HAKIM SANA'I (I parte) - La bontà di Dio - jayyd news

HAKIM SANA’I (I parte) – La bontà di Dio

Marta Irene Franceschini

Insieme a Rumi e ‘Attar, Hakim Sana’i (1080-1131) completa il trittico dei grandi maestri e poeti del sufismo. Vissuto a Gazhna sotto il regno del sultano Bahram Shah (1084-1157), Abu al-Majd Majdud ibn Adam Sana’i, detto anche Hakim, ovvero il sapiente, era benvoluto a corte e osannato dalle folle: la sua influenza sulla poesia persiana dei secoli successivi è stata immensa. Le cronache dell’epoca lo descrivono come un giovane elegante, raffinato, generoso, e di vastissima cultura. Principi e re se lo litigavano, e lui era prodigo nel cantarne le lodi.

Narra la leggenda che la sua conversione all’ascetismo sia avvenuta nelle seguenti circostanze.
Un giorno, mentre Sana’i si stava recando dal sultano di Gazhna per consegnargli un poema encomiastico, fu attratto dal canto che usciva da una taverna. Fermatosi ad ascoltare, udì un ubriaco che si rivolgeva al Saqi (oste) con queste parole: “Voglio bere alla ciecità del poeta Sana’i!” Alle accorate proteste dell’oste, che difendeva il poeta a spada tratta come un eroe nazionale, l’ubriaco rispose così: “Che Sana’i sia due volte maledetto, perchè con tutta la sua sapienza e la sua cultura, è ancora ignorante sulla questione di Dio. Esattamente come me, egli non sa perchè è stato creato e non si preoccupa di indagare l’argomento. Quando un giorno si troverà davanti al suo Creatore, tutto quello che avrà da offrirgli saranno i panegirici che ha scritto per principi e re, nient’altro che poveri mortali come lui stesso.”

Queste parole ebbero un tale effetto sull’animo sensibile del giovane poeta che egli decise di ritirarsi dal mondo, abbandonare i lussi e la bella vita di corte, per dedicarsi esclusivamente alla propria realizzazione spirituale. Partì dunque in pellegrinaggio per la Mecca, rifiutando l’offerta di sposare la figlia del sultano con questi versi: “Non desidero né una moglie, né la ricchezza, né una posizione sociale./Se anche il sultano mi offrisse la sua corona, giuro sulla mia testa che non l’accetterei.”

Da quel momento in poi, poco altro si sa della sua vita. Le cronache registrano che negli anni successivi fu accusato di eresia da diversi sapienti, ma la difesa del Khalifa di Baghdad riuscì a riabilitarlo. La sua opera più famosa si intitola “Hadiqa al-Haqiqa” (Il giardino della verità), considerato un testo fondamentale della mistica sufi.

Il poema si apre sugli attributi divini. Dio è, prima di ogni altra cosa, inconoscibile. Per illustrare questo aspetto Sana’i ricorre a un esempio che diventerà nei secoli un topos classico del sufismo.

C’era una città nel paese di Ghur in cui tutti gli abitanti erano ciechi. Un certo re di ritorno dalla guerra si fermò col suo accampamento nei pressi di Ghur. Per celebrare il proprio fasto e generare reverenza, il re possedeva un grande e magnifico elefante che impegnava in battaglia. Crebbe il desiderio fra gli abitanti della città di saperne di più sul portentoso animale, così un gruppetto di ciechi si introdusse di nascosto nell’accampamento con l’intenzione di scoprire la forma dell’elefante. Non potendo contare sulla vista, presero ad esaminare l’animale con le mani protese. Uno afferrò la proboscide, uno misurò la circonferenza di una zampa, un’altro la rotondità del ventre, un quarto afferrò la coda. Alla fine, tornarono in città e raccontarono ognuno una storia diversa: chi disse che sembrava una colonna, chi una palla enorme, chi un lungo tubo flessibile, chi una corda robusta. Conclude Sana’i: “Nessuno aveva percepito l’intero – la conoscenza non è mai compagna dei ciechi che, come sciocchi che si ingannano, immaginano assurdità.”

La stessa cosa succede con Dio. E’ impossibile percepirne la totalità. Gli attributi che si intuiscono grazie all’esperienza personale non vanno scambiati per il Tutto. Noi siamo i ciechi che ci illudiamo scioccamente di afferrare l’essenza divina, primo grave errore lungo la Via.

La critica di Sana’i si rivolge a tutti quei fedeli che pontificano con presunzione e sicurezza su Dio, come se lo conoscessero. “Se persino i profeti non osano tanto”, dice il poeta, “perchè tu stupidamente sostieni il contrario?” Solo comprendendo i limiti intrinsechi e invalicabili della conoscenza “tu scoprirai la pura essenza della fede./Altrimenti faresti meglio a tacere, e non dire sciocchezze./Tutti i sapienti parlano a vanvera. La vera religione non giace tra i piedi di nessuno.”

“La Sua Natura non può essere compresa.
Qualunque cosa tu abbia udito su di Lui, non Lo rappresenta.”

“Dal momento che Dio è al di là del ‘dove’ e del ‘quando’,
come può Egli diventare un angolo del tuo pensiero?
Qualsiasi congettura o concetto, è altro da Lui.
Ogni affermazione sulla Sua Natura si spinge oltre il terreno umano,
è come la descrizione che un cieco fa di sua madre.
Lui sa di avere una madre, ma non può raccontare le sue sembianze:
farnetica di bellezza e bruttezza…”

Se è vero che Dio è inimmaginabile, questo non significa che non possiamo pensare a Lui, a patto che lo facciamo senza scordarci dei nostri umani limiti: “Recita i suoi mille e uno nomi purissimi… Adoralo come se tu lo vedessi coi tuoi occhi./Perché sebbene tu non possa vederlo, il tuo Creatore vede te.”

Rinunciando dunque alla presunzione della Verità Assoluta, indossato “il mantello dell’umiltà”, e col cuore aperto e innocente come quello di un bambino, ecco che Sana’i, finalmente, ci lascia entrare nel giardino fiorito delle sue epifanie, e lo fa con la placidità di un’alta vetta.

“Chi possiede la conoscenza, possiede anche la serenità di una montagna.
La saggezza senza serenità è come una candela spenta:
la cera senza il miele serve solo per bruciare.”

L’incontro con Dio che Hakim Sana’i ci racconta ha il sapore della rivelazione. Ci troviamo immersi in un mare sconfinato di dolcezza. Siamo letteralmente sopraffatti dalla bontà divina, abbagliati dalla Sua misericordia inesauribile, piegati dalla Sua infinità bontà. Come dice Aristotele, Egli “muove, perchè commuove”. E’ un Dio vicino, quello che descrive Sana’ì, un Dio che ci vede e ci conosce nel profondo, che crede in noi più di quanto noi crediamo in Lui. Incapace di odiare, si schiera sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi, apprezza i nostri sforzi, e comprende i nostri errori. Un Dio intimo e sconvolgente, quasi materno…

“Egli è gentile, buono e generoso…

La malizia e il rancore non rientrano nei Suoi attributi,
dal momento che l’odio nasce dall’essere oppressi.
E’ sbagliato parlare di collera riferendosi a Dio,
poiché rabbia e rancore non c’entrano niente con Lui…
Il Creatore Iddio infatti è solo bontà e misericordia…
Egli ci attira a sé con la corda della gentilezza,
e ci offre il paradiso del Suo abbraccio…
Ci regala la gioia, e in cambio porta via il dolore.”

“Conosce la tua condizione più di quanto la conosca tu stesso.
Sa cosa è meglio per le sue creature prima ancora che i loro desideri si materializzino.
Legge nella mente prima che un pensiero segreto sia formato.
Dio conosce tutti i nostri segreti, e li tiene al sicuro presso di Sé. ”

“La Sua saggezza si preoccupa per lo schiavo, il Suo perdono supera il peccato…
Gli basta la gratitudine e la pazienza dei suoi servi…
La sua misericordia si prodiga per conferire benefici.
Tu commetti l’iniquità, e Lui tuttavia ha fede in te.
Ti è fedele più di quanto tu lo sia a te stesso.”

“Non temere: Lui non fa parte di quelli che opprimono.
Lui restituisce ciò che toglie moltiplicato per settanta.
E se chiude una porta, ne apre altre dieci.”

“La povertà è un ornamento alla Sua Corte.
Egli è Colui che prende per mano gli abbandonati,
che si occupa delle erbacce disprezzate da tutti…
E’ il Conoscitore dei Misteri, eppure si interessa alla polvere… ”

“Se la sua clemenza non fosse un rifugio perpetuo, chi oserebbe peccare?”

I versi di Sana’i ci trascinano ai piedi di Dio. La forza di attrazione della Sua bontà vale più di cento minacce. Sembra una promessa, un giuramento. Sorridiamo, come bambini consolati dal pianto, come ubriachi davanti a una botte piena, naufraghi che intravedono terra, finalmente. Contentezza e commozione si mescolano nelle vene e raggiungono il cuore, creando uno scompiglio che assomiglia stranamente alla pace.

“Quelli che Ti amano, piangono ridendo e ridono piangendo, per causa Tua.
Mentre bruciano nel Tuo fuoco, si scoprono in paradiso.”

Ci pensa Sana’i a dare voce al nostro subbuglio interiore, a tradurre in preghiera il nostro confuso sentire di anime trafitte dal dardo divino:

“O Dio Onnipotente, Dio che perdoni sempre, non scacciarmi dalla Tua porta.
Fammi Tuo prigioniero; cancella la mia odiosa indifferenza;
rendimi assetato di Te, e poi non darmi niente da bere!
Così che la mia sete mi conduca a Te, che sei la mia vera meta.”

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *