FARID 'ATTAR – Il verbo degli uccelli (III parte) - jayyd news

FARID ‘ATTAR – Il verbo degli uccelli (III parte)

Marta Irene Franceschini

3 – Mi sono innamorato, ma ignoro di chi…

“Un derviscio si innamorò perdutamente di Ayaz e la notizia rimbalzò sulle lingue di tutti, giacché quel misero inseguiva Ayaz correndo a perdifiato, quando questi usciva a cavallo. Non appena scorgeva i capelli di muschio dell’amato, il derviscio gli incollava addosso i propri occhi, proprio come un giocatore di polo con la palla.”

Ayaz è il leggendario amante-schiavo del sultano Mahmud di Gazhna (Persia, 971-1030), primo invasore musulmano del sub-continente indiano. Nel corso dei secoli, la loro storia d’amore è stata cantata da poeti e letterati del mondo arabo-persiano come esempio di aulica Unione. Il fatto che i due innamorati siano entrambi di genere maschile non scalfisce di un graffio il topos culturale, che viene ampliamente utilizzato dalla tradizione sufi come metafora delle mistiche nozze col Divino. La narrativa islamica è percorsa dal brivido del travolgente amore tra il sultano e il suo schiavo, così come la narrativa occidentale è attraversata dal tormento avvelenato di Giulietta e Romeo. Mahmud è considerato il primo uomo diventato schiavo del suo schiavo.

“Conosci un re più forte e potente di me?” chiese un giorno Mahmud ad Ayaz.
Ayaz rispose: “Sì: io sono un re più forte di te.”
“Provalo” gli disse il sultano.
“Ebbene, anche se tu sei un re, ti fai comandare dal tuo cuore, e questo schiavo è il re del tuo cuore.”

Il tema dell’omo-erotismo mistico ha destato spesso imbarazzo, tanto negli ambienti religiosi più ortodossi, quanto in quelli accademici, più laici, dell’occidente, questi ultimi impegnati in tentativi di interpretazione non sempre esattamente felici. Tutta la tradizione del sufismo attinge a piene mani dalla vena lirica omo-erotica, così come si disseta sfacciatamente nelle taverne della corte, danza nuda in preda all’estasi, o si innamora follemente di crudeli fanciulle cristiane. Il sufismo cerca intenzionalmente tutte quelle strade che scatenano il biasimo dei benpensanti, che provocano la comune disapprovazione. Se deve scegliere tra il successo e la rovina, un sufi senza indugio sposa la seconda. ‘Attar ci racconta di un santo che viveva con gli “effemminati”, il quale diceva: “Io somiglio loro: sulla via della fede non sono ancora né uomo, né donna, e provo vergogna della mia virilità presunta!”

Le scelte audaci e dissacratorie della metafisica sufi hanno anche motivazioni ontologiche. Grande presunzione sarebbe quella di trovare metafore “più adeguate” per la grandezza divina, dal momento che tutte non possono che essere parimenti fallaci. Non si può descrivere l’Indescrivibile. Meglio allora puntare alla distanza, accettare con umiltà il proprio limite, e collocare Dio tra le trasgressioni. Sapendo che non saranno meno vicine loro al Vero di un monastero di devoti in preghiera. “Egli è il Velato, l’Inavvicinabile.” Da qualunque parte lo si guardi, Dio è sempre oltre, non sta dentro a niente. E’ il tutto che sta dentro a Dio. Non è possibile escluderlo da alcun discorso, nessuna aerea ne è assente. In Dio vino e astinenza sono serviti nello stesso calice. Come dice Rumi: “Sei la sbronza, e sei anche il mal di testa dopo la sbronza.”

Un errore da evitare è quello di giudicare i contesti sociali e culturali del passato con un senso di superiorità, come se l’evoluzione umana fosse una superstrada, senza uscite laterali. Mentre, se mai, essa segue un percorso più simile a una spirale che a un rettilineo. E soprattutto si muove su una fitta rete di interscambi, che possono anche prendere direzioni inaspettate e contrarie.

E’ possibile che quello che scandalizza oggi del rapporto tra Mahmud e Ayaz, all’epoca fosse ininfluente e talmente normalizzato da non essere nemmeno degno di nota. E difatti, il sultano e lo schiavo sono solo una tra le tante coppie leggendarie di innamorati cantati dai mistici dell’islam, insieme ai celeberrimi Leyla e Majnun. Il fatto che i primi siano due uomini, mentre questi ultimi formino una coppia eterosessuale, non sposta di nulla la lettura simbolica delle vicende narrate: gli amanti sono presi in considerazione in virtù della loro capacità di amare, e non della loro appartenenza di genere.

Nel racconto riportato da ‘Attar, entra un gioco un terzo personaggio, un povero derviscio derelitto, che ha perso la testa per Ayaz. Il sultano, geloso, lo affronta per convincerlo ad abbandonare le sue ambizioni amorose:
“O miserabile! Non pretenderai di bere alla stessa coppa del re!”
Il derviscio così gli risponde:
“Sarò pure un miserabile, ma in amore io non sono inferiore a uno del tuo rango. Sappi che amore e povertà convivono sotto la stessa tenda, giacché amore non necessita di ricchezze. La povertà è il sale dell’amore, su questo non c’è dubbio. Tu possiedi il mondo e un cuore luminoso, ma l’amore si addice a un miserabile come io sono, con il cuore riarso. Ciò di cui ti vanti non è che un simulacro dell’unione. Prova anche tu a sopportare per un solo istante l’amaro dolore della separazione…”

Qui Mahmud rappresenta un devoto che non sta percorrendo la Via mistica fino in fondo, che si accontenta cioè della “rosa del suo giardino”, come lamentava uno degli uccelli, o che “non riesce a separarsi dal mare”, come sosteneva un’altro. Secondo uno schema caro al sufismo, il sultano di Gazhna, che normalmente incarna l’amante perfetto, si sdoppia qui nel suo sé inferiore, ovvero uno dei tanti uccelli partiti dietro all’upupa, ma che non raggiungerà mai la meta.

Interessante notare che il ruolo dell’amante perfetto in questa storia viene dato non a una “normalizzante” fanciulla, bensì ad un altro uomo, un derviscio povero e disgraziato. A conferma che lo sbaglio di Mahmud riguarda il suo modo di amare, non il genere del suo oggetto d’amore.

Insiste il sultano:
“O tu, ebbro e incosciente, dimmi perché rassomigli a una palla errabonda?”
Risponde il derviscio:
“Perché come me la palla è perennemente senza quiete, sotto i colpi incessanti delle mazze… Ma la palla ha sorte più felice della mia, giacché a volte è baciata dallo zoccolo del cavallo….”

Mahmud chiede una prova della sua povertà, e il derviscio risponde che il vero povero non è più attaccato a niente, vita inclusa. E per dimostrare che non mente, muore all’istante. ‘Attar conclude così:

“Se un giorno ti sarà detto: Entra! Se lungo la via ti giungerà l’eco del divino richiamo, tu non esitare a spogliarti di tutto, essendo necessario giocarsi ogni possesso… Liberati da tutto e anche da te stesso, liberati dal poco come dal molto!”

Attraverso la storia di Mahmud, gli uccelli partiti in cerca del dio Simurgh vengono messi in guardia sul rischio di imbrogliare se stessi a livello spirituale. Credersi cioè dei veri amanti, vantarsi, proprio come fa il sultano, del proprio potere e dei traguardi raggiunti, illudersi di essere al comando, e perdere così di vista il vero obbiettivo del viaggio: l’unione col Divino.

“Non vantarti ad ogni istante del suo amore, che non sta nella bisaccia di nessuno!”

Per giungere a quella corte infatti, non si può imbrogliare. E’ necessario davvero ridurre se stessi a granelli di polvere. “Oh, quanti vennero a corte da lontano, arsi dal fuoco e accesi dalla luce, ma raggiunta la meta al termine della loro esistenza, scoppiarono in singhiozzi non riuscendo a vederla.” La via dell’ascesi è lastricata di trappole insidiose: la superbia e l’orgoglio, la presunzione mistica, l’aspettativa di un risarcimento, l’attaccamento al dolore, alla gioia, alla pace, al rispetto, la paura dell’ignoto…

“Chi ti credi di essere per avere il diritto di non soffrire? Chi sei tu per poter avanzare pretese?”

Ci racconta ‘Attar che gli uccelli devono attraversare sette stazioni spirituali: la valle della ricerca, seguita da quella dell’amore, poi quella della conoscenza e quella del distacco. Da qui entreranno nella valle della pura unificazione, poi in quella dello stupore, per giungere infine nella valle della privazione e dell’annientamento, oltre la quale non è lecito andare: “Se solo tentassi di farlo ti smarriresti: laggiù una goccia apparirebbe ai tuoi occhi oceano sconfinato… Non è possibile descrivere l’ultima valle con parole umane. ….”

“Chiunque giunga in questi luoghi è condannato a perdere la testa, deve rassegnarsi a non vedere più neppure i quattro lati di se stesso. Ma colui che qui sapesse trovare una via, penetrerebbe gli insondabili misteri del tutto.”

Solo in trenta, lo sappiamo, arrivano a destinazione. Dopo centomila secoli, “finalmente a quegli uccelli mortali fu concesso il sospirato annientamento… e ognuno di loro pote’ assurgere all’eternità dopo il nulla”.

Improvvisamente, i trenta uccelli si accorgono di esser cosa sola con Simurgh: “Noi siamo Te, e Te sei noi!” Scomponendo il nome di Simurgh si ha infatti un gioco di parole: si=trenta/murgh=uccelli. L’amante si merge finalmente con l’Amato, diventano cosa sola. L’annientamento dell’IO consente l’identificazione completa con l’oggetto d’amore. Si scompare, per rinascere in Dio. Fine delle separazioni, dei dualismi, delle assenze. Sublime sconfinamento.

“Oh meraviglia! Questo era quello, e quello era questo. Il mistero per cui il “noi” e il “tu” appaiono uniti.”
Come quel folle che danzava in preda all’estasi, ripetendo all’infinito: “Ora Tu ed io siamo soli, nessuno può disturbarci!”

Sull’intimità di questa alcova d’amore ‘Attar, in punta di piedi, chiude il sipario. Lo fa con la fermezza e con la semplicità di un servo che esegue alla lettera gli ordini del suo Padrone; con la certezza del sole, che sa quando deve tramontare.

“Finché gli uccelli procedevano lungo la via, avanzava con loro il mio racconto. Ma ora che sono giunti alla meta e di loro non è rimasta una sola piuma, necessariamente devo tacere. La guida e i viandanti sono svaniti nel nulla, trasformandosi nella via.”

E’ quel “necessariamente” la chiave di tutta l’opera: così come per necessità ‘Attar ora tace, per necessità egli ha parlato.

I libri possono essere considerati necessari quando contengono al loro interno elementi, insegnamenti, suggestioni preziose per l’evoluzione spirituale dell’umanità intera. Fortunatamente per noi, nel corso dei millenni il pianeta ha collezionato diverse di queste perle, trasversalmente alle culture e alle fedi di appartenenza. “Il verbo degli uccelli” è una di loro.

E’ ‘Attar l’upupa che ci guida nel viaggio interiore verso una realizzazione spirituale completa, che ci spinge a cercare, con folle audacia, la Suprema Unione. Siamo noi lettori, i centomila uccelli desiderosi di partire. Ognuno di noi ha attraversato da solo le pagine del libro, trovandosi a tu per tu con questo eccezionale maestro. Un incontro destinato a durare nel tempo. Una volta entrato nella nostra vita, questo testo prezioso continuerà a finirci tra le mani, con tenace e radiosa determinazione. Si stabilisce un legame che durerà, forse, altri centomila anni…

Come si addice a un vero derviscio, che ben conosce il pericolo di prendersi, anche per un solo istante, troppo sul serio, ‘Attar fa un’ultima piroetta, e ci saluta così:

“Quanto fin qui avete visto e conosciuto, in realtà non accadde, e quanto avete detto e udito non è che pura illusione. Questo libro è totale follia, la ragione è del tutto estranea al procedere della mia orazione. Io, o meraviglia, non avevo neppure coscienza di cosa andavo dicendo!”
“In verità non so nulla, non so né questo né quello! Mi sono innamorato, ma ignoro di chi…”

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