UNA RISATA ILLUMINANTE – La mistica del Mullah Nasruddin. - jayyd news

UNA RISATA ILLUMINANTE – La mistica del Mullah Nasruddin.

Marta Irene Franceschini

Sono molte le tradizioni sapienziali che, per illustrare princìpi metafisici o teorie escatologiche hanno fatto ricorso, più o meno occasionalmente, all’ironia. A cominciare dalla maieutica di Socrate, fino ai pardossi dello Zen. Ma c’è un solo Maestro che ha scelto la barzelletta come cifra  assoluta del suo percorso mistico: si tratta del Mullah Nasruddin.

Personaggio a cavallo tra la leggenda e l’invenzione favolistica, Nasruddin sembra sia vissuto durante il XIII° secolo ad Akseir, nell’attuale Turchia, dove si trova tutt’oggi la sua tomba. In realtà, le notizie storiche sulla sua vita sono veramente scarse, tanto che la paternità del personaggio viene rivendicata un po’ in mezzo mondo. Riferimenti alla sua figura leggendaria sono ricorrenti nella cultura persiana, albanese, armena, uzbeka, afgana, bosniaca, greca, bulgara, serba, rumena, russa, indiana, cinese, indonesiana, swahili, e giudiaco-spagnola. Compresa la tradizione popolare italiana, dove lo ritroviamo col nome di Giufà in Sicilia, Calabria, Campania, Toscana e Umbria.

Un tale successo si può spiegare solo con l’incarnazione di un archetipo universale. Nasruddin, infatti, è l’anti-eroe per eccellenza: un sempliciotto, un po’ stupido e un po’ furbo, un po’ miserabile e un po’ fortunato. Un pasticcione che finisce sempre in un mare di guai, ma che riesce anche a portare a termine, sorprendentemente, imprese grandiose, come convincere il Sultano di Delhi a non invadere la Persia, intrufolarsi tra gli invitati blasonati di banchetti principeschi, o ottenere ricompense insperate da Sovrani avari e spietati.

Nasruddin è un Maestro in cui uomini e donne comuni possono facilmente identificarsi. Condivide con loro sentimenti e debolezze: la paura, la fame, il desiderio, l’inganno. Non è mai una cosa sola, ma anche, contemporaneamente, il suo contrario. Rappresenta l’ambivalenza dell’universo in tutte le sue sfumature. Vince perdendo, fugge dormendo. A volte è lui la vittima, altre l’artefice del raggiro. E’ un folletto, un mendicante, un visionario. La carta del Matto dei Tarocchi che, mentre rischia di precipitare in un burrone, molla la presa per cogliere una fragolina selvatica.

La sua logica è infantile, onirica, spiazzante. Ribalta i punti di vista come un prestigiatore, svela con una mossa a sorpresa il rovescio della medaglia. Un momento attacca imam e shaykh, e in quello successivo ridicolizza se stesso, anche come maestro. Resta umile e innocente tanto nella gloria quanto nella rovina. E soprattutto, strappa sempre un sorriso.

Si dice che i suoi racconti abbiano tre livelli di interpretazione. La prima reazione istintiva è quella della risata. Inizialmente, si coglie solo l’incongruenza, l’assurdità della situazione, il paradosso. In un secondo momento, si riconosce la similitudine della storia narrata con una situazione reale, quotidiana, vissuta. E’ la fase dell’identificazione, lo specchio in cui ci si riconosce. Per ultimo, arriva l’insegnamento spirituale, quello che scuote, che tocca nel profondo, e che trasforma. Ecco qualche esempio.

La parabola più famosa di Nasruddin, riportata in un’infinità di articoli, romanzi, film, interviste, e di volta in volta attribuita all’antica grecia, a bonzi cinesi, rabbini giudaici, fachiri indiani, o psicoterapeuti occidentali, è quella della chiave.

Nasruddin vede il suo vicino chinato per terra, in cortile.

“Che cosa stai facendo?” gli chiede.

“Ho perso la mia chiave” risponde il vicino.

“E dove l’hai perduta, esattamente?” si infoma il Mullah.

“In casa” risponde lui.

“E allora perchè la cerchi in cortile?”

“Perchè qui c’è più luce”.

La reazione immediata sarà certamente il sorriso, magari scuotendo anche la testa, come si fa davanti alle sciocchezze disarmanti. Una seconda lettura, invece, svelerà il messaggio che, in effetti, è impossibile trovare le cose, se le si cerca nel posto sbagliato. Infine, se ci si apre abbastanza da accogliere in sé la luce di questo singolare Maestro sufi si scoprirà che la chiave non sta mai all’esterno, bensì dentro, nel buio della casa, ovvero nel profondo.

Nasruddin ha trovato lavoro come barcaiolo, e traghetta le persone da una riva all’altra del fiume. Un giorno si presenta un maestro di scuola elementare, elegantemente vestito. Prima di salire gli chiede:

“Buonuomo, come sarà la traversata?”

“Non ne ho idea” risponde Nasruddin.

“Non hai dunque mai imparato la grammatica?” gli chiede, sprezzante il maestro.

“No”

“In tal caso, metà della tua vita è stata sprecata”.

Il Mullah tace, meditabondo.

Poco dopo si alza una terribile tempesta, e la barchetta di Nasruddin comincia a imbarcare acqua.

Il Mullah si sporge verso il maestro e gli chiede:

“Hai mai imparato a nuotare?”

“No” risponde l’altro, spaventato.

“In tal caso, maestro, hai sprecato TUTTA la tua vita, perchè stiamo affondando!”

In primo luogo la storia ridicolizza i presuntuosi, quegli elegantoni che si sentono superiori solo perchè indossano abiti costosi e hanno un titolo di studio da esibire. Salendo a un altro livello di lettura, ci si rende conto che non sempre quello che abbiamo imparato sui banchi di scuola ci serve nella vita, soprattutto nei momenti cruciali. Possiamo anche avere tre lauree, ma restare incapaci di gestire un dolore, una crisi, un’emergenza. In altre parole, l’esperienza sul campo è insostituibile, e nessun’altro può farla al posto nostro. Infine, è sicuramente voluta la scelta del maestro di scuola elementare, come metafora del Maestro spirituale. La storia ci mette in guardia nei confronti dei tanti sedicenti Shaikh, che dispensano giudizi e insegnamenti imparati sulla carta. Ma il vero Maestro dello Spirito è piuttosto Nasruddin, che sa di non sapere, che tace davanti all’offesa, ed è pronto ad affondare col suo discepolo, pur di insegnargli l’umiltà. Il vero Maestro non impartisce lezioni di grammatica, ma sa nuotare nel mare della vita per sopravvivere alle tempeste.

Nasruddin sta spargendo manciate di briciole intorno a casa sua.

“Cosa stai facendo?” gli chiede qualcuno.

“Tengo lontane le tigri”risponde lui.

“Ma non ci sono trigri da queste parti!”

“Infatti. Funziona, non è vero?”

A volte, l’interpretazione razionale e quella spirituale delle storie di Nasruddin sembrano negarsi a vicenda, antitesi che tuttavia diventa essa stessa una forma di insegnamento. Una versione, infatti, non esclude l’altra, ma al contrario, coesiste e si completa con la precedente.

Dopo un primo sorriso, infatti, si dovrà riconoscere come talvolta le nostre più ferree convinzioni e collaudate abitudini si basino su motivazioni prive di fondamento. Spesso reiteriamo comportamenti senza senso, o addirittuta dannosi, semplicemente perchè hanno un effetto rassicurante su di noi, e quel che è peggio, ci auto-convinciamo che sia per il meglio. Siamo pronti a negare l’evidenza, pur di non mettere in discussione il nostro agire.

Ma se spostiamo l’interpretazione a livello spirituale, ecco che il messaggio viene completamente ribaltato. L’azione divina non risponde mai al semplice rapporto di causa-effetto. Al contrario, segue logiche imperscrutabili e misteriose. L’uomo e la donna di fede lo sanno, sanno che azioni apparentemente senza senso possono procurare miracoli, e che non tutti i miracoli del creato sono riconosciuti come tali. A volte briciole sparse con fede incrollabile possono ottenere prodigi, e garantire salvezze. Nel rapporto con Dio, nulla è come appare, nulla può essere compreso e spiegato sul piano razionale. Il patto segreto fra Dio e fedele, fra Amato e amante, è uno scrigno inviolabile, che sfida ogni evidenza, ogni ragionevolezza ed ogni coerenza, perchè vive esclusivamente nel Regno del Cuore.

Nasruddin va a trovare il suo vicino e gli chiede:

“Hai il cuoio?”

“Sì”

“Hai la colla?”

“Sì”

“Hai i lacci?”

“Sì”

“E allora perchè non ti fai un paio di stivali?”

Anche questo racconto, nonostante la sequenza ridicola del dialogo, rappresenta uno scenario  molto comune. Quante volte nella vita rimandiamo quello che potremmo fare? Pur avendo già tutti gli elementi per decidere, e tutti gli strumenti per agire, posticipiamo per indolenza, per timore o forse, semplicemente per inerzia. Rimandiamo a domani quello che potremmo aver fatto oggi, e spesso finisce che quel domani non arriva mai.

Eppure questo breve dialogo serrato, questo alternarsi di botta e risposta, assolutamente incurante delle più banali e ordinarie regole di comunicazione, che si spinge anzi al limite della maleducazione, se non dell’aggressività, trasmette una fretta che diventa comprensibile solo se ci si sposta sul livello spirituale dell’interpretazione. Quando è l’incontro con Dio ad essere rimandato, ecco che l’urgenza diventa non solo comprensibile, ma anche necessaria. Il dialogo fra Nasruddin e il suo vicino risuona allora come un grido disperato. Cosa aspetti a rivolgerti a Dio? Non vedi che il tuo cuore è gia pronto? Si comprende allora come il simbolo degli stivali non sia affatto casuale, ma al contrario rimandi al percorso, al cammino, e solleciti implicitamente l’impellenza di raggiungere la meta. Corri, sembra dire ora il Mullah Nasruddin, non rimandare neanche di un minuto l’appuntamento più importante della tua vita, precipitati tra le braccia di Allah, prima che sia troppo tardi.

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