HAKIM SANA’I (II parte) - L'occhio innocente non vede il peccato - jayyd news

HAKIM SANA’I (II parte) – L’occhio innocente non vede il peccato

Marta Irene Franceschini

Racconta Sana’i che durante la battaglia di Uhud (31 Marzo 625) il Principe Alì, anche detto “Leone impetuoso”, rimase gravemente ferito. La punta di una freccia gli era restata conficcata in un piede, rendendo necessario l’intervento del chirurgo che, con un coltello rovente, doveva aprire la ferita per estrarre il dardo. Alì, sentendosi troppo debole per sopportare il dolore dell’incisione, chiese al medico di attendere l’ora della preghiera. Al tramonto, mentre il valoroso condottiero recitava la sura Al Fatiha, il dottore riuscì facilmente a portare a termine l’operazione, senza che Alì desse nemmeno segno di accorgersene.

La preghiera, uno dei cardini della fede islamica, viene qui elevata a mistico altrove, luogo intermedio tra la terra e il Cielo, capace di trascendere il mondo materiale e “anestetizzarne” le sofferenze. E’ molto più di un obbligo canonico, di un dovere identitario che si ripete cinque volte al giorno per sentirsi “buoni musulmani”. Essa diventa esperienza viva e bruciante, il cui valore si declina nell’intimità segreta e misteriosa tra il divino e l’umano.

Alla sacralità della preghiera Hakim Sana’i dedica una lunga sezione del suo capolavoro “Il giardino della verità”. Ma il poeta e maestro sufi fissa condizioni precise affinchè la pratica devozionale sia valida. A cominciare dall’abluzione obbligatoria, che non può essere un rituale vuoto e meccanico. L’acqua, infatti, non basta a purificare il cuore, che deve spogliarsi di tutto prima di avvicinarsi al tappeto.

Dio non accetta la preghiera degli impuri.
A che serve lavarti se il tuo cuore è pieno di odio e cattiveria?
Invidia, rabbia, avarizia, lussuria e cupidigia:
sarei davvero stupito se tu riuscissi a pregare insieme a loro!
Finché non sradichi l’invidia dal cuore,
non sarai mai libero dalle sue nefaste trame.
Se non lavi via la colpa
il Signore Onnipotente non accetterà le tue preghiere.
Ma se il cuore ti trascinerà oltre te stesso,
allora la preghiera autentica ti solleverà dalle tue miserie.

Il rito dell’abluzione, dunque, è per Sana’i altamente simbolico. Non serve a togliere la sporcizia esteriore, ma a ricordare ai fedeli la necessità di rivolgersi a Dio con l’animo mondato. Che nessuno si illuda di lavar via le colpe con l’acqua! Sana’i, come tutti i maestri sufi, sposta l’attenzione dall’esterno all’interno, dalla forma all’essenza, dalla semiotica all’ontologia. Il sufismo tutto si muove costantemente verso il centro, in cerca di quella purezza che non è tanto frutto di regole, precetti e rituali, bensì di candide e sincere intenzioni.

Un saluto sincero vale più di duecento e uno prostrazioni.
La preghiera che è solo una mera questione di abitudine
è come polvere dispersa dal vento.
Le suppliche che raggiungono la corte di Dio
sono quelle partorite dall’anima.
La ripetizione vuota e automatica
è come un mendicante stupido,
che ha scelto la strada della follia.
Su questa Via è lo spirito che conta,
non la sterile imitazione.

Pregare male, dunque, è un peccato ancora più grave di non pregare affatto. Soprattutto se genera nei fedeli orgoglio e sicurezza. L’ipocrisia nei confronti di Dio è davvero imperdonabile. Niente di peggio che sentirsi superiori a forza di genuflessioni. Al contrario, ciò che Dio apprezza è l’umiltà e la consapevolezza dei propri limiti.

Non portare il tuo orgoglio nella preghiera.
Piuttosto prostrati e vergognati davanti a Dio.
Non ti avvicinare con occhi pieni di autorevole dignità.
Debole, sarai ricevuto con gentilezza,
ma se non hai bisogno di niente,
la tua preghiera non sarà accettata.
Inginocchiati con straziante impotenza,
e una carezza leggera solleverà il velo del segreto.

Ma in cosa consiste esattamente questa purificazione dello spirito, con la quale bisogna avvicinarsi alla preghiera? La parola chiave è povertà. Non è il numero dei rak’ah (ciclo di genuflessioni) che fa la differenza, bensì lo stato d’animo con cui ci si rivolge a Dio. Sono i deboli, i poveri, i disperati quelli che saranno accolti, mentre troveranno la porta sbarrata i saccenti e i presuntuosi. Come il sufismo non si stanca mai di ripetere, i più grandi maestri sono proprio quelli capaci di riconoscere la propria debolezza davanti al divino. Un vero amante non può che essere disperato a causa della insopportabile separazione dall’Amato. Un fedele orgoglioso e compiaciuto, in realtà, non sa cosa sia l’amore di cui si vanta.

La tua preghiera non sarà accettata se non ti sei purificato nell’indigenza.
La purificazione si ottiene grazie all’umiltà e all’abnegazione,
la tua redenzione nasce dal’abbattimento dell’ego.
Vieni in povertà, e sarai accettato.
Vieni forte e potente, e sarai scacciato.
Davanti a Lui non c’è posto per la gloria mondana.

L’indigenza di cui parla Sana’i non è solo quella di chi rinuncia ai beni materiali, ma di chi spiritualmente si identifica con la povertà. E’ una questione interiore, che si gioca tutta tra le oscure pieghe della psiche. Non basta disfarsi delle proprie ricchezze per avvicinarsi a Dio. Bisogna demolire una ad una le resistenze caratteriali, le illusioni della mente, le false aspettative. La fede è per Sana’i consapevolezza estrema, un lungo e ostinato lavoro su di sé che guida lo spirito dall’ombra dell’ignoranza alla luce della coscienza. Lungo questo cammino, pregare vuol dire cedere: rinunciare alle illusioni di controllo, per affidarsi totalmente alla volontà e alla clemenza divina.

Non invocare Dio se non sei capace di umiliarti,
non inginocchiarti per un Rak’ah o due se lo fai con orgoglio.
La chiami preghiera, ma non stupirti se nessuno ti ascolta!
Fa in modo che la tua supplica sia libera dall’ego,
e sarà accettata come pura.
Egli ascolta la voce implorante del cuore.
I segreti di un’anima disperata si elevano fino a Lui.
Uno grida quaggiù “O Signore!”
Lui risponde duecento volte “Sono qui.”
Tu chiedi “Pace” una volta,
mille volte Lui risponde “A te!”.

E’ l’orgoglio il grande nemico della fede, il senso di superiorità di chi usa il giudizio come una lama tagliente che si abbatte sui peccati degli altri, senza vedere i prorpi. Chi ama Dio non giudica il prossimo, non solo perchè sarebbe un’imperdonabile presunzione, ma anche per controsenso ontologico: dal momento che tutto viene da Dio, come possono essere sbagliate le sue creature?

Uno sciocco, vedendo un cammello zoppo, chiese:- Perché sei così deforme?
Rispose il cammello:- Stai attento! Parlando così tu offendi lo Scultore.
Prosegui il tuo cammino, e non disprezzare la mia anomalia.
La mia forma è perfetta così com’è:
l’eccellenza di un arco sta nel farsi piegare.
Allontanati quindi con la tua impertinente invadenza,
l’orecchio di un asino sta bene attaccato alla sua testa.

Il sapiente sa che Dio fa solo il bene.
Sei tu che parli di buono e cattivo,
mentre tutto quello che viene da Lui è pura gentilezza.
Il bene e il male esistono solo nel mondo delle parole,
appartengono a te e a me, non al Divino.

I sufi riconoscono in ogni aspetto della realtà un riflesso di Dio. Il male è solo negli occhi di chi guarda. Uno sguardo puro non coglie altro che purezza. Giusto o sbagliato, fede o miscredenza, lecito o impuro sono questioni che preoccupano solo coloro che sono rimasti legati al mondo. Chi ha Dio nel cuore non si occupa di queste faccende, non le vede neppure. L’amante si nutre solo di amore.

Nell’Eterno non ci sono miscredenze e religioni.
Queste cose non esisterebbero se la natura fosse pura:
l’occhio innocente non vede il peccato.

Cosa cambia se alla Sua porta bussa un musulmano o un adoratore del fuoco?
Cosa sono davanti a Lui un tempio pagano o la cella di un monaco?
I pagani e i cristiani, i virtuosi e i colpevoli, tutti sono cercatori.
E Lui è il Cercato.

Nella fede non può esserci posto che per il cuore. Per trovare la “vera religione” bisogna essere pronti a cancellare completamente ogni attaccamento. Finché resti legato, anche con un singolo pensiero, alle questioni terrene, non appartieni a Dio. Ma attenzione: staccarsi dal mondo non significa vivere in isolamento come un eremita. Il mondo, per i sufi, rappresenta tutti quei legami che condizionano negativamente l’animo umano, l’imbroglio culturale e personale di esistenze vuote e fasulle, scambiate per autentiche. Si parla di morte, ma in realtà è un processo di liberazione, il cui fine ultimo è il massimo appagamento a cui possa aspirare l’essere umano. La “vera religione” è sinonimo di vita vera. La morte simbolica dell’IO è la porta per accedervi. Ed è una morte vivificante.

La Via della religione non è fatta né di opere né di parole.
Non ci sono palazzi né templi, ma solo silenzio,
un silenzio pieno di vita e di dolcezza.

Per gli amanti di questa strada infuocata
le fiamme del segreto sono meglio dello splendore del giorno.
Finché sei vivo la vera religione non si manifesta.
La notte della tua morte eccola che appare.

La morte è la chiave della Casa Segreta.
Se non muori, la porta della vera religione resta chiusa.
Finché esiste questo mondo, quello non si vede.
Finché tu esisti, Dio non si manifesta.
Quando tu diventi nulla, stai correndo verso di Lui.
La tua anima è come uno scrigno chiuso:
la perla d’amore al suo interno è la luce della tua fede.

Abbandonare il mondo significa montare il cavallo favorito di Dio,
che corre al galoppo verso la Verità.
La morte dell’anima è la rovina della vita.
La morte della vita è la salvezza dell’anima.
Non esistere, e non occuparti nemmeno della tua non-esistenza.

Tu e l’Amico non siete così distanti.
Tu stesso sei la strada per raggiungerLo:
cosa aspetti a incamminarti?

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