La corsa alla leadership della "NAZIONE ISLAMICA" - jayyd news

La corsa alla leadership della “NAZIONE ISLAMICA”

Vincenzo Cotroneo*

Premessa

Non cessano in occidente (e anche in parte dell’oriente cristiano ortodosso) le critiche e le levate di scudi a seguito della sentenza del Consiglio di Stato di Ankara che ha autorizzato il passaggio di destinazione d’uso del Museo di Santa Sofia alla sua funzione di Moschea. L’antica struttura basilicale,  oggetto di culto cristiano di rito romano e ortodosso, prima della conquista musulmana di Costantinopoli, fu convertita in Moschea  nel 1453 (la basilica a chiesa fu costruita sotto ispirazione dell’imperatore Giustino nel 537, ed è stata sede del culto greco cattolico dal 562 al 1054, ortodosso fino al 1204 – e poi dal 1261 al 1453 -, cristiano di rito romano dal 1204 al 1261 e poi islamico dal 1453) fino  al 1931 quando il Presidente Ataturk, promotore di una Turchia estremamente europea e laica nella sua struttura, trasformò per decreto la Moschea in Museo vietandone ogni culto interno.

Mentre in Europa, neo-scopertisi cristiani cattolici e di altre correnti si stracciano le vesti e dalle organizzazioni culturali pervengono richieste di protezione dei beni architettonici presenti all’interno (memori dei Buddha della valle di Bamiyan) il presidentissimo Erdogan festeggia l’anniversario del mancato golpe militare di destituzione del 2016 con un decreto (che in realtà non aveva bisogno della autorizzazione dei giudici del Consiglio di Stato turco) patentato di legittimità costituzionale che lo rilancia come uomo illumiato e osannato un po in tutti i social network e forum arabo/islamici, dove i partecipanti esprimono la propria felicità per l’avvenimento, lodando Dio e il presidente turco, nuovo uomo forte dell’Islam moderno o presunto tale.

Perché il tema principale non è già la destinazione della Basilica o Moschea della Sapienza.  Il ruolo non marginale, ma sicuramente funzionale in questo caso è stato supportato dall’edificio per consentire un balzo in avanti nel gradimento sociale del presidente Erdogan in quella che strategicamente si sta giocando come la partita per la leadership futura della Nazione Islamica.

La leadership della nazione islamica

Puntualizzazione. Nulla di sconveniente o di inversamente trasposto o di mero significato legato a qualche organizzazione o idea sovversiva o terroristica.

La Nazione esiste come concetto politico, sociale e geografico. E non è un elemento di discussione oggi nel dibattito tra gli intellettuali dei Paesi musulmani, siano essi radicali, come l’Iran, ed altri cinque Paesi nel mondo, o come la maggior parte dei Paesi islamici, che inglobano all’interno delle fonti giuridiche interne  anche costituzioni e normative di produzione umana, quindi di rango inferiore rispetto al Quran ed alla Sunnah, ma che sono comunque presenti e vanno seguite e rispettate.

E’ bene chiarire un concetto che ancora oggi è difficile da far passare all’interno delle fitte maglie della cultura occidentale. L’Islam è prima di tutto, prima di ogni cosa, un sistema di norme, che attraverso una legislazione punta ad un preciso ordine di gestione della comunità, garantito dalla presenza completa e totalizzante di Dio all’interno di questa bolla.

Per cui la religione diventa sigillo non di una parte della vita del fedele, ma della misura di aderenza al sistema generale.

Quella che fu una occasione di razionalità normativa operata dal Profeta nel periodo della sua peregrinazione tra Medina e Mecca in cerca di alleanze tali da diffondere la nuova produzione normativa, fu ricondotta all’interno del volere divino, e questa presenza, rendeva la proposta necessariamente ricevibile in modo integrale, senza eccezioni, senza tecnicismi di applicazione. Una proposta normativa e di fede semplice, lineare, strutturata su gli ultimi e non sui sapienti.

Quella proposta, innovativa in una zona di caravanserragli, di leggi tribali, di assenza di qualsiasi condivisione di idea di giustizia, pone le basi per l’unificazione della penisola araba sotto la bandiera dell’Islam predicato dal suo Profeta. Fin qui, il concetto è chiaro.

Vi è la necessità di un solo Islam?

L’Islam per essere considerato unitario ha necessità di una guida, di un leader in grado di poter raccogliere le istanze di una moltitudine di comunità che parlano il linguaggio comune della fede, ma non già quello ordinario della comunicazione.

L’intera comunità musulmana viaggia nell’ordine dei due miliardi scarsi di persone nel globo, con una estensione che va dalle coste occidentali dell’Africa fino al’arcipelago della Malacche in Indonesia, passando per i paesi Asiatici sia di origine Persiana che Indù. Diverse scuole giuridiche, due grandi confessioni, decine di declinazioni diverse del credo, centinaia di modalità di approccio e assorbimento del precetto.

E’ la cosi detta Galassia Islamica.

Una moltitudine di gente, con colori di pelle diversi, lingue, culture locali, che ha il potere di riconoscere se stessa non già nei percorsi laici di un concetto geografico istituzionale come un confine o una nazionalità specifica, perché l’essere musulmano viene prima di ogni altra cosa, Dio viene prima di tutto.

Ma resta il problema delle diversità di pensiero, le grandi differenze economiche e politiche che rendono differenti le condizioni di vita tra i popoli, le condizioni geopolitiche evidenziano le necessità di schieramento  all’interno del grande gioco che si consuma quotidianamente tra le potenze del mondo. La capacità di essere portatore di istanze non più collettive, ma GLOBALI.

La necessità di essere parte di un percorso che non vede più una nazione, ma l’idea complessiva di POPOLAZIONE prendersi il carico del riconoscimento di se stessa attraverso i sistemi di dialogo e di affermazione delle proprie peculiarità.

La tanto decantata europea voglia di integrazione a tutti i costi, di fusione, di meltin pot…..è condivisibile? Perche se è vero che il sistema MainStream insiste nella pubblicità di una forma mista di comunità multietnica e multiculturale, la domanda che nessuno ha posto è, se vogliano o meno queste comunità integrarsi a livello cosi intimo da non riconoscere piu alcuna differenza.

L’Islam non ha bisogno di altri sistemi integrabili. E’ questo il punto.

E’ costruito per essere impermeabile a qualunque tentativo di introduzione di forme di miglioria (in ipotesi), di forme alternative, di strutture filosofiche e scuole di pensiero diverse da quelle già esistenti. L’Islam è costruito e pensato da Dio per indicare la via.

Tuttavia la realizzazione di questa via ideale e divina, incrocia le vie più profane e terrene degli uomini, e necessita quindi della ricerca di un nuovo punto di equilibrio che da una parte non sia in contraddizione rispetto alla norma già prefissata immobile ed immutabile, e dall’altra consenta, alla comunità globale dei fedeli, la continuità del loro percorso in una terra che è sempre più secolare e non offre particolare asilo a chi invece è portatore di impegno religioso.

Come fare, quale strategia adottare.

Questa è la questione mai risolta della comunità islamica mondiale. Chi non vive in Paesi islamici, ha notevoli complicazioni se decide di seguire pedissequamente la propria fede, rispetto invece alle regole culturali del vivere occidentale, che spesso si traducono in norme vigenti in molti Paesi. La richiesta arriva dalle periferie europee, ricche di immigrati professanti l’Islam, che appellano la presenza di un leader che possa essere in grado di rendere razionale la loro necessità di poter vivere secondo il proprio costume in Paesi non musulmani.

Il tentativo di rendere l’Islam “Istituzionale”, di ingabbiare la norma dentro un sistema che lo “controlli” in qualche modo e ne guidi le mosse si è rivelata un fallimento totale, con la creazione di un intero sottobosco fatto di centri culturali a rischio estremismo, di moschee non autorizzate, di imam sedicenti tali che predicano l’odio verso l’occidente, di interi quartieri ormai fuori dal controllo delle autorità locali. E tutto ciò accade in civilissimi Paesi europei come l’Inghilterra, la Svezia, la Germania, la Francia.

L’esigenza è chiara. La comunità globale musulmana è in cerca del suo leader, e tra la islamizzazione dei Balcani e dell’Africa, la battaglia per aggiudicarsi questo posto è tra il presidente Erdogan (con notevoli punti ottenuti dopo l’affaire Santa Sofia), il principe saudita Bin Salman, il generale Al Sisi leader egiziano, ed in ultimo il re del Marocco Muhammad VI non tanto in virtù delle sue grandi doti da politico internazionale, ma in virtù del fatto che la famiglia Hassan, dinastia alawide, è ritenuta di discendenza diretta della famiglia del Profeta.

Nella singola analisi di questi candidati, non si tiene ovviamente conto dei leader delle organizzazioni terroristiche che ispirano all’Islam delle origine o di altra natura, in quanto seppure con notevole seguito all’interno delle fasce soprattutto meno istruite della comunità, queste organizzazioni sono distorsione del messaggio e dell’idea originale dell’islam che viene utilizzato funzionalmente per il raggiungimento dei fini delle singole organizzazioni, fini criminali e che hanno da sempre avuto fili rossi legati a organismi di disturbo e di influenza sostenuti economicamente da paesi terzi, rispetto a quelli nei quali l’azione si svolge.

Per cui non sono oggetto dell’analisi in corso.

Per quanto, alcune di queste organizzazioni godano di doppio “passaporto” e trovino accoglienza e asilo in alcuni territori e siano invece considerati “non graditi” o letteralmente terroristi, in altri.

E’ il caso della fratellanza musulmana, organismo di pressione del potere concepito da Hassan al Banna con una visione assolutistica e violenta dell’Islam, incompatibile con qualsiasi altra forma di governo, di vita sociale, di attività culturale che non sia quella prefissata. Secondo questa visione, la conflittualità è trasponibile in azione bellica per garantire la vittoria finale; la Fratellanza Musulmana è al bando in molti Paesi del medioriente, meno che in Qatar (strenuo oppositore delle politiche di egemonia del Regno dell’Arabia Saudita), e proprio in Turchia, dove appoggia il partito di maggioranza del presidente Erdogan.

L’ultimo Paese in ordine di tempo a sciogliere la Fratellanza mettendola al bando nel proprio territorio è la Giordania, con una sentenza del Consiglio di Stato del 16 luglio 2020.

La battaglia tra i potenziali candidati

Il presidente turco, che non ha mai celato la sua aderenza alla fede secondo un punto di vista molto legato alla tradizione, ha insistito a colpi di decreto nella realizzazione del proprio disegno politico, quello del panislamismo ottomano, interrotto all’indomani della guerra mondiale e con le riforme di Ataturk.

Erdogan ha ricostruito il sogno ottomano. La sua capacità di rendersi in grado di gestire la propria posizione ferma e imperiosa, nel  dichiarare irricevibili ogni tipo di istanze contrarie ad atti interni al proprio Paese (da qualunque parte arrivassero) e dall’altra capace di mantenersi al centro dello scacchiere internazionale durante le tante e ripetute crisi che hanno originato conflitti armati in territorio siriano, iracheno e curdo, e ne hanno potenziato la visibilità in modo esponenziale all’interno della comunità musulmana.

Alleato prezioso della Nato per lo scacchiere orientale, eppure capace di rendere grigia la frontiera con le ex roccaforti dello Stato Islamico durante la presa di Mosul, Ninive, Raqqa ad appena un centinaio di chilometri dal confine di Gaziantep.

Capace di fare il bello ed il cattivo tempo con i vicini di casa in ambito marittimo e tenuto caro perché ospitante una serie di basi e di strutture internazionali USA e NATO di altissima importanza strategica per il controllo militare delle porte dell’Europa, pagato con una movimentazione delle forze turche in Libia a futuro investimento a protezione dei propri interessi strategici in un ormai ex Paese colabrodo e fallito.

Erdogan vende questo suo gioco agli scacchi continuo con l’Occidente (il controllo e l’arresto fisico delle marce di  massa di centinaia di migliaia di profughi pronti a entrare nei confini balcanici), come il suo punto di massima forza e Santa Sofia è solo un ultimo simbolo e pretesto per sottolineare quanto possa essere capace di azioni che destabilizzano l’assetto morale e possano preoccupare decine di Paesi nel vicino occidente.

Potrebbe quindi essere il candidato numero uno alla testa della nazione islamica.

Subito ad un passo vi è il principe saudita Bin Salman, con i suoi tentativi di innovazione e modernizzazione dell’Islam.

Intento a vestire un nuovo abito rispetto a quello cucito ed ormai fuori tempo della sua comunità, Bin Salman è stato sostenuto da un quanto mai curioso asse strategico formato da USA, Israele ed Europa, che ha trovato una nuova terra di sperimentazione di tecnologie e industria appena l’epopea del petrolio ha cominciato a dissolversi, con un abbassamento dei prezzi al barile tale da preoccupare seriamente tutta la dinastia reale dei Saud.

Va anche detto che in piu riprese Bin Salman ha dovuto respingere tentativi di scalata al suo trono da parte di una pletora di familiari e aspiranti regnanti mai troppo calmi, ma anzi portati allo scandalo ed alla aggressione.

Inoltre è uscito malconcio dal caso Kashkoggi, omicidio avvenuto in Consolato saudita in terra di Turchia. Erdogan cogliendo la palla al balzo ha scatenato media e social contro questo avvenimento, che ha ridimensionato l’immagine popolare del giovane principe saudita, che tra l’altro è pure occupato a far sì che sia mantenuta in capo alla famiglia Saud il mantenimento dei luoghi sacri, cosa che di fatto legittima il regno e rende alla famiglia reale un privilegio assoluto in termini materiali, in un Paese che vede solo estrema ricchezza o estrema povertà.

Ecco che la bilancia pone a favore di Erdogan (che non è un santo, avendo toccato quota 10.000 arresti dal tentativo di golpe ad oggi) qualche buon punto, anche in virtù dell’appoggio incondizionato della famiglia Al Thani, reggente in Qatar e le cui aderenze con i fratelli musulmani non hanno reso ostile nessun Paese occidentale, come l’Italia, che ha invece concluso proprio con il Qatar notevoli contratti internazionali.

Non si possono considerare troppo vicini alla lotta per la leadership gli altri potenziali candidati, tutti attori regionali o al limite di area, ma con un insufficiente rappresentatività globale.

Per l’Islam è il momento della responsabilità, per la sua governabilità. Per la sua accettazione come sistema sociale e non solo come fede. Il confine tra la morale ed il fanatismo morale è alquanto labile, ed in alcuni casi, sfumato, per cui bisognerebbe chiedersi se questi che sono i candidati, son veramente i piu capaci ed i migliori  personaggi in grado di poter esprimere i modo corretto e coerente le istanze di modernismo e di conservazione del popolo musulmano.

La risposta sta nella identificazione della Comunità con un leader capace di riconoscere la supremazia dell’intelletto e della via che distingue la politica reale dalle esigenze della fede. L’intelletto, tanto bistrattato a favore di una logica di lettura pedissequa della norma, è un dono divino, e va utilizzato nella scelta delle guide e a loro volta nella scelta dei migliori che siano in grado di essere portatori di voce ai tavoli internazionali.

Questa è la sfida per l’intero sistema islamico e per tutta la popolazione nel terzo millennio, e per la stessa sopravvivenza delle culture, nessuno da oggi può chiamarsi al di fuori di questo agone politico, poiché da questo dipende ciò che sarà. E non ci si può affidare sempre e solo alla grandezza di Dio.

*analista
Specializzato in Studi Islamici
Ricercatore Laboratorio di Intelligence
Università della Calabria

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