IL MULLAH NASRUDDIN – Parte II– I falsi Shaikh - jayyd news

IL MULLAH NASRUDDIN – Parte II– I falsi Shaikh

Marta Irene Franceschini

Il sufismo mette spesso in discussione le regole, inclusi i dogmi religiosi, a tal punto che, nel corso dei secoli, diversi Shaik sono stati perseguitati e uccisi, e il sufismo stesso è stato accusato di eresia dall’ortodossia musulmana. Questo ha spinto molti studiosi occidentali a interpretarlo erroneamente come un movimento rivoluzionario, con derive separatiste anti-islamiche. In realtà, anche dove ricorre a toni apparentemente irriverenti, il sufismo non si oppone alla Sharia, ma se mai alla sua interpretazione e applicazione. La sua è una metafisica che non separa, ma unisce o, come rispose un famoso Maestro al suo discepolo che gli portava in regalo un coltello, non taglia, ma cuce: “Portami un ago, piuttosto…” La sua critica pungente si rivolge, in realtà, verso quei Maestri e quei religiosi che, vittime del proprio ego, scambiano la Via dell’Amore per la Via del Potere.

Un re buono e giusto decise che nel suo regno avrebbe fatto rispettare la verità. Mise due guardie al cancello d’entrata, col compito di esaminare i nuovi arrivati. A suon di tamburi fece ripetere notte e giorno il seguente annuncio: “Chiunque arriva sarà interrogato. Se dice la verità, potrà entrare. Se mente, sarà impiccato”.
Nasruddin si presentò al cancello.
“Dove stai andando?” gli chiesero le guardie.
“Sto andando a farmi impiccare” rispose il Mullah, scandendo bene le parole.
“Tu menti!”
“Molto bene, se ho mentito, dovete impiccarmi!”
“Ma se ti impicchiamo, faremo avverare quello che hai detto…”
“Esatto: questa è la differenza tra la verità apparente, e la verità interiore.”

Non è così semplice parlare di verità. Il re buono e giusto, sinonimo di buon governo, buon partito, buon cittadino o buone intenzioni, non può illudersi di esercitare la giustizia applicando semplicemente delle regole, se pur promulgate con nobili scopi. Ciò che manca al re della storia è l’umiltà nei confronti di un problema complesso. E’ un re ingenuo, e infantile. Crede di poter risolvere in modo semplice una questione che semplice non è. Si affida ciecamente alla forma, senza cogliere l’essenza. E pecca anche di orgoglio, facendo rullare i tamburi della sua hibrys, troppo sicuro di aver ragione. Tutto questo ci ricorda molto da vicino il nostro quotidiano, tanto collettivo quanto individuale. Ogni volta che traformiamo delle regole in dei princìpi, cadiamo nello stesso errore.
La nostra civiltà occidentale sembra specializzata nel semplicismo esistenziale. Cerca di risolvere questioni profonde e articolate a suon di slogan. Formulette da supermercato, aritmetica da scuola primaria. Ma così facendo non solo non coglie le sfumature, ma non risolve nemmeno il problema. Nasruddin, con quattro battute, smonta la teoria del re buono, e con lei ridicolizza ogni forma di soluzione frettolosa e approssimativa.
Se questo vale per la verità terrena, diventa essenziale per quella divina. Non illudetevi, ci dice allora Nasruddin, che sia sufficiente rispettare due regolette per sentirvi dalla parte del bene. Diffidate di chi si appella alla forma, dimenticando l’essenza. Non saranno due guardie o due divieti a fare di voi dei credenti. La questione è molto più complessa. La verità spirituale è un processo intimo, segreto, misterioso, un lento scavare dentro sé stessi. Per giungere a Dio, per giungere alla Verità (Al-Haqq è uno dei 99 nomi di Allah), bisogna cominciare, se mai, distinguendo tra apparenza e sostanza…

“Nasruddin, figlio mio, ricordati di alzarti presto ogni mattina!”
“Perchè, Padre?”
“Perchè è una buona abitudine. Infatti, una mattina che mi alzai all’alba per fare una passeggiata, trovai un sacchetto pieno d’oro lungo la via.”
“Come fate a sapere che non fu perduto la notte precedente?”
“Non è questo il punto. In ogni caso, sono certo di quello che dico, perchè la notte precedente ero passato in quella stessa via, e non l’avevo notato.”
“Quindi, non è una fortuna per tutti, alzarsi presto. L’uomo che ha perso il suo oro deve essersi alzato ancora prima di voi.”

Il tema è quello noto del bruco e la farfalla: la fortuna di qualcuno può essere la disgrazia di qualcun altro. Fin qui, niente di nuovo. Ma se cerchiamo un messaggio più profondo, ecco che il dialogo si illumina di ben altri significati. A cominciare dalla scelta del Padre come interlocutore, che allude ovviamente a un Padre dello Spirito, un Maestro, una Guida. In questo caso, di scarso spessore. Nasruddin, infatti, non mette in discussione l’esortazione ad alzarsi presto ogni mattina (la Sharia), bensì la motivazione fornita dal presunto Shaykh. Chi vede appunto nella Sharia solo un codice di comportamento che conviene rispettare, una buona abitudine insomma, ne perde il senso profondo. Se poi questo comportamento viene rafforzato dalla speranza di trovare un sacchetto pieno d’oro (un vantaggio, un premio), il ragionamento diventa ancor più fallace, come abilmente dimostra Nasruddin. Sembra di vedere la mistica Rabi’a correre per le strade di Basra con una torcia in una mano e un secchio d’acqua nell’altra, gridando: “Voglio dare fuoco al Paradiso, e spegnere l’Inferno, così smetterete di credere per speranza dell’uno, o per paura dell’altro. E crederete finalmente solo per amore di Allah!” Ben diverso da un colpo di fortuna è il tesoro che spetta al credente, e non dipende certo solo dal rispetto delle buone abitudini.
Ancora una volta, Nasruddin ci mette in guardia contro le false guide spirituali, superficiali e troppo sicure di sé: “sono certo di quello che dico”, sentenzia infatti l’improbabile Maestro. E implicitamente il Mullah ci invita a non prendere per buone motivazioni deboli e frettolose, al contrario a confutarle, spingendosi addirittura a contraddire il Padre. Come se dicesse: se è di Allah che si tratta, vietato accontentarsi!

Nasruddin è a casa di un amico malato. Sopraggiunge il dottore e si mette a visitarlo. Osserva la lingua del paziente, gli sente il polso, e subito conclude:
“Non mangiare più mele verdi, e guarirai in un paio di giorni”.
Impressionato dalla prontezza della diagnosi, Nasruddin segue il medico fuori dalla casa e lo supplica:
“La prego, dottore, mi dica come ha fatto!”
“E’ molto semplice, quando hai l’esperienza puoi capire al volo le situazioni più diverse!” risponde il dottore. “Vedi, appena ho saputo che il paziente aveva mal di stomaco, ho cercato di scoprirne la causa. Mentre lo visitavo, ho notato sotto al suo letto un piatto pieno di buccie di mele verdi. E tutto mi è apparso subito fin troppo evidente!”
Nasruddin ringrazia il medico per la lezione e fa tesoro delle sue parole.
Alcuni giorni dopo, va a visitare un altro suo amico. Gli apre la porta la moglie e, appena lo vede, gli dice:
“Mullah, non abbiamo bisogno di un filosofo oggi, ma di un dottore: mio marito ha mal di stomaco!”
“Non credere che un filosofo non possa anche guarire un malato, mia cara! Lasciamelo visitare.”
A malincuore la moglie acconsente. Nasruddin entra nella stanza dell’amico, si guarda un po’ intorno, e poi chiama la moglie a gran voce.
“Niente di serio, cara moglie, non ti preoccupare”, sentenzia. “Guarirà in un paio di giorni. Ma devi fare in modo che smetta di mangiare selle, briglie, e stivali da cavallo.”

Questa volta è il Mullah Nasruddin a fare la parte del Maestro sciocco. In primo luogo il racconto ridicolizza l’abitudine, diffusissima, di dispensare consigli e raccomandazioni appresi non per esperienza personale, ma per sentito dire. Mostra anche come spesso, dietro l’apparente intenzione di aiutare, si celi in realtà un desiderio di protagonismo, ovvero un problema dell’ego. L’obbiettivo non è tanto alleviare le pene del malato, bensì ottenere la gratificazione dell’ascolto e dell’attenzione. In altre parole, si cerca di usare la debolezza altrui per sentirsi grandi.
Lo stesso vale per la cura dell’anima. Al vero Maestro bastano un’occhiata e pochi dettagli per capire di cosa uno spirito sofferente abbia bisogno per evolversi. Ma, come spiega il dottore, questa capacità si ottiene solo grazie all’esperienza, che è un percorso lungo e insostituibile. Ripetere a pappagallo le istruzioni del Maestro non sarà di nessun vantaggio. I mal di stomaco non sono tutti uguali, così come ogni anima per guarire ha bisogno di una cura diversa.
I falsi Shaikh sono uno dei bersagli preferiti dell’ironia di Nasruddin. Ma la sua non è una critica fine a se stessa, al contrario: lo fa perchè la falsità, biasimevole in ogni caso, diventa imperdonabile nelle questioni spirituali. Una caratteristica che spicca nei personaggi di tutti e tre i racconti è, per esempio, la presunzione. Tutti e tre sono troppo convinti di aver ragione, e se ne fanno vanto. Ma un vero Maestro non è mai presuntuoso. Non a caso, sono tre figure socialmente legittimate: un re, un padre, un filosofo. Come a dire: attenzione che spesso il lupo è travestito da agnello! E anche: non guardate all’abito che indossa, ma giudicate come si comporta.

Nasruddin viene inviato dal re a investigare sulle dottrine dei diversi mistici d’oriente. Tutti quelli che incontra gli raccontano i miracoli e gli insegnamenti dei fondatori, ormai tutti morti, delle loro confraternite. Quando ritorna a casa, il Mullah presenta al re il suo rapporto, su cui c’è scritto una sola parola: CAROTE. Invitato dal re a spiegarsi, Nasruddin risponde così:
“La parte migliore della carota non si vede, è sepolta. Pochi sanno – a parte il contadino – riconoscere dal ciuffo verde che emerge in superficie la presenza della sostanza arancione sotto terra. Richiede molte cure, altrimenti si deteriora. E infine, molti asini ne vanno ghiotti.”

Il misticismo, dunque, è una faccenda che comprendono in pochi, ma di cui vanno giotti in molti, anche senza capirci nulla. La sua parte migliore è sepolta, sia nel senso letterale del termine, dal momento che i grandi Maestri ormai sono tutti morti, sia in senso figuartivo, perchè la parte migliore della spiritualità non è visibile a occhio nudo, resta nascosta. L’evoluzione spirituale è un processo lungo e impegnativo, che richiede molta cura, proprio come ben sa ogni contadino che si occupa di un orto. Il Mullah, con poche parole e con un esempio umile e perfettamente calzante, ci offre una definizione flogorante e lapidaria della spiritualità.
Dai racconti di Nasruddin pare che il mondo sia purtroppo invaso da sedicenti Guru in cerca di potere, gratificazioni e ricchezza. Falsi Shayk che fanno un gran danno, e che sembrano confermare il proverbio sufi: non c’è nessun derviscio, e se c’è un derviscio, non è un derviscio.
Forse dovremmo semplicemente smettere di cercare Dio sempre altrove. E capire che quello che rincorriamo fuori, è già dentro di noi.

Il Mullah siede sulla riva di un fiume, quando qualcuno gli grida dalla riva opposta:
“Come faccio a venire dall’altra parte?
“Tu sei già dall’altra parte!” risponde Nasruddin.

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