NASRUDDIN parte III – La volontà di Dio. - jayyd news

NASRUDDIN parte III – La volontà di Dio.

Marta Irene Franceschini

La Via dei sufi si muove nello spazio interiore, verso una realtà invisibile che non dispone di altra prova d’appoggio che l’esperienza personale. Per i dervisci, il senso ultimo dell’esistenza non giace a livello dell’evidenza concreta, ma resta nascosto nel mondo immaginale. E’ una filosofia profetica che cerca il senso segreto delle rivelazioni, non per svelarlo, bensì per custodirlo. Tuttavia, saranno proprio i comportamenti dei santi a riflettere la luce segreta del loro cammino spirituale sulle strade del mondo. I sufi sono la prova vivente del potere trasformante dell’incontro con Dio. Il contatto d’Amore infatti, comporta l’acquisizione di un nuovo sguardo, un modo diverso di vedere le cose e di agire. Nulla è più come prima. Per quanto segreto e misterioso resti il processo spirituale, evidenti e tangibili si mostrano le sue terrene conseguenze. Il fiore sboccia senza raccontare la sua inseminazione, per riempire di meraviglia l’universo. 

Un giorno il Mullah portò a casa un pezzo di sapone e lo diede a sua moglie chiedendole di lavargli una camicia. Appena la donna l’ebbe insaponata, un’enorme cornacchia arrivò in picchiata e portò via la saponetta. La donna lanciò un grido di rabbia.
“Che è successo, mia cara?” chiese il Mullah richiamato dalle urla della moglie.
“Stavo lavando la tua camicia quando un’enorme cornacchia mi ha portato via il sapone!”
Il Mullah, senza fare una piega, rispose:
“Guarda il colore della mia camicia, e poi osserva l’abito della cornacchia. Ha certamente più bisogno lei di me del sapone. E’ bene che l’abbia ottenuto, anche se a spese mie!”.

Questa storia ci invita a non cadere nella trappola del vittimismo, soprattutto per questioni che non sono di vitale importanza. Il Mullah sceglie infatti, come simbolo, un pezzo di sapone, un materiale probabilmente non così comune all’epoca dei fatti: in altre parole, un piccolo lusso non indispensabile alla mera sopravvivenza. Di fronte alla sua privazione conviene dunque restare calmi e non drammatizzare, come fa invece la moglie di Nasruddin. Infatti, c’è sicuramente qualcun altro che ne ha più bisogno di noi. La critica del Mullah si rivolge all’abitudine, ancora oggi molto comune, di lamentarsi esageratamente per le proprie privazioni, perdendo di vista la condizione di tutti coloro che stanno peggio. E di vivere come un dramma la rinuncia a qualcosa di superfluo. 
Se questo vale come buona norma esistenziale, spiritualmente la parabola si arricchisce di sfumature preziose. Infatti, se tutto viene da Dio, il concetto stesso di disgrazia diventa ontologicamente nullo. Per l’illuminato, ogni accadimento si traduce in un messaggio, una prova declinata dal disegno divino. E siccome Dio non può che volere il bene, anche quando le circostanze sembrano dimostrare il contrario, il sufi trova un motivo per rallegrasi. In moltissimi racconti si narra di come un’apparente disgrazia si riveli in seguito una fortuna, o una perdita si trasformi successivamente in ricchezza. Ma anche in assenza di riprova, il credente è invitato ad accettare l’eventuale privazione come un atto necessario di cui, pur non comprendendone il motivo, resta indiscussa l’implicita giustizia. E’ il trionfo di una fiducia incrollabile, che diventa essa stessa alchimia, capace di trasformare qualsiasi manifestazione della realtà in pura benedizione.

Nasruddin sta tornado a casa dal mercato. In una mano tiene un pezzo di fegato appena comprato dal macellaio. Nell’altra, la ricetta per cucinarlo in modo squisito, ragalatagli da un amico. Improvvisamente, una poiana vola in picchiata e gli porta via il fegato.
“Che stupida!” gli urla dietro Nasrduddin, “hai preso la carne, ma io ho ancora la ricetta!”

Pieno di simboli, questo breve aneddoto sembra la continuazione del precedente, non tanto per ribadire il concetto, quanto per approfondirlo. Una prima lettura ci ricorda l’inutilità della materia senza la conoscenza. Come principio generale, è più importante conoscere che possedere. Ma ogni parola di questa storia emblematica racchiude un senso profondo. Tanto per cominciare, il fegato, che nella lirica mistica persiana è sempre associato al cuore. Dice dunque Nasruddin: quand’anche il cuore vi fosse strappato via dal petto, è la ricetta che vi ha dato l’Amico, quella che conta! Dove l’Amico è sinonimo di Dio, e la ricetta del verbo, la parola di Allah, ovvero il Sacro Corano. Insiste il Mullah: qualunque sofferenza terrena è niente in confronto alla perdita della fede. E ancora: finchè sono in contatto con Dio, tutto il resto io non lo temo. Stringo tra le mani il Verbo Sacro, il Supremo Regalo, la ricetta per fare del mio cuore una delizia: cuocerlo, nel vero senso della parola, ovvero sottoporlo alla trasformazione cocente dell’Amore divino. Stupida, dunque, la poiana che ha creduto, strappandomi via un pezzo di carne, di privarmi di qualcosa. E nessun vantaggio potrà essa trarre dal mio cuore, senza i sacri strumenti per accedervi.

La nave sulla quale il Mullah viaggiava come passeggero finisce nel mezzo di una tremenda tempesta. Il capitano e l’equipaggio, dopo aver fatto tutto quello che potevano per salvare l’imbarcazione, cadono in ginocchio sul ponte, pregando per la salvezza.
Nasruddin resta impassibile al loro fianco. Il capitano, vedendo il Mullah immobile sul ponte si alza in piedi e gli grida:
“Mettiti in ginocchio! Proprio tu, uomo devoto, dovresti essere il primo a pregare con noi!”
Nasruddin, senza scomporsi, risponde:
“Io sono solo un passeggero. Chi si deve occupare della salvezza della nave è il Capitano, non io.”

Uno dei temi ricorrenti del sufismo è l’importanza di abbandonarsi nelle mani di Dio. Per usare una immagine famosa, significa lasciarsi andare alla volontà divina “come uno straccio tra le mani di una lavandaia”. Si tratta di una resa incondizionata, che non lascia alcun margine alla scelta personale. Occorre giungere al famoso “io nulla” di Maulana Rumi. Smettere di volere questo o quello, per affidare interamente il proprio destino al grande Demiurgo. Eppure, ci dicono i sufi, proprio rinunciando a tutto, diventiamo liberi. Anzi, l’unica libertà possibile consiste in questo annichilimento dell’io, nella destrutturazione totale e completa del proprio ego. Tutte le altre forme di libertà sono, infatti, delle illusioni della mente, dei miraggi irraggiungibili, degli imbrogli culturali. La sola e vera libertà concessa all’individuo è quella di scegliere liberamente di non essere libero. Cedere volontariamente le proprie pretese di controllo per affidarsi all’unica fonte di volontà esistente, ovvero quella divina, apre quindi allo sconfinamento dello Spirito nel Regno d’Amore. Non più schiavi del proprio volere, ma liberi schiavi d’Amore, i sufi sperimentano la sottomissione assoluta e liberante alla volontà di Dio, e la mettono in pratica fino alle sue estreme conseguenze.

La nave di cui ci parla il racconto di Nasruddin rappresenta la vita, spesso attraversata da furiose tempeste. Tutti noi lottiamo per la sopravvivenza, facciamo tutto quello che possiamo per cavarcela, ma quando ce la vediamo brutta, cadiamo in ginocchio e imploriamo Dio di concederci la salvezza. Fin qui la storia sembra mostrarci il limite della nostra fede, che ricorre a Dio solo all’ultimo momento, quando la nave è ormai sul punto di affondare. E’ una fede un po’ vigliacca, questa, e insieme un po’ presuntuosa, perchè pensa cioè di potersela cavare anche senza Dio, salvo poi cadere in ginocchio in preda al terrore quando si ritrova con l’acqua alla gola. Di fedeli così, non c’è dubbio, il mondo è pieno, indipendentemente dalla religione che professano.

Ma poi c’è il Mullah Nasruddin, a raccontarci un’altra storia. Consapevole di essere solo un passeggero in questa esistenza, egli non si affanna e non si scompone davanti a nessuna tempesta. Sa bene che non dipenderà da lui l’esito finale. Il capitano terrorizzato, che rappresenta qui un fedele superficiale e opportunista, lo esorta, in quanto “uomo devoto” a inginocchiarsi e pregare. “Dovresti essere il primo a farlo!” gli dice. Il suo rimprovero è carico di rabbia e di disprezzo, come se il falso devoto fosse proprio Nasruddin, senza rendersi conto che invece è vero esattamente il contrario. Questo a riprova del fatto che, quando gli uomini si trovano in difficoltà, non solo si rivolgono a Dio in ritardo, ma tendono a proiettare sugli altri le proprie responsabilità e mancanze. I rimproveri che il capitano rovescia sul Mullah sono in realtà tutti rivolti a se stesso: ben prima della tempesta avrebbe dovuto inginocchiarsi a Dio! Lui per primo avrebbe dovuto pregare per se stesso e per la salvezza della sua anima, e comportarsi veramente da uomo devoto!

Infine, la risposta emblematica di Nasruddin trasporta il conflitto, con un colpo di scena da vero Maestro, su un altro livello. Il Capitano a cui egli affida la salvezza della nave non è più quello in carne ed ossa che si sgola in ginocchio sul ponte, bensì la Guida Suprema che regge il timone dell’universo. L’illuminato si abbandona dunque docilmente tra le mani del suo Signore con la fiducia di un bambino tra le braccia della madre. Nulla lo turba e nulla lo scompone. E’ lui il vero devoto, colui che non prega solo nel momento del bisogno, perchè il suo pensiero costante è fisso sull’Amato. Lui sa bene che, come ha scritto Al Ghazali, si possiede soltanto ciò che non può andare perduto in un naufragio. Ovvero niente, vita compresa.

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