.
Leggi le lettere con la lingua, e il senso con l’anima.
La lingua non può dire i segreti del Corano,
che restano velati dalle parole per essere protetti.

Il tema del segreto è un perno fondamentale della metafisica sufi. La verità è sempre velata, non tanto per una questione elitaria della conoscenza, riservata a pochi eletti, bensì per scardinare l’illusione dell’apparenza. Come anche la filosofia occidentale insegna da Cartesio in poi, ciò che appare, non corrisponde mai a ciò che è. Nella fede, come nell’arte o nell’amore, il sublime va cercato dietro al sembiante, va inseguito e scoperto dietro ai segni. La bellezza, di qualsiasi natura sia, è sempre velata e resta, in qualche modo, indescrivibile a parole. La sua ricerca implica necessariamente un processo di evoluzione interiore, che sciolga le certezze una ad una, e predisponga allo stupore del disvelamento. Come dicono i sufi: “il segreto deve rimanere nascosto, altrimenti scompare.” Per questo il senso profondo del Corano è avvolto nel mistero: esso è riservato ai puri di cuore. La comprensione del testo va di pari passo con l’elevazione spirituale di chi legge.

Per onorare il Corano, sacrifica la ragione ai piedi dei suoi discorsi.
La razionalità non ti guiderà dentro ai suoi misteri.
Ogni ragionamento è impotente in questo campo.

Il Corano svela i suoi segreti solo a chi è in grado di discernere.
Pause, acuti e melodie sono solo balzelli della voce,
e tutto quello che riguarda la voce, il suono o le parole, resta fuori dal Cancello.

Sii puro, e i significati nascosti emergeranno dalla gabbia delle parole.
Finché non saremo liberi dai nostri legami terreni, come potrà il Corano liberarsi dalle lettere?
Finché resti sconosciuto a te stesso il Corano non ti sarà di nessun aiuto,
così come la capra non ingrassa al comando del pastore,
o l’acqua sognata non disseta l’assetato.

In verità, la grandezza del Corano
non consiste nelle sue divisioni in decine e cinquine.
L’uomo saggio ascolta il Corano con la sua anima,
e abbandona i suoi versi e la sua eleganza esteriore.
Oltre il velo, quell’uomo benedetto, scoprirà l’anticamera del Paradiso.

Non manca Hakim Sana’i di prendersela con i fedeli musulmani che si fermano a una lettura superficiale del Corano, tradendo così il valore supremo del Sacro Testo. La sua è una critica severa e durissima, estremamente dettagliata e illuminate sia dal punto di vista religioso che da quello storico. Siamo a cavallo tra il primo e secondo secolo del nuovo millennio, a circa 500 anni dalla morte del Profeta Muhammed (Medina, 8 giugno 632), eppure la purezza dell’Islam sembra una favola antica, perduta nel tempo. Nel resoconto di Sana’i, il Corano viene usato per giustificare comportamenti scorretti, per screditare i nemici o per ottenere potere. I versi del Libro sono distorti e adattati di volta in volta alle contingenze, profanati in malafede e ostentati con ipocrisia, ricoprendo l’Islam di ridicolo e vergogna.

Voi abrogate l’autorità di ogni verso che ne contraddice un altro,
ignorate le sue dottrine, e i suoi passaggi intricati vi sembrano chiari,
mentre i suoi semplici insegnamenti li ritenete fasulli.
Voi avete abbandonato la luce del Corano e in nome delle moltitudini
avete fatto della sua forma esteriore il vostro strumento ipocrita,
come fosse una misura d’orzo e due piatti di crusca.
Ora intonate le sue cadenze, ora recitate le sue storie,
a volte lo usate come arma per ferire,
a volte siete così irriverenti da alterarlo,
mentre altre, lo elevate a prodigio.
Prima lo interpretate secondo le vostre personali congetture,
per poi sostenere l’esatto contrario.
In preda alla vostra frenesia, prendete la fine per il principio,
e capovolgete assurdamente il suo senso.
Cosa posso dire di questa follia?
Sparite, e vergognatevi!
Voi strisciate da una moschea all’altra, in preda ai vostri appetiti,
la gola piena d’aria, come un piffero o una campana:
vergogna sulla vostra religione e sulla vostra fede!

Tu continui a parlare e parlare di Islam. Ma io dico:
il tuo Islam non è altro che rituali e preghiere.
Non cerchi mai il significato, non vai mai all’essenza.
Continui a girargli intorno, vacillando sulle tue false certezze.

Gravi saranno le conseguenze di questi peccati, ammonisce Sana’i. E immagina lo stesso Corano, nel giorno del Giudizio, esporre a Dio in persona i suoi profanatori. La risposta Divina, ci avverte il poeta, farà tremare i polsi a molti dei suoi sudditi.

Oh Dio, tu che conosci sia il nascosto che il manifesto,
sappi che notte e giorno mi hanno recitato ad alta voce,
senza rendere giustizia a una singola delle mie parole.
Né la grammatica, né il significato, e nemmeno la pronuncia
ho ricevuto da loro con onestà.
Hanno intonato i miei versi con voce incantevole,
indossando eleganti abiti azzurri,
ma per quanto si sgolassero di rispettarmi,
non hanno mai capito il mio senso profondo,
incapaci come sono di pronunciare una sola parola
che non sia chiacchiera o schiamazzo.
Non hanno mai spinto i loro cavalli verso i miei territori privati,
non sono stati capaci di distinguere la mia faccia dal mio velo.
Hanno percorso la mia strada occupandosi solo di sciocchezze,
non hanno sottomesso il cuore e la mente alle mie parole,
al contrario le hanno forzate a secondo dei loro desideri.
Mi hanno ferito con la spada della loro lussuria,
e mi hanno imprigionato nella trappola delle loro passioni.
Mi hanno portato ai loro festini da ubriachi,
e mi hanno cantato come fossi una canzone.
Mi hanno profanato anche mentre mi recitavano,
come asini chiassosi e ignari.

Come tutti i maestri sufi, Hakim Sana’i brucia di un cocente desiderio: preservare la purezza dell’Islam. Per questo i suoi rimproveri sono rivolti ai fratelli e alle sorelle di fede, piuttosto che ai miscredenti. Ben più gravi sono ai suoi occhi i peccati dei Musulmani, che avrebbero invece il compito di essere un esempio di sincerità e devozione per il mondo intero. La severità dell’analisi che Sana’i fa dei suoi contemporanei è commisurata all’altezza della posta in gioco: nessuna indulgenza per i profanatori del sacro. L’incontro con Dio non può essere preso con leggerezza. Guai a chi si ferma a metà strada, o peggio ancora, a chi scambia l’inizio per la meta.

Ci vogliono molti gradini per arrivare in cima al tetto:
perchè ti contenti di un unico passo?

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