INDIA – IL VIRUS DELLA VERGOGNA - jayyd news

INDIA – IL VIRUS DELLA VERGOGNA

Marta Irene Franceschini

E’ possibile aprofittare di una pandemia per accusare, discriminare, perseguitare, incarcerare e uccidere uomini e donne in base alla loro appartenenza religiosa? E’ possibile manipolare le informazioni, distorcere la realtà e divulgare menzogne di ogni tipo per far addirittura ricadere su quegli uomini e quelle donne la colpa della diffusione del contagio? E infine è possibile accusare, chiunque provi a contrastare questa narrativa, di sedizione e anti-nazionalismo, in base a una legge promulgata dal governo britannico nel 1870 che prevede da un minimo di tre anni di carcere fino all’ergastolo?

Purtroppo non solo è possibile, ma è un dramma attualmente in corso, anche se la stampa italiana non sembra essersene ancora accorta. Accade ogni giorno, da due mesi a questa parte, in India, universalmente conosciuta come “la più popolosa democrazia del mondo”. Definizione non certo contraddetta dal censimento, ma inficiata dal senso ontologico del termine “democrazia”. Vediamo perché.

Protagonisti di questa triste vicenda sono il Primo Ministro Narendra Modi, e 170 milioni di cittadini indiani di fede musulmana.

Un primo momento di notorietà Modi lo ottiene già nel 2002, quando come Governatore dello Stato del Gujarat viene accusato di responsabilità in uno dei peggiori massacri della storia del paese. Tutto inizia quando 58 indù di ritorno da un pellegrinaggio rimangono uccisi in un treno dato alle fiamme, secondo l’accusa, da dinamitardi musulmani. Modi decide di esporre le 58 salme nella capitale Ahmedabad per un’intera giornata. L’impressionante parata solleva una incontenibile ondata di violenza che sfocia nel massacro di 2000 musulmani, donne e bambini inclusi, e quasi 3000 feriti. Nel corso dei disordini, che durano per tre giorni e tre notti ininterrotti, vengono distrutti 273 dargah, 241 moschee, 100.000 abitazioni, 1.100 hotel, 15.000 negozi, 3.000 bancarelle e 5.000 veicoli. Modi viene accusato di aver dato ordine alla polizia di non intervenire, e di non aver fatto nulla per prevenire il progrom. L’accusa è tanto grave da giustificare il divieto di ingresso per il Governatore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fino al termine del processo, nel 2012, dal quale Modi esce con un verdetto di non-colpevolezza. Ma gran parte della stampa indipendente indiana e dell’opinione pubblica contesta la sentenza, e accusa il Governatore di aver depistato le indagini e corrotto i testimoni.

L’agenda politica di Narendra Modi è sempre stata, fin dai suoi albori, la persecuzione dell’Islam indiano, nel senso letterale del termine. Proveniente da una famiglia (e da una casta) poverissima, questo ex-venditore di thè ha fatto carriera politica nel gruppo estremista eversivo  RSS, ispirato alla triste memoria della “gioventù hitleriana” e ancorato ai principi dell’assolutismo etnico, della superiorità della razza ariana e della mascolinità. Messa fuori legge per ben 4 volte, prima dai Britannici, poi dai successivi governi indipendenti, l’organizzazione vanta la triste medaglia per la morte del Mahatma Gandhi, assassinato da uno dei suoi membri.

Nonostante avesse scalato la gerarchia dell’RSS, Narendra accarezza ambizioni politiche in larga scala e, dopo la vittoria giudiziaria del 2012, è pronto per il grande salto. Nel 2014 si candida alle elezioni nazionali col partito BJP, versione parlamentare dell’RSS. La sua campagna elettorale è la più costosa della storia dell’India: più di 100 milioni di dollari, di cui quasi la metà investiti in pubblicità sui media. Fa uso di meccanismi di produzione del consenso aggressivi e senza scrupoli. Per esempio, si rivolge ai 400 milioni di cittadini analfabeti con immagini convincenti, ma non necessariamente veritiere. Populismo, nazionalismo e spiritualità, sono i temi su cui batte come un martello pneumatico, quasi doppiando i km di maratona elettorale del suo avversario Rahul Gandhi. Promesse, lusinghe e bugie sono i suoi strumenti preferiti. E li usa così bene che alla fine stravince.

Mi trovavo a Delhi in quei giorni, e ricordo bene il clima di euforia che pervadeva le strade della capitale, la voglia di cambiamento, la speranza. I più moderati dicevano: “diamogli una possibilità”. I più esagitati, salutavano con gioia la svolta, gridando, senza imbarazzo: “finalmente una dittatura”!

I primi cinque anni sono serviti a Modi per solidificare il proprio potere, studiare alleanze, mettere a tacere le opposizioni, comprarsi i mezzi di comunicazione, invadere i social. Fa una guerra senza frontiere alle ONG, soprattutto quelle impegnate nel sociale, ne chiude a migliaia, ritira i permessi per i finanziamenti, inasprisce la burocrazia, cancella le agevolazioni. Come una piovra avida, concentra tutto nelle mani dei “suoi”: l’assistenza, l’informazione, l’economia, la cultura. Persino la magistratura: giudici integerrimi, vengono trasferiti dal giorno alla notte e sostituiti con colleghi più malleabili. Ma soprattutto, comincia a giocare le carte della divisione religiosa e del nazionalismo fondamentalista, con l’obbiettivo di trasformare la pluridiversità spirituale, culturale, tradizionale e linguistica del paese in egemonia indù.

Concimato il terreno a dovere, la campagna elettorale per il secondo mandato la impronta tutta alla persecuzione dei musulmani. Promette la vittoria sull’annosa contesa della Barbi Masjid, un sito nello stato dell’Uttar Pradesh, dove gli indù sostengono ci fosse un tempio dedicato al Dio Rama, mentre i musulmani dicono ci fosse una moschea. Occupazioni, scontri, demolizioni, perizie, sentenze, appelli e contro-appelli si susseguono dal 1949, trasformando un dissidio locale in un imbarazzante caso nazionale. Modi promette che, se otterrà il secondo mandato, lo risolverà una volta per tutte con la costruzione di un monumentale tempio indù.

I risultati delle elezioni sono resi noti alla fine del maggio 2019. La politica dell’odio e del divide et impera ha funzionato: Modi stravince per la seconda volta. Adesso non lo ferma più nessuno. Ha un piano ben preciso in mente, e non aspetta molto a metterlo in pratica.

Il 5 agosto 2019 il governo centrale del BJP cancella con un colpo di spugna – o meglio, di stato – l’autonomia del Kashmir, unico territorio dell’unione a maggioranza musulmana. Da allora tiene sotto sequestro 6 milioni di abitanti, sospendendone tutti i diritti civili e paralizzandone l’economia. Una condizione in parte simile alla nostra attuale quarantena, ma senza internet né linee telefoniche, senza medicine né ospedali che funzionano, né scuole, né centri commerciali, né trasporti, ma solo strade deserte e filo spinato ovunque. A cui vanno aggiunti migliaia di arresti, torture, desaparecidos e violenze di ogni tipo, che durano da ormai 300 giorni. Il Kashmir è stato definito la più grande prigione a cielo aperto nella storia dell’umanità.


Contemporaneamente, nello stato dell’Assam, nel nord-est del paese al confine con il Bangladesh, il governo comincia a costruire enormi centri di detenzione e annuncia un censimento speciale a cui devono sottoporsi tutti gli abitanti del territorio, nessuno escluso. In pratica, è obbligatorio registrarsi per ottenere nuovamente la cittadinanza. L’obbiettivo, a detta del governo, sarebbe di individuare eventuali clandestini per poterli poi regolarizzare. A tutte le categorie di irregolari vengono promessi nuovi documenti, tranne in un caso: se sono di fede musulmana. Per loro, infatti, si apriranno le porte dei centri di detenzione per diventare, di fatto, degli apolidi. Anche se vivono in India da più di 70 anni, se lavorano, se pagano regolarmente le tasse e votano alle elezioni.


La nuova legge, chiamata CAA (Citizenship Amendment Act) solleva ben presto proteste in tutto il paese, non solo da parte della comunità musulmana, ma di tutti coloro che la ritengono anti-costituzionale, in quanto discriminatoria su basi religiose. Nonostante i numerosi arresti, la repressione brutale nei campus universitari, e la propaganda diffamatoria di regime, l’ondata di rivolta assume dimensioni nazionali tali da minacciare seriamente la stabilità del governo. A Delhi un gruppo di donne organizza un sit in di protesta che va avanti, senza incidenti, per 101 giorni,  nonostante il BJP le accusi di essere, di volta in volta, spie di agenti stranieri, affiliate ai maoisti tribali, donne di malaffare, ladre e assassine. Shaheen Bagh, il nome del giardino dove sono accampate, diventa un simbolo di resistenza pacifica per tutta l’India.


E qui, entra in gioco il Coronavirus. Per i primi due mesi, il governo se ne infischia allegramente, occupato com’è ad arrestare studenti universitari musulmani, e a massacrare i manifestanti: i morti si contano a decine in tutto il paese. In realtà, Modi è impegnato a organizzare qualcosa di molto più importante: la visita in pompa magna di Donald Trump in India. Si asfaltano strade, si costruiscono muri per nascondere le bidonville, ma soprattutto si mantiene saldamente il controllo sulla diffusione dei dati del contagio: non sia mai che il presidente americano si spaventi! Peccato, che proprio mentre i due leader brindano amabilmente davanti a un buffet di gran classe, la protesta contro il governo si riversi nelle strade di Delhi, lasciando morte, a terra, 48 persone. Roba da rovinare la digestione.

Furibondo per la figuraccia che rimbalza sulle agenzie di mezzo mondo, Modi saluta a denti stretti il suo amico d’oltremare, per tornare  a concentrarsi sugli affari interni.

Quattro giorni dopo la partenza di Trump, cominciano a uscire, timidamente, i primi nuovi casi sulla pandemia: numeri bassissimi, che si contano sulle dita di una mano, accompagnati da un sinistro annuncio. Il Primo Ministro Modi dichiara che si occuperà personalmente e quotidianamente dell’emergenza virus, e comincia a chiudere frontiere e cancellare visti. La propaganda batte i tamburi, innondando il paese di fake-news: il virus muore a 28°, basta bere acqua e ginger per restare immuni, il namastè è la miglior barriera al contagio, ecc. ecc. Un ministro del BJP si spinge a organizzare raduni collettivi in cui si beve urina di vacca, che garantirebbe l’immunità.

Poi, il 3 marzo, primo colpo di scena: tutti i giornali titolano che un gruppo di turisti italiani nel Rajasthan è risultato positivo! Ecco dunque come è entrato il virus in India! Finalmente abbiamo un colpevole esterno, guarda caso della stessa nazionalità della storica avversaria politica del BJP, ovvero Sonia Gandhi. Tutti i visti sospesi, chiusure ancora più rigide.

Dalle mani del primo ministro Modi escono le seguenti misure di contenimento: vietati gli assembramenti di più di 50 persone, e i matrimoni con più di 100 invitati: si potrebbe ridere, se  non fosse drammaticamente vero! Poi istituisce 52 centri diagnostici in tutto il paese che saranno gli unici autorizzati a fare i tamponi e trattare i malati. A tutti gli altri ospedali è vietato anche visitare, nonché ricoverare i sospetti positivi. Tradotto in numeri: ogni centro dovrebbe gestire un’utenza di circa 70 milioni di persone. Come se in Italia ci fosse un unico ospedale per diagnosticare e trattare i malati. Certo, in questo modo il governo può continuare a controllare i numeri dei contagi, mantenendoli molto bassi rispetto al resto del pianeta, e alimentano così la favola della naturale immunità indiana. Le “buone abitudini igieniche del paese”, spiega Modi, fanno sì che la pandemia non dilaghi in India. Chiunque conosca il paese sa che questa è una teoria semplicemente insostenibile.

Infine, Narendra-il-genio esibisce il suo vero asso nella manica. I numeri del contagio cominciano ad salire vorticosamente, e i giornali titolano a prima pagina l’identità degli untori: ma certo, sono i MUSULMANI!!! Una congregazione religiosa (circa 2000 persone) che si sarebbe riunita nel quartiere di Nizamuddin a Nuova Delhi dal 13 al 15 marzo. Questo nonostante non fosse ancora scattata nessuna quarantena durante il suddetto convegno; nonostante nei giorni precedenti e successivi si fossero svolte in tutta l’India, come sempre, migliaia di processioni ed eventi devozionali legati a tutte le confessioni del paese, induismo in testa. E nonostante le ripetute dichiarazioni ufficiali del governo che in India, il virus corona non fosse un emergenza: l’ultima è del 13 marzo.

La nuova rivelazione sugli untori rimbalza ben presto su tutti i media indiani, con grande risalto, prontamente accompagnata da un’ingiunzione della Corte Suprema che proibisce di divulgare alcuna informazione sul Coronavirus che non sia approvata dal governo. Falsi guru vestiti con tuniche arancioni si sgolano dai vari talk-show parlando di “terrorismo biologico”, e di “untori kamikaze” inviati direttamente dalla Mecca per sterminare il pacifico popolo indù. I social sono inondati di fake news sulla “corona-jihad”, dove si vedono presunti musulmani che sputano sulle verdure nei mercati, nei piatti dei ristoranti, nelle bibite, o nelle fontane pubbliche.

Da qui in poi è un crescendo degli orrori. Ricovero negato ai musulmani negli ospedali, divieto di transito nei quartieri indù per gli ambulanti che vanno in moschea, vietato loro l’ingresso negli altri negozi, invito a boicottare i loro business, linciaggi, aggressioni, violenze. In un video-fumetto per spiegare la pandemia anche agli analfabeti, si è arrivati a disegnare il virus vestito da terrorista islamico, con tanto di mitra. Arundathy Roy, pluripremiata scrittrice indiana, in un’intervista rilasciata al NYTimes, ha definito la politica del governo nei confronti della minoranza islamica un genocidio: “Modi sta usando la pandemia per eliminare i musulmani”.

Questa è la scelta spudorata di un Primo Ministro vigliacco e scellerato, che cerca così di prendere due piccioni con una menzogna: scaricare le gravissime responsabilità che gravano sul suo governo per la mala-gestione dell’emergenza, e infliggere il colpo finale alla comunità musulmana del paese, esponendola all’odio e alla vendetta comunalista che è destinata a esplodere nelle prossime settimane di quarantena. Il tutto, nel silenzio-assenso della comunità internazionale, troppo impegnata sul fronte sanitario per occuparsi dei diritti umani di 170 milioni di persone.

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